Lewandowski, Re dei sottovalutati
di ENRICO SISTIIl centravanti del Bayern Monaco è il giocatore più decisivo in Europa, ma nell'anno in cui il Pallone d'oro non sarà assegnato. Capocannoniere in Bundesliga e in Champions: già 53 gol in stagione. Ma sembra destinato a stare sempre un gradino sotto i più celebrati.
E’ incredibile che possa sollevarsi un “caso Lewandowski”. Infatti è un caso rovesciato. Non è abbastanza celebrato. Un campione, questo magico, umanamente discretissimo polacco, che diventa tale in una posizione che sembrava quasi sparita, un ruolo travolto dai “falsi nueve”. Ma anche su questo il ragazzo ha messo bocca, riducendo il gap fra i vari mestieri di attaccante: anzi riassumendoli.
Robert Lewandowski, che appena sabato sera confermava di essere ciò che è con due reti e due assist contro il Chelsea in Champions League, è probabilmente il calciatore più decisivo dopo Messi e De Bruyne. Come nessun centravanti sa giocare lontano dalla porta, nei luoghi “paludosi” di metà campo dove solitamente i numeri nove tradizionali non riescono, nell’ordine, a controllare il pallone, metterlo giù se viene dall’alto (nel 65% dei casi), appoggiare a destra, a sinistra o davanti a s…
Robert Lewandowski, che appena sabato sera confermava di essere ciò che è con due reti e due assist contro il Chelsea in Champions League, è probabilmente il calciatore più decisivo dopo Messi e De Bruyne. Come nessun centravanti sa giocare lontano dalla porta, nei luoghi “paludosi” di metà campo dove solitamente i numeri nove tradizionali non riescono, nell’ordine, a controllare il pallone, metterlo giù se viene dall’alto (nel 65% dei casi), appoggiare a destra, a sinistra o davanti a s…
E’ incredibile che possa sollevarsi un “caso Lewandowski”. Infatti è un caso rovesciato. Non è abbastanza celebrato. Un campione, questo magico, umanamente discretissimo polacco, che diventa tale in una posizione che sembrava quasi sparita, un ruolo travolto dai “falsi nueve”. Ma anche su questo il ragazzo ha messo bocca, riducendo il gap fra i vari mestieri di attaccante: anzi riassumendoli.
Robert Lewandowski, che appena sabato sera confermava di essere ciò che è con due reti e due assist contro il Chelsea in Champions League, è probabilmente il calciatore più decisivo dopo Messi e De Bruyne. Come nessun centravanti sa giocare lontano dalla porta, nei luoghi “paludosi” di metà campo dove solitamente i numeri nove tradizionali non riescono, nell’ordine, a controllare il pallone, metterlo giù se viene dall’alto (nel 65% dei casi), appoggiare a destra, a sinistra o davanti a sé (cioè con le spalle alla porta avversaria) per far partire l’azione o, in alternativa, trattenerlo per far respirare la squadra, se messa sotto pressione in un dato momento della partita. Lewandowski, potete scommetterci, è destro. Ma calcia di sinistro come un ambidestro. Ha segnato 53 reti in questa stagione. E’ il capocannoniere dell’attuale Champions (13 reti in 7 partite). E’ bello da vedersi, sempre, allungato come un Modigliani, artistico almeno altrettanto.
E se anche il suo Bayern, che con il City a questo punto è il favorito per la conquista del trofeo, dovesse vincere la coppa e se anche lui risultasse decisivo nelle partite che restano e se anche dovesse chiudere con 20 reti un’unica edizione della Champions, non potrà conquistare il Pallone d’Oro perché il Pallone d’Oro, causa pandemia, come tutti sanno non verrà assegnato.
Ha perso la Scarpa d’Oro, a vantaggio di Ciro Immobile, ma paradossalmente sono proprio i riconoscimenti individuali a mancare meno. Quello che non merita Lewandowski è che lo si consideri un grande attaccante. E’ molto di più. E’ l’anello di congiunzione fra Van Basten e le nuove generazioni di numeri nove, veri o falsi. Alto ma con un equilibrio da normotipo, svetta di testa ma guai a lasciarlo agire con la palla ai piedi a dieci metri dalla porta: sei perso.
