Augusto Rado, il campione malato di nervi
di GIANNI CLERICIRipubblichiamo l'articolo uscito su Repubblica il 5 agosto 1990
LA CLUB House del Tennis Alassio, che accoglie oggi turisti in atroci magliette rosa shocking, alla Agassi, è lo stesso edificio colonial costruito nei primi Anni Venti di Sir Lionel Hambury, sportman e mecenate, l' uomo al quale si attribuisce la paternità dell' ospedale, la biblioteca e chissà cos' altro. Come vi giunsi bambino, nel 1937, il Tennis Club Alassio non aveva ancora perduto la sua aria anglo-indiana, punto d' incontro e di rifugio dei molti civil servants di Sua Maestà Britannica, ormai incapaci di rassegnarsi ad una vita piovosa e priva di servitori. Noi indigeni italiani eravamo accettati, e in qualche caso visti di buon occhio, soprattutto se appartenenti alla nobiltà araldica, o a quella del lavoro, come accadeva per esemio ai Quintavalle, Conti per meriti aziendali. Il mio incontro col tennis nacque attraverso l' Agenzia immobiliare De Galleani, che affittò a mio padre una villetta d' intonaco rosa da…
LA CLUB House del Tennis Alassio, che accoglie oggi turisti in atroci magliette rosa shocking, alla Agassi, è lo stesso edificio colonial costruito nei primi Anni Venti di Sir Lionel Hambury, sportman e mecenate, l' uomo al quale si attribuisce la paternità dell' ospedale, la biblioteca e chissà cos' altro. Come vi giunsi bambino, nel 1937, il Tennis Club Alassio non aveva ancora perduto la sua aria anglo-indiana, punto d' incontro e di rifugio dei molti civil servants di Sua Maestà Britannica, ormai incapaci di rassegnarsi ad una vita piovosa e priva di servitori. Noi indigeni italiani eravamo accettati, e in qualche caso visti di buon occhio, soprattutto se appartenenti alla nobiltà araldica, o a quella del lavoro, come accadeva per esemio ai Quintavalle, Conti per meriti aziendali. Il mio incontro col tennis nacque attraverso l' Agenzia immobiliare De Galleani, che affittò a mio padre una villetta d' intonaco rosa dalla quale si dominava la prospettiva dei cinque campi centrali, incorniciati dalla fitta siepe di cipressi. Come resistere al desiderio di inaugurare una splendida racchettina di 12 once, fabbricata dalla famosa SIRT di Bordighera? Il segretario Mr. Goodchild - ancora non sapevo significasse buon-bambino - mi ammise al rango di socio nonostante ancora non avessi l' età. Papà aveva sottoscritto senza fiatare anche un abbonamento di 20 lezioni con l' allenatore americano, Mr. Sweet. Altissimo e panciuto, perennemente in calzoni Knickerbokers che lasciavano nudo il polpaccio tatuato di varici, l' allenatore era famigliarmente conosciuto in paese col nome di Mangia-Bibin.
La domenica, il suo giorno di riposo, Mr. Sweet acquistava infatti puntualmente un grosso tacchino (bibin, nel dialetto locale) e rimaneva beatamente a letto a rosicchiarlo. Terminato il corso di 20 lezioni, Sweet si rivolse a papà chiamandolo Comandatore, e lo invitò a cena. Il mattino dopo, prima di scuola, fui convocato da mio padre. Temevo che qualche assenza ingiustificata fosse venuta a galla, ma mi sentii dire, incredulo, che Sweet riteneva avessi le qualità per diventare campione, e proponeva di allenarmi intensamente, per tutto l' anno. Quel che preoccupa concluse papà è che lo pensa davvero. Non ha richiesto nessun compenso. Da quella giornata sorprendente il mio destino venne, almeno in parte, segnato. Il tennis quotidiano entrò nei miei bioritmi, così come l' abitudine alla doccia, i rudimenti della lingua inglese, e la convinzione che i punti non si devono rubare. Ragazzino di sette anni, iniziai un sodalizio tennistico con il proprietario del club, Lord Hambury, divertito dai colossali handicap che Mr. Goodchild era costretto ad assegnarci, nelle gare che sempre terminavano in gloria, tra toasts imburrati, plum-cakes e muffins. A quelle gare scherzose non partecipava ovviamente Mr. Sweet, perché i professionisti non potevano misurarsi con i dilettanti. Nemmeno si degnavano d' iscriversi i due più famosi tennisti del Club, gli spagnoli Costa e Durall. La loro presenza ad Alassio, mi spiegò un giorno lord Hambury, era causata da una guerra che divampava in Spagna. Credetti di capire che la guerra impedisse ai due la prediletta pratica sportiva e, da allora, diventai, ancor prima che loro ammiratore, loro tifoso. Costa era un regolarista tutto lob e rincorse, Durall aveva un rovescio che nemmeno le magie di Mr. Sweet riuscivano a curare. Battevano però facilmente i più forti tennisti indigeni, e mi aspettavo di vederli in finale, nel torneo internazionale che sarebbe iniziato di lì a poco, per il quale avevo ottenuto mezza giornata di esenzione dalle lezioni elementari. Dalla vicina San Remo, chi in treno, chi in auto sommerse di valige e racchette serrate nelle loro presse, giungevano i campioni. Noi ragazzini ci stringevamo gli uni agli altri, invidiosi più di sempre di Lord Hambury e Mr. Goodchild che ricevevano famigliarmente quegli ospiti fasciati di bianche flanelle, e di giacche a strisce colorate, i colori dei club.
