Giulio Ciccone: “Si torna in strada, ma che strano pedalare distanti”
di COSIMO CITOOggi a Siena il ciclismo torna con la Strade Bianche: intervista al ciclista abruzzese
La ripartenza del grande ciclismo dopo il lockdown è a Siena, nella polvere della Strade Bianche infuocata dal caldo estivo anziché spazzata, come di norma accade, dal vento gelido di fine inverno. In quel teatro mai finora frequentato Giulio Ciccone cerca le prime risposte di una stagione iniziata con una sua vittoria, a febbraio al Trofeo Laigueglia, e stoppata da tutto quel che poi, di tragico, è successo nel mondo intero. Il giovane abruzzese della Trek-Segafredo, due giorni in maglia gialla al Tour 2019, correrà gran parte delle gare del calendario italiano, quasi sempre accanto al suo nuovo capitano "e grande amico", sottolinea lui, Vincenzo Nibali.
Si riparte, Ciccone, ma come si riparte?
"Non è una situazione normale, non è ancora vita normale e non sarà ciclismo normale, per tanti fattori: il poco pubblico in partenza e all'arrivo, i molti mesi che abbiamo trascorso in casa e al massimo sui rulli, il fatto di…
Si riparte, Ciccone, ma come si riparte?
"Non è una situazione normale, non è ancora vita normale e non sarà ciclismo normale, per tanti fattori: il poco pubblico in partenza e all'arrivo, i molti mesi che abbiamo trascorso in casa e al massimo sui rulli, il fatto di…
La ripartenza del grande ciclismo dopo il lockdown è a Siena, nella polvere della Strade Bianche infuocata dal caldo estivo anziché spazzata, come di norma accade, dal vento gelido di fine inverno. In quel teatro mai finora frequentato Giulio Ciccone cerca le prime risposte di una stagione iniziata con una sua vittoria, a febbraio al Trofeo Laigueglia, e stoppata da tutto quel che poi, di tragico, è successo nel mondo intero. Il giovane abruzzese della Trek-Segafredo, due giorni in maglia gialla al Tour 2019, correrà gran parte delle gare del calendario italiano, quasi sempre accanto al suo nuovo capitano "e grande amico", sottolinea lui, Vincenzo Nibali.
Si riparte, Ciccone, ma come si riparte?
"Non è una situazione normale, non è ancora vita normale e non sarà ciclismo normale, per tanti fattori: il poco pubblico in partenza e all'arrivo, i molti mesi che abbiamo trascorso in casa e al massimo sui rulli, il fatto di non aver avuto riscontri con risultati e gare, di non avere quelle certezze che ti dà un piazzamento, una crisi, una grande prestazione".
Vedremo risultati strani, gare pazze?
"Credo di sì, almeno all'inizio. Non abbiamo corso per mesi, non sappiamo chi è uscito meglio o peggio dal lockdown e dai vari ritiri che ogni squadra ha fatto per rimettere la stagione in piedi. C'è chi entra subito in forma, chi ha bisogno di tempo, chi pagherà il super-lavoro. Io spero di essere competitivo da subito, ho lavorato duro, ma con intelligenza, credo e spero".
La Strade Bianche può essere un obiettivo?
"Non l'ho mai fatta, so che è una corsa molto esigente. Il mio compito sarà stare accanto a Vincenzo, poi non so come le gambe reagiranno ai vari strappi e alle sollecitazioni dei tratti in sterrato. Non ho mai corso seriamente in mountain bike e non ho mai fatto ciclocross, quello probabilmente avrebbe aiutato. Ma se nel finale sarò davanti, proverò a giocarmela. Sono uno scalatore leggero e qui hanno vinto Cancellara e altri corridori da classiche del Nord. Ma ha fatto bene anche Bardet. Quindi, chissà".
Le gare fondamentali, per lei, verranno più avanti.
"L'obiettivo principale è essere al 100% al Giro per aiutare Nibali a vincerlo per la terza volta. Lui è il capitano, e con lui, già dall'anno scorso al Tour, quando eravamo ancora in due squadre diverse, è nato uno splendido rapporto, che si è consolidato anche durante l'ultimo ritiro sul Passo San Pellegrino".
Quando, per due settimane, voi della Trek siete "tornati" in lockdown.
"Sì, e abbiamo seguito alla lettera precauzioni precisissime. Siamo stati tra noi corridori, non abbiamo avuto quasi rapporti con altre persone dello staff, e in albergo eravamo tutti rigorosamente in camere singole, come accadrà anche durante la stagione. Ci atteniamo alle disposizioni mediche, abbiamo fatto tamponi ogni due giorni e dovremo farne altri prima della gara. Se si è negativi, si può entrare allora nella cosiddetta "bolla di gruppo"".