E’ un giocatore così completo che ormai sembrano delle formalità quelle sue movenze da ballerino, che sono saggi di bellezza e concretezza, quelle doppie accelerazioni, in una sola direzione, che stroncherebbero chiunque, quei movimenti che aprono spazi accendendo la luce e accecando al contempo. Sapere dove va Lewandowski è un problema, anche se lui rispetta un dettato ben preciso: soltanto che lo conoscono soltanto lui e il suo allenatore, fermo restando che ne dovrebbero essere informati anche i compagni di squadra. Un giorno disse di Guardiola, quando erano entrambi al Bayern: “Pensa al calcio 24 ore al giorno”. Non che lui faccia tanto diversamente. Ha una famiglia (sette anni fa ha sposato Anna, nutrizionista e cintura nera di karate, e la coppia ha due figlie, Klara e Laura), ha una vita, ascolta musica, ama il cinema francese. Ma il pallone è “l’antidoto alla tristezza”. E anche una magnifica professione/ossessione.
Proprio in semifinale Lewandowski e Guardiola potrebbero tornare a misurare la propria fedeltà al modello “h24”. Ma da avversari. Se infatti il City batterà il Lione, cosa assai probabile, sarà questa la semifinale, Bayern-City: o meglio, una finale anticipata. E mai come in certi momenti conta avere in gruppo uno come Robert Lewandowski (ci fu un momento in cui il ragazzo sembrava deciso ad accettare la corte del Real Madrid…), un faro, una guida. Guadagna 15 milioni di euro all’anno che i dirigenti del Bayern, al quale Lewandowski si è legato sino al 2023, tirano fuori con il sorriso sulle labbra. Al netto delle follie degli ingaggi moderni, Lewandowski li vale tutti, bomber di razza, trequartista in pectore, sette scudetti consecutivi col Bayern, 244 reti in 286 partite in Bundesliga da quando è arrivato, scaricando con qualche lacrima la sua vecchia maglia del Dortmund, artista destinato a rimanere chissà perché un gradino sotto gli altri campioni del calcio contemporaneo, come se quella sua funzione di doganiere, di spartiacque fra stili diversi, come se quella sua immensa valigia di talento non gli permettesse, per oscure ragioni o forse senza un motivo preciso, di venir considerato uno dei tanti illuminati che ha saputo fare la storia.
32 anni il prossimo 21 agosto, “Lewy” è nato a Varsavia da una famiglia profondamente cattolica. Giocava a pallone a scuola, dopo la messa, sui campetti di pozzolana di Leszno, dove ha vissuto gran parte della sua infanzia. Una famiglia di sportivi: mamma Iwona giocava a pallavolo nella serie A polacca, suo padre a pallone nell’Hutnik. Babbo morì quando Robert aveva 17 anni: “Per fortuna quel giorno in cui mio marito ci lasciò nel sonno”, ricorda mamma Iwona, “Robert non c’era: viveva con la sorella maggiore Milena a Bielany. Quando glielo dissi mi rispose: me lo sentivo…”. Il ragazzo si fece male seriamente, aveva perso concentrazione. Il Legia, per cui giocava, non lo volle più. Sembrava la fine. Solo dopo due anni Robert guarì: “Ci volle rabbia, fantasia, desiderio”. Il Legia di colpo ci ripensò. Fu lì che lo individuarono gli osservatori del Dortmund. Quando si fece male Lucas Barrios, un certo Klopp gli chiese di colmare il vuoto in attacco. Non l’avesse mai fatto: accese una stella che ancora brilla come fosse il suo primo giorno.
Robert Lewandowski, che appena sabato sera confermava di essere ciò che è con due reti e due assist contro il Chelsea in Champions League, è probabilmente il calciatore più decisivo dopo Messi e De Bruyne. Come nessun centravanti sa giocare lontano dalla porta, nei luoghi “paludosi” di metà campo dove solitamente i numeri nove tradizionali non riescono, nell’ordine, a controllare il pallone, metterlo giù se viene dall’alto (nel 65% dei casi), appoggiare a destra, a sinistra o davanti a sé (cioè con le spalle alla porta avversaria) per far partire l’azione o, in alternativa, trattenerlo per far respirare la squadra, se messa sotto pressione in un dato momento della partita. Lewandowski, potete scommetterci, è destro. Ma calcia di sinistro come un ambidestro. Ha segnato 53 reti in questa stagione. E’ il capocannoniere dell’attuale Champions (13 reti in 7 partite). E’ bello da vedersi, sempre, allungato come un Modigliani, artistico almeno altrettanto.
