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Usain Bolt, unico ad avere vinto l'oro nei 100 e 200 in tre Olimpiadi consecutive 

Il lento tramonto dei 200 metri, la gara che non trova più un Mennea o un Bolt

La specialità che fu di Berruti, tagliata dal circuito della Diamond League per motivi di spettacolo, è finita schiacciata dalla grandezza del giamaicano
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A novembre venne proclamato una specie di lockdown anticipato, personalizzato e internazionale, nei confronti dei 200 metri. Che era successo? Una cosa da niente. Era successo che la disciplina di Berruti, di Mennea e (anche) di Bolt, cadde vittima della “capitolazione tematica” della World Athletics, l’ex Iaaf,  di fronte alle esigenze dello spettacolo che imponevano tagli: non più di 90 minuti di spettacolo a manifestazione per le previste 12 tappe della Diamond League. La forma (i formati) diventava contenuto (gli spazi tv e i tempi tecnici di trasmissione più importanti dei tempi del cronometro sul campo). E poco importava se per raggiungere il traguardo si disperdessero i valori dell'atletica, che prende appunto forma e spessore, cioè contenuto, proprio dalla diversità dei gesti effettuati e offerti. I 200 dunque venivano rimossi come cellule malaticce, post-Bolt, estirpati come se fossero un evento secondario, ridotti a qual…
A novembre venne proclamato una specie di lockdown anticipato, personalizzato e internazionale, nei confronti dei 200 metri. Che era successo? Una cosa da niente. Era successo che la disciplina di Berruti, di Mennea e (anche) di Bolt, cadde vittima della “capitolazione tematica” della World Athletics, l’ex Iaaf,  di fronte alle esigenze dello spettacolo che imponevano tagli: non più di 90 minuti di spettacolo a manifestazione per le previste 12 tappe della Diamond League. La forma (i formati) diventava contenuto (gli spazi tv e i tempi tecnici di trasmissione più importanti dei tempi del cronometro sul campo). E poco importava se per raggiungere il traguardo si disperdessero i valori dell'atletica, che prende appunto forma e spessore, cioè contenuto, proprio dalla diversità dei gesti effettuati e offerti. I 200 dunque venivano rimossi come cellule malaticce, post-Bolt, estirpati come se fossero un evento secondario, ridotti a qualche esibizione isolata. Questa specialità è veramente andata da un polo all’altro: da Bolt al rischio di sparire. Una specialità maledetta, dunque, forse per questo affascinante più di prima, ma difficilmente gestibile, anche per chi la corre più spesso. Vediamo.

Può darsi che il business vada più veloce di Noah Lyles (l'erede potenziale di Bolt). Di sicuro la frusta degli affari ha colpito la schiena di uno sport che ha bisogno di “eroi” e di eventi leggendari (mai come quest’anno i 200, che ricordano i 60 anni di Roma ’60 e di Berruti). Mentre in questo modo, al contrario, l'unico risultato che s’è ottenuto è di mettere in allarme o di allontanare “eroi” come Lyles, Taylor, Claye (perché nel taglio è compreso anche il salto triplo), tutta gente che ha fatto e sta facendo la storia dell’atletica, ai quali non sarà più concesso di misurarsi per la conquista, per esempio, del “diamante”. Per il 2020 erano previsti pochissimi 200 internazionali (a parte Olimpiadi ed Europei, rinviati). Solo poche tappe della Diamond League avranno le gare prescelte (per l'esclusione): nel 2020 vedremo solo cinque 200, nel 2021 forse anche meno. Poi è arrivata la pandemia che ha scosso ancor di più l’albero delle residue certezze agonistiche, rendendo i 200 foglie morte. I 200 si correranno però venerdì 14 agosto a Montecarlo nella prima tappa ufficiale della dilaniata Diamond League di quest’anno difficile. Ci sarà Noah Lyles ai blocchi del Louis II del principato, accanto al suo fratello minore (di un anno) Josephus. E ci sarà anche il turco Guliyev, oro mondiale a Londra nel 2017. Ma gli altri sono attori di secondo o terzo piano, incluso il britannico Gemili, non più quello di sei anni fa. Ormai i 200 sono una specie di contorno per gourmet dell’atletica (i 200 ad alto livello già non esistono più indoor perché si è scoperto che correre nelle corsie alte nell’anello parabolico al chiuso arrecava troppi vantaggi). Gli atleti coinvolti nella grandezza di queste prove continueranno a fare storia, ma dovranno cercarsi altri palcoscenici (il circuito ex Iaaf Challenge, Europei, Mondiali, Olimpiadi) perché il circuito più importante del calendario, la Diamond League, schiavo di un sistema che privilegia ormai l'utenza lontana, ossia quella televisiva, a quella diretta, ossia quella dello stadio, ha deciso di farne a meno. Tutto questo avviene proprio nel momento in cui i 200 vengono spesso abbandonati o accantonati anche dai centisti. Come lo stesso Tortu. Ormai la preparazione dei 200 non è più praticabile da chi lavora in allenamento soprattutto per i 100. Si può andare in confusione. I 100 sono una disciplina a prevalenza neuro-muscolare, i 200 a prevalenza metabolica (la resistenza alla velocità è primaria). E spesso, o quasi sempre, se si mette benzina da una parte, bisogna toglierne dall’altra. Oppure si rischia di andare in sovrallenamento, col risultato di andare piano sia nei 100 che nei 200. Dei più recenti duecentisti, pochi sono stelle sui 100 (vedi Lyles o lo stesso Guliyev). E così alla rovescia (vedi Coleman, Tortu, Jacobs). Di Bolt, di superdotati come il giamaicano non ne esistono più. Quando provò a trasformarsi fisicamente e a immaginarsi più stabilmente duecentista, il francese Lemaitre, il primo bianco capace di correre i 100 in 9”92 e i 200 in 19”80, perse la bussola e cominciò a rallentare e a farsi male (sino all’ultimo infortunio in Finlandia martedì scorso).