Il gruppo diventa uno spazio fisico in cui è permesso entrare a chi sicuramente è a posto e Covid-free. Ma sarà davvero così?
"Noi ci fidiamo dei nostri controlli e dobbiamo fidarci dei controlli che fanno anche i nostri colleghi delle altre squadre".
Ha paura di ammalarsi di Covid in gara?
"No, perché siamo sicuri che tutti i corridori si sottopongano agli stessi test e che nessuno con sintomi sospetti possa entrare nella "bolla". Nessun medico di squadra sarebbe così pazzo da permetterlo. Abbiamo garanzie assolute su questo. Cambierà qualcosa, non ci passeremo le borracce, cercheremo nei limiti del possibile di non toccarci, di non abbracciarci. Ma, ripeto, se ognuno rispetta i protocolli, il gruppo è a rischio zero".
Però c'è anche il pubblico: va bene per partenze e arrivi con contingentamento, ma sulle salite ne troverete. Magari meno del solito, ma qualche tifoso ci sarà.
"Chiediamo loro grande responsabilità e grande senso civico. In presenza di anche vaghi sintomi, non venite. E stateci sufficientemente lontani. Applauditeci, ma alla giusta distanza. Questo vale sempre, ma a maggior ragione ora".
Come l'ha vissuta la fase di lockdown?
"A fine febbraio ero all'Uae Tour, dove è scoppiato il primo caso di Covid in gruppo. Sono riuscito a tornare a casa, a Montecarlo, e da allora per oltre due mesi non sono più uscito. Mi sono allenato sui rulli, ma che noia. Ho capito che per un ciclista la condanna peggiore è dover smettere di andare in bicicletta. Il tempo non passa mai, l'attesa ti fiacca, non poter vedere i genitori, gli amici è qualcosa che non immaginavamo di poter vivere. Speriamo di non risucceda".
La sua vita era già cambiata un anno fa, dopo il Tour. Quanto pesa, nella carriera di un corridore, aver indossato la maglia gialla, anche se solo per poco?
"Quella maglia gialla, conquistata alla Planche des Belles Filles dopo una fuga, ha avuto il sapore di un lavoro fatto bene, di una crescita costante per me che provenivo dal ciclismo minore, che ho fatto una lunga gavetta e non sono "nato" campione come altri, come Evenepoel, Van der Poel, Pogacar. Oggi si inizia a vincere presto. Io, dopo la vittoria di tappa al Giro 2016, ho vissuto una lunga fase complicata, mi sono operato al cuore per una aritmia, ho avuto paura di non tornare più".
Su WhattsApp ha una sua foto con il leoncino-mascotte del Tour.
"Ci guardiamo, come a volerci riconoscere. Il Tour è qualcosa di enorme ed è il pubblico sulle strade a renderlo tale. Ma vincere al Giro e vincere il Giro, anche come squadra, è qualcosa di altrettanto grande. È quello che proveremo a fare con Vincenzo, a ottobre. E sono felice che ci siano diverse tappe abruzzesi, tra la mia gente".
Vincere il Giro è quello che vorrà provare a fare lei, un giorno?
"Devo crescere. Ho 25 anni, molto da imparare. Ma sono accanto al capitano giusto per questo".
Si riparte, Ciccone, ma come si riparte?
"Non è una situazione normale, non è ancora vita normale e non sarà ciclismo normale, per tanti fattori: il poco pubblico in partenza e all'arrivo, i molti mesi che abbiamo trascorso in casa e al massimo sui rulli, il fatto di non aver avuto riscontri con risultati e gare, di non avere quelle certezze che ti dà un piazzamento, una crisi, una grande prestazione".
Vedremo risultati strani, gare pazze?
"Credo di sì, almeno all'inizio. Non abbiamo corso per mesi, non sappiamo chi è uscito meglio o peggio dal lockdown e dai vari ritiri che ogni squadra ha fatto per rimettere la stagione in piedi. C'è chi entra subito in forma, chi ha bisogno di tempo, chi pagherà il super-lavoro. Io spero di essere competitivo da subito, ho lavorato duro, ma con intelligenza, credo e spero".
La Strade Bianche può essere un obiettivo?