CI ADDITAVAMO il francese Lesueur, il cui nome significava Sudore, tennista infaticabile dunque, magro come un chiodo, ironico, la sigaretta appiccicata all' angolo della bocca. Aveva appena battuto, a San Remo, nientemeno che il Campione d' Italia Giovannino Palmieri, un omino silenzioso, dai capelli gominati, che sprigionava dal corpo minuto un' energia palpabile, simile all' accumulatore che faceva funzionare la ghiacciaia del circolo. Tra le signore, grande impressione aveva provocato l' arrivo della Valerio. Imbattuta tra le italiane da tempo immemorabile, la Signorina Lucia aveva parcheggiato di fronte ai due marmorei leoni dell' ingresso la sua vettura personale, era scesa un attimo sui campi, si era chinata impolverando un lembo della sua stupenda pelliccia, e aveva impresso le dita sulla terra rossa, quasi per lasciarvi un' impronta. Ci domandavamo il perché, di questa misteriosa ispezione, quando tutto si chiarì con l' apparizione di Garibaldi, l' incaricato della manutenzione dei court. Si affrettò verso la Signorina Lucia, si piegò in due in un profondissimo inchino, e riuscì a fatica a sillabare alcune parole sconnesse.
Dovette averne pietà, la Signorina, se lo rialzò, per sorridergli, con i suoi lunghi denti cavallini. Tutto era in ordine, i campi andavano benissimo. Riprese posto nella sua Dilamda, la campionessa, e l' autista sottrasse lei e i suoi quattro bauli di pellicce e racchette ai nostri occhi ammirati. E iniziò il torneo. Il giudice arbitro Niccodemo, rinserrato in una divisa d' orbace e con in testa un curioso cappelluccio chiamato Fez, prese a imperversare, mentre Goodchild lo seguiva con occhio afflitto, e procedeva a tradurre nell' indispensabile inglese. Il primo turno era appena iniziato che già, incredibile, i nostri idoli erano violentemente estromessi. Costa aveva perduto dal campione di Grecia, Nicolaides, mentre il brillantissimo Durral era stato addirittura ridicolizzato da un piccolo italiano, Augusto Rado. Questo Rado aveva la peculiarità di battere i suoi servizi col rovescio, lanciando la palla ben a sinistra del corpo. Rimasi tanto impressionato da questo colpo sconosciuto che tentai subito di imitarlo, sul campo deserto di Sweet. Rado mi vide, sorrise, entrò nel rettangolo, e domandò se volessi giocare qualche palla. Riuscii a stento a dir di sì, e iniziai un palleggio che parve sorprendere felicemente il campione, tanto che, dopo un minuto, arrivò a chiedermi se volessi tentare un set. Con mio vivo dolore, la partita venne interrotta dal ritorno di Sweet, eccitatissimo per la presenza di Fraulein Beutner, una tedesca nera come un' africana, una delle favorite del torneo.