I 200 sono creature cattive. Sembrano corti e non lo sono. Sembrano il doppio dei 100 e in fondo non lo sono. Sembrano offrirsi a più atleti e invece è l'esatto contrario. La loro gestione è complessa. E adesso diminuiscono pure le gare disponibili. Si scompongono in almeno quattro distinte fasi, ognuna da eseguire alla perfezione, soprattutto ad alto livello. Accelerazione all'80%, mantenimento in curva, rabbocco di accelerazione in uscita di curva e rettilineo. In questo senso, che è l’unico accertato peraltro, Bolt ha spento gli ardori degli avversari e cambiato faccia alla distanza. Ha ucciso anche lo slancio dei più coraggiosi. Il 19”19 del 2009 a Berlino, cancellando il record di Michael Johnson, ha funzionato da tappo. Quel “crono” spaziale, con la sua irraggiungibilità, ha sigillato un'epoca dentro una botte (anche per lo stesso Bolt). Sono emersi, da quei giorni, sempre meno atleti che da fuori si potevano indicare come veri duecentisti. Solo ultimamente sono usciti Lyles e Guliyev. E l’altro americano Bednarek che sta a cavallo fra 200 e 400. La partecipazione si è ridotta soprattutto fra gli uomini velocisti (i 200 sono spesso affrontati dai quattrocentisti che corrono per migliorare la propria velocità di base). Ma lo è anche fra le donne (l'effetto Griffith non può essere paragonato all'effetto Bolt, Bolt è un marziano umano, la Griffith correva come un uomo...). Un tempo c'erano Fredericks, Boldon, Thompson, per non dire di quella fantastica “anomalia” chiamata Michael Johnson. Sino a sei anni fa ci avevano provato l'americano Young e il giamaicano Weir. L'exploit di Yohan Blake (19”26) è rimasto isolato e con un contorno vagamente fiabesco, se non proprio misterioso. Per qualche tempo, l’unico duecentista in circolazione era stata una donna: Dafne Schippers. Ma è durata poco, tanto per dimostrare la cattiveria della disciplina.

Come per miracolo, Bolt ha assorbito il senso e le magie di 100 e 200 in una sola struttura agonistica. Gli altri si arrangiano, si spostano, ci provano. In Italia erano emersi due buoni duecentisti “veri”: Diego Marani e Davide Manenti. Il miglior 200 azzurro degli ultimi mesi è stato il 20”13 di Desalu (secondo italiano di sempre dopo Mennea), che però è rimasto isolato nella bacheca di “Faustino”, come un quadrifoglio. Per tornare alla difficoltà di doppiare 100 e 200, Tortu sta preferendo i 100, anche perché ogni volta che ha provato a correre i 200 (due volte al Golden Gala), è successo qualcosa di antipatico (infortuni vari). Uno dei primi a essere “pensato” e allenato come “duecentista puro” fu proprio Pietro Mennea. Costruito per quella distribuzione delle forze, capace con le sue gambe esili e il suo andare sbilenco di essere stabilmente più rapido nella seconda parte di gara (semplicemente perché non perdeva velocità o ne perdeva meno degli altri), sapeva competere con un “duecentista” di grido come Don Quarrie. Borzov si prestò alla doppia distanza, ma non era il suo pane. Gli americani hanno sfornato “duecentisti” per anni, gli ultimi puri della specialità sono stati Xavier Carter, Walter Dix e soprattutto Wallace Spearmon. Si sono adattati Greene, Lewis, ma della loro epoca il più autorevole “duecentista” fu il piccolo Mike Marsh, che ebbe l'ardire di graffiare il record del mondo di Pietro correndo appena un centesimo più lento (19”73). Si sono adattati Tyson Gay e lo stesso Gatlin, che soltanto nel suo anno magico, il 2015, è stato capace di chiudere in 19”57.

Ora è tutto diverso. I 200 cercano un volto da lasciare ai posteri. E non si trova. Di giamaicani non si parla più, dall’isola fatata non esce più nessuno che meriti attenzione. Sicuramente il forte è Noah Lyles. Il quale però, una quindicina di giorni fa, ha postato sui social un’ammissione che sa di scusa e insieme di resa, a un anno da Tokyo (ammesso che si vada): “Annuncio a tutti che finalmente ho accettato la realtà e ho cominciato ad usare degli anti-depressivi per curare la mia salute mentale”. Strano segnale.