"Non l'ho mai fatta, so che è una corsa molto esigente. Il mio compito sarà stare accanto a Vincenzo, poi non so come le gambe reagiranno ai vari strappi e alle sollecitazioni dei tratti in sterrato. Non ho mai corso seriamente in mountain bike e non ho mai fatto ciclocross, quello probabilmente avrebbe aiutato. Ma se nel finale sarò davanti, proverò a giocarmela. Sono uno scalatore leggero e qui hanno vinto Cancellara e altri corridori da classiche del Nord. Ma ha fatto bene anche Bardet. Quindi, chissà".
Le gare fondamentali, per lei, verranno più avanti.
"L'obiettivo principale è essere al 100% al Giro per aiutare Nibali a vincerlo per la terza volta. Lui è il capitano, e con lui, già dall'anno scorso al Tour, quando eravamo ancora in due squadre diverse, è nato uno splendido rapporto, che si è consolidato anche durante l'ultimo ritiro sul Passo San Pellegrino".
Quando, per due settimane, voi della Trek siete "tornati" in lockdown.
"Sì, e abbiamo seguito alla lettera precauzioni precisissime. Siamo stati tra noi corridori, non abbiamo avuto quasi rapporti con altre persone dello staff, e in albergo eravamo tutti rigorosamente in camere singole, come accadrà anche durante la stagione. Ci atteniamo alle disposizioni mediche, abbiamo fatto tamponi ogni due giorni e dovremo farne altri prima della gara. Se si è negativi, si può entrare allora nella cosiddetta "bolla di gruppo"".
Il gruppo diventa uno spazio fisico in cui è permesso entrare a chi sicuramente è a posto e Covid-free. Ma sarà davvero così?
"Noi ci fidiamo dei nostri controlli e dobbiamo fidarci dei controlli che fanno anche i nostri colleghi delle altre squadre".
Ha paura di ammalarsi di Covid in gara?
"No, perché siamo sicuri che tutti i corridori si sottopongano agli stessi test e che nessuno con sintomi sospetti possa entrare nella "bolla". Nessun medico di squadra sarebbe così pazzo da permetterlo. Abbiamo garanzie assolute su questo. Cambierà qualcosa, non ci passeremo le borracce, cercheremo nei limiti del possibile di non toccarci, di non abbracciarci. Ma, ripeto, se ognuno rispetta i protocolli, il gruppo è a rischio zero".
Però c'è anche il pubblico: va bene per partenze e arrivi con contingentamento, ma sulle salite ne troverete. Magari meno del solito, ma qualche tifoso ci sarà.
"Chiediamo loro grande responsabilità e grande senso civico. In presenza di anche vaghi sintomi, non venite. E stateci sufficientemente lontani. Applauditeci, ma alla giusta distanza. Questo vale sempre, ma a maggior ragione ora".
Come l'ha vissuta la fase di lockdown?
"A fine febbraio ero all'Uae Tour, dove è scoppiato il primo caso di Covid in gruppo. Sono riuscito a tornare a casa, a Montecarlo, e da allora per oltre due mesi non sono più uscito. Mi sono allenato sui rulli, ma che noia. Ho capito che per un ciclista la condanna peggiore è dover smettere di andare in bicicletta. Il tempo non passa mai, l'attesa ti fiacca, non poter vedere i genitori, gli amici è qualcosa che non immaginavamo di poter vivere. Speriamo di non risucceda".
La sua vita era già cambiata un anno fa, dopo il Tour. Quanto pesa, nella carriera di un corridore, aver indossato la maglia gialla, anche se solo per poco?
"Quella maglia gialla, conquistata alla Planche des Belles Filles dopo una fuga, ha avuto il sapore di un lavoro fatto bene, di una crescita costante per me che provenivo dal ciclismo minore, che ho fatto una lunga gavetta e non sono "nato" campione come altri, come Evenepoel, Van der Poel, Pogacar. Oggi si inizia a vincere presto. Io, dopo la vittoria di tappa al Giro 2016, ho vissuto una lunga fase complicata, mi sono operato al cuore per una aritmia, ho avuto paura di non tornare più".
Su WhattsApp ha una sua foto con il leoncino-mascotte del Tour.
"Ci guardiamo, come a volerci riconoscere. Il Tour è qualcosa di enorme ed è il pubblico sulle strade a renderlo tale. Ma vincere al Giro e vincere il Giro, anche come squadra, è qualcosa di altrettanto grande. È quello che proveremo a fare con Vincenzo, a ottobre. E sono felice che ci siano diverse tappe abruzzesi, tra la mia gente".
Vincere il Giro è quello che vorrà provare a fare lei, un giorno?
"Devo crescere. Ho 25 anni, molto da imparare. Ma sono accanto al capitano giusto per questo".