MA ORMAI, per me, non c' erano più Costa o Durall, Valerio o Beutner che tenessero. Mi ero totalmente innamorato di Rado, e assistevo alle sue partite, gli portavo la borsa, raccattavo le palle durante gli allenamenti. Con mia profonda incredulità, il milanese non avrebbe vinto il torneo, ma sarebbe stato eliminato nei quarti, da un ungherese chiamato Gabory: tipo odioso, spaccone, maleducato. Dopo la partita, il povero Rado pareva tanto afflitto che spinsi la mia audacia ad invitarlo a casa, per un the, una fetta di torta. Dal balcone, dove mamma ci aveva serviti, rimanemmo a guardare le partite, che si svolgevano a non più di cento metri. Distanza sufficiente perché quelle figurette apparissero meno reali, così come anche i suoni giungevano smorzati, e a stento si percepiva l' impatto delle bianche Pirelli sulle corde. Allora, mentre la mamma si allontanava per bollire altra acqua, tostare altro pane, quell' uomo fatto, quello che per me era un grande, si lasciò andare ad una sorprendente confessione. Il suo servizio da sinistra, la sua battuta a rovescio, erano effetto di un incomprensibile spasmo nervoso, un tic che nessun medico, fino allora, era stato capace di curare. Soltanto due anni prima Rado era stato la maggior speranza italiana, addirittura aveva esordito in Coppa Davis, contro i maestri inglesi.
D' un tratto, quella misteriosa presenza gli si era insinuata dentro, ne aveva fatto uno schiavo: non riusciva più a fissare le palle che gli giungessero da destra, dall' alto. Dapprima disperato, poi combattuto tra l' avvilimento e la speranza, Rado aveva modificato il suo gioco, era riuscito a continuare. Sperava ciecamente che, com' era venuto, il maledetto spasmo lo abbandonasse, sperava di ritornare il campione che era stato. Perché capisci. Se non si crede di poter essere il primo, il migliore, allora è inutile continuare; andava dicendomi. Facevo cenno di sì, e riuscii a trattenere le lacrime finché se ne fu andato, ritornato al Club per un doppio. Quella partita non ebbi il cuore di vederla. Ritornai in camera con la scusa dei compiti. E finalmente piansi, per quella smisurata, incomprensibile ingiustizia.
La domenica, il suo giorno di riposo, Mr. Sweet acquistava infatti puntualmente un grosso tacchino (bibin, nel dialetto locale) e rimaneva beatamente a letto a rosicchiarlo. Terminato il corso di 20 lezioni, Sweet si rivolse a papà chiamandolo Comandatore, e lo invitò a cena. Il mattino dopo, prima di scuola, fui convocato da mio padre. Temevo che qualche assenza ingiustificata fosse venuta a galla, ma mi sentii dire, incredulo, che Sweet riteneva avessi le qualità per diventare campione, e proponeva di allenarmi intensamente, per tutto l' anno. Quel che preoccupa concluse papà è che lo pensa davvero. Non ha richiesto nessun compenso. Da quella giornata sorprendente il mio destino venne, almeno in parte, segnato. Il tennis quotidiano entrò nei miei bioritmi, così come l' abitudine alla doccia, i rudimenti della lingua inglese, e la convinzione che i punti non si devono rubare. Ragazzino di sette anni, iniziai un sodalizio tennistico con il proprietario del club, Lord Hambury, divertito dai colossali handicap che Mr. Goodchild era costretto ad assegnarci, nelle gare che sempre terminavano in gloria, tra toasts imburrati, plum-cakes e muffins. A quelle gare scherzose non partecipava ovviamente Mr. Sweet, perché i professionisti non potevano misurarsi con i dilettanti. Nemmeno si degnavano d' iscriversi i due più famosi tennisti del Club, gli spagnoli Costa e Durall. La loro presenza ad Alassio, mi spiegò un giorno lord Hambury, era causata da una guerra che divampava in Spagna. Credetti di capire che la guerra impedisse ai due la prediletta pratica sportiva e, da allora, diventai, ancor prima che loro ammiratore, loro tifoso. Costa era un regolarista tutto lob e rincorse, Durall aveva un rovescio che nemmeno le magie di Mr. Sweet riuscivano a curare. Battevano però facilmente i più forti tennisti indigeni, e mi aspettavo di vederli in finale, nel torneo internazionale che sarebbe iniziato di lì a poco, per il quale avevo ottenuto mezza giornata di esenzione dalle lezioni elementari. Dalla vicina San Remo, chi in treno, chi in auto sommerse di valige e racchette serrate nelle loro presse, giungevano i campioni. Noi ragazzini ci stringevamo gli uni agli altri, invidiosi più di sempre di Lord Hambury e Mr. Goodchild che ricevevano famigliarmente quegli ospiti fasciati di bianche flanelle, e di giacche a strisce colorate, i colori dei club.
