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Andrea Pirlo, 41 anni, al debutto, allenerà la Juve (agf)

Il talento di Pirlo, le fatiche di Sarri: la partita infinita fra genio e gavetta

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La forza dei predestinati contro gli studiosi della panchina: la storia dello sport racconta due vie diverse per vincere
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Carl Lewis sintetizzò bene il concetto. Gli chiesero cosa pensasse dei progressi dei suoi avversari. Rispose: «Gli altri migliorano, noi Lewis siamo già perfetti». Frase breve e definitiva per distinguere i Mozart dai Salieri. E per sottolineare: noi grandi non abbiamo bisogno di gavetta, né di scale per salire, noi abbiamo il nostro modo di volare.

C’è gente che per arrivare in cima ha bisogno di una vita, di attese, di molti tramonti e ci sono quelli a cui basta un’alba. Ci sono i Pirlo e gli altri. E poi c’è lo sport che attende le rivoluzioni con la certezza che nessuno schioderà la tradizione dal trono. Se non ti sei mai seduto su una panchina da allenatore non vincerai mai grandi trofei. Non perché non te li meriti, ma perché lo sport è schizzinoso, non si consegna nelle mani di chi non rispetta certe gerarchie. Però il bello è che lo sport, se viene sedotto, sa anche fare…
Carl Lewis sintetizzò bene il concetto. Gli chiesero cosa pensasse dei progressi dei suoi avversari. Rispose: «Gli altri migliorano, noi Lewis siamo già perfetti». Frase breve e definitiva per distinguere i Mozart dai Salieri. E per sottolineare: noi grandi non abbiamo bisogno di gavetta, né di scale per salire, noi abbiamo il nostro modo di volare.

C’è gente che per arrivare in cima ha bisogno di una vita, di attese, di molti tramonti e ci sono quelli a cui basta un’alba. Ci sono i Pirlo e gli altri. E poi c’è lo sport che attende le rivoluzioni con la certezza che nessuno schioderà la tradizione dal trono. Se non ti sei mai seduto su una panchina da allenatore non vincerai mai grandi trofei. Non perché non te li meriti, ma perché lo sport è schizzinoso, non si consegna nelle mani di chi non rispetta certe gerarchie. Però il bello è che lo sport, se viene sedotto, sa anche fare eccezioni. Usain Bolt nel 2008 fece il suo primo record mondiale dei 100 praticamente da neofita. Strapazzò il cronometro in 9”72, nonostante la pioggia, il via ritardato e una falsa partenza. Era la sua quinta gara nello sprint breve perché il suo coach non lo riteneva adatto allo scatto bruciante. Così poco portato che poi di record sui cento Bolt ne fece altri due.

Vincere così, per manifesta superiorità, e non costruendosi pezzo dopo pezzo nel sottoscala, non è da tutti. Ci sono attese che non sanno che farsene dell’umiltà, ma non è la regola. Prima di lui l’americano Maurice Greene per diventare la belva che finalmente azzannava i cento metri aveva attraversato l’inferno: «Non riuscivo a finire un allenamento, vomitavo, mi fermavo, nove mesi senza migliorare nemmeno di un centesimo. Mi dicevo: sempre meglio che cuocere polli fritti nel fast food dove lavoravo e dormire in letti a prestito. Sono riuscito a migliorarmi solo quando coach Smith mi ha portato nel reparto ospedaliero dei malati terminali. Lì ho capito che le parole ‘sono stanco’ ha il diritto di pronunciarle solo chi sta lottando per esserci ancora».

Puoi essere primo violino, ma dirigere l’orchestra è altra cosa, anche se la sinfonia è la stessa. Il film Rashomon lo spiega ancora meglio: stessa partita, ma tre angolazioni diverse, tre versioni della stessa scena, tutte discordanti e tutte false. Se stai in campo vedi diverso da quando stai fuori. Anche se sei abituato a giocare a testa alta. Lo sport è spesso sbarazzino, taglia corto, decapita corone che non sanno reggere la storia, ma anche quelle che si credono chissaché. In questo è democratico e senza pregiudizi: ai predestinati lascia spazio, ma non assegna traguardi. Jürgen Klopp fino all’anno scorso passava per il tecnico che va in finale e perde sempre, ora è il grande vincente del calcio, Champions e Premier League con il Liverpool. Le maree cambiano, puoi essere bravo a surfare sulla prima onda oppure puoi essere tenace nell’aspettare quella giusta, aspettando il tuo mercoledì da leoni.

La gavetta è un alfabeto culturale, un classico che viene imposto a tutti, non solo mentalmente. C’è chi la rifiuta, prendete George Best che arrivò a Manchester e se ne tornò a casa, perché come spiegò al padre: «Voglio giocare a calcio e loro mi fanno fare tutti quei lavori del cavolo, lucidare le scarpe e spazzare le gradinate dell’Old Trafford». E c’è chi invece l’attraversa tutta, senza perdersi una fermata. Nel rugby Frank Bunce, che sosteneva di esser discendente di Giorgio III, è riuscito a conquistare la maglia della Nuova Zelanda a 28 anni, uno dei più vecchi di sempre. Willi Heinz, mediano di mischia, nel 2019 ha esordito per l’Inghilterra a quasi 33 anni, facendo molto scalpore, come si permetteva il ct Jones di affidarsi ad un uncapped senza esperienza internazionale e dargli anche i gradi di vice-capitano?
Tra i predestinati e “quelli non” è stata sempre lotta, tra chi deve convincere gli altri e a chi basta convincere se stesso non c’è mai stato lo stesso passo. È anche vero che una tematica dello sport verte sulla capacità di conoscenza. Chi ne sa di più: chi lo studia o chi lo pratica? E tra le due categorie non si arriva mai ad una comprensione, né a un compromesso. Anche se negli ultimi tempi si è promosso il power dei giocatori che dovrebbero da soli anche accendersi la luce in campo. Da attore passi regista. «O lui o io», disse a un certo punto Van Basten di Sacchi. E fu rottura. Si può passare nella stessa quadra da Sarri, l’allenatore più vecchio della storia a vincere lo scudetto, a Pirlo, quello più giovane e inesperto di panchina? Coerenza o difformità? Josh Billings, che non era un calciatore, ma un umorista americano, ha scritto che gli uomini di talento sono come i corvi: «Vivono di quello che è stato ucciso per loro».