E se anche il suo Bayern, che con il City a questo punto è il favorito per la conquista del trofeo, dovesse vincere la coppa e se anche lui risultasse decisivo nelle partite che restano e se anche dovesse chiudere con 20 reti un’unica edizione della Champions, non potrà conquistare il Pallone d’Oro perché il Pallone d’Oro, causa pandemia, come tutti sanno non verrà assegnato.
Ha perso la Scarpa d’Oro, a vantaggio di Ciro Immobile, ma paradossalmente sono proprio i riconoscimenti individuali a mancare meno. Quello che non merita Lewandowski è che lo si consideri un grande attaccante. E’ molto di più. E’ l’anello di congiunzione fra Van Basten e le nuove generazioni di numeri nove, veri o falsi. Alto ma con un equilibrio da normotipo, svetta di testa ma guai a lasciarlo agire con la palla ai piedi a dieci metri dalla porta: sei perso.
E’ un giocatore così completo che ormai sembrano delle formalità quelle sue movenze da ballerino, che sono saggi di bellezza e concretezza, quelle doppie accelerazioni, in una sola direzione, che stroncherebbero chiunque, quei movimenti che aprono spazi accendendo la luce e accecando al contempo. Sapere dove va Lewandowski è un problema, anche se lui rispetta un dettato ben preciso: soltanto che lo conoscono soltanto lui e il suo allenatore, fermo restando che ne dovrebbero essere informati anche i compagni di squadra. Un giorno disse di Guardiola, quando erano entrambi al Bayern: “Pensa al calcio 24 ore al giorno”. Non che lui faccia tanto diversamente. Ha una famiglia (sette anni fa ha sposato Anna, nutrizionista e cintura nera di karate, e la coppia ha due figlie, Klara e Laura), ha una vita, ascolta musica, ama il cinema francese. Ma il pallone è “l’antidoto alla tristezza”. E anche una magnifica professione/ossessione.
Proprio in semifinale Lewandowski e Guardiola potrebbero tornare a misurare la propria fedeltà al modello “h24”. Ma da avversari. Se infatti il City batterà il Lione, cosa assai probabile, sarà questa la semifinale, Bayern-City: o meglio, una finale anticipata. E mai come in certi momenti conta avere in gruppo uno come Robert Lewandowski (ci fu un momento in cui il ragazzo sembrava deciso ad accettare la corte del Real Madrid…), un faro, una guida. Guadagna 15 milioni di euro all’anno che i dirigenti del Bayern, al quale Lewandowski si è legato sino al 2023, tirano fuori con il sorriso sulle labbra. Al netto delle follie degli ingaggi moderni, Lewandowski li vale tutti, bomber di razza, trequartista in pectore, sette scudetti consecutivi col Bayern, 244 reti in 286 partite in Bundesliga da quando è arrivato, scaricando con qualche lacrima la sua vecchia maglia del Dortmund, artista destinato a rimanere chissà perché un gradino sotto gli altri campioni del calcio contemporaneo, come se quella sua funzione di doganiere, di spartiacque fra stili diversi, come se quella sua immensa valigia di talento non gli permettesse, per oscure ragioni o forse senza un motivo preciso, di venir considerato uno dei tanti illuminati che ha saputo fare la storia.
32 anni il prossimo 21 agosto, “Lewy” è nato a Varsavia da una famiglia profondamente cattolica. Giocava a pallone a scuola, dopo la messa, sui campetti di pozzolana di Leszno, dove ha vissuto gran parte della sua infanzia. Una famiglia di sportivi: mamma Iwona giocava a pallavolo nella serie A polacca, suo padre a pallone nell’Hutnik. Babbo morì quando Robert aveva 17 anni: “Per fortuna quel giorno in cui mio marito ci lasciò nel sonno”, ricorda mamma Iwona, “Robert non c’era: viveva con la sorella maggiore Milena a Bielany. Quando glielo dissi mi rispose: me lo sentivo…”. Il ragazzo si fece male seriamente, aveva perso concentrazione. Il Legia, per cui giocava, non lo volle più. Sembrava la fine. Solo dopo due anni Robert guarì: “Ci volle rabbia, fantasia, desiderio”. Il Legia di colpo ci ripensò. Fu lì che lo individuarono gli osservatori del Dortmund. Quando si fece male Lucas Barrios, un certo Klopp gli chiese di colmare il vuoto in attacco. Non l’avesse mai fatto: accese una stella che ancora brilla come fosse il suo primo giorno.