CI ADDITAVAMO il francese Lesueur, il cui nome significava Sudore, tennista infaticabile dunque, magro come un chiodo, ironico, la sigaretta appiccicata all' angolo della bocca. Aveva appena battuto, a San Remo, nientemeno che il Campione d' Italia Giovannino Palmieri, un omino silenzioso, dai capelli gominati, che sprigionava dal corpo minuto un' energia palpabile, simile all' accumulatore che faceva funzionare la ghiacciaia del circolo. Tra le signore, grande impressione aveva provocato l' arrivo della Valerio. Imbattuta tra le italiane da tempo immemorabile, la Signorina Lucia aveva parcheggiato di fronte ai due marmorei leoni dell' ingresso la sua vettura personale, era scesa un attimo sui campi, si era chinata impolverando un lembo della sua stupenda pelliccia, e aveva impresso le dita sulla terra rossa, quasi per lasciarvi un' impronta. Ci domandavamo il perché, di questa misteriosa ispezione, quando tutto si chiarì con l' apparizione di Garibaldi, l' incaricato della manutenzione dei court. Si affrettò verso la Signorina Lucia, si piegò in due in un profondissimo inchino, e riuscì a fatica a sillabare alcune parole sconnesse.
Dovette averne pietà, la Signorina, se lo rialzò, per sorridergli, con i suoi lunghi denti cavallini. Tutto era in ordine, i campi andavano benissimo. Riprese posto nella sua Dilamda, la campionessa, e l' autista sottrasse lei e i suoi quattro bauli di pellicce e racchette ai nostri occhi ammirati. E iniziò il torneo. Il giudice arbitro Niccodemo, rinserrato in una divisa d' orbace e con in testa un curioso cappelluccio chiamato Fez, prese a imperversare, mentre Goodchild lo seguiva con occhio afflitto, e procedeva a tradurre nell' indispensabile inglese. Il primo turno era appena iniziato che già, incredibile, i nostri idoli erano violentemente estromessi. Costa aveva perduto dal campione di Grecia, Nicolaides, mentre il brillantissimo Durral era stato addirittura ridicolizzato da un piccolo italiano, Augusto Rado. Questo Rado aveva la peculiarità di battere i suoi servizi col rovescio, lanciando la palla ben a sinistra del corpo. Rimasi tanto impressionato da questo colpo sconosciuto che tentai subito di imitarlo, sul campo deserto di Sweet. Rado mi vide, sorrise, entrò nel rettangolo, e domandò se volessi giocare qualche palla. Riuscii a stento a dir di sì, e iniziai un palleggio che parve sorprendere felicemente il campione, tanto che, dopo un minuto, arrivò a chiedermi se volessi tentare un set. Con mio vivo dolore, la partita venne interrotta dal ritorno di Sweet, eccitatissimo per la presenza di Fraulein Beutner, una tedesca nera come un' africana, una delle favorite del torneo.
MA ORMAI, per me, non c' erano più Costa o Durall, Valerio o Beutner che tenessero. Mi ero totalmente innamorato di Rado, e assistevo alle sue partite, gli portavo la borsa, raccattavo le palle durante gli allenamenti. Con mia profonda incredulità, il milanese non avrebbe vinto il torneo, ma sarebbe stato eliminato nei quarti, da un ungherese chiamato Gabory: tipo odioso, spaccone, maleducato. Dopo la partita, il povero Rado pareva tanto afflitto che spinsi la mia audacia ad invitarlo a casa, per un the, una fetta di torta. Dal balcone, dove mamma ci aveva serviti, rimanemmo a guardare le partite, che si svolgevano a non più di cento metri. Distanza sufficiente perché quelle figurette apparissero meno reali, così come anche i suoni giungevano smorzati, e a stento si percepiva l' impatto delle bianche Pirelli sulle corde. Allora, mentre la mamma si allontanava per bollire altra acqua, tostare altro pane, quell' uomo fatto, quello che per me era un grande, si lasciò andare ad una sorprendente confessione. Il suo servizio da sinistra, la sua battuta a rovescio, erano effetto di un incomprensibile spasmo nervoso, un tic che nessun medico, fino allora, era stato capace di curare. Soltanto due anni prima Rado era stato la maggior speranza italiana, addirittura aveva esordito in Coppa Davis, contro i maestri inglesi.
D' un tratto, quella misteriosa presenza gli si era insinuata dentro, ne aveva fatto uno schiavo: non riusciva più a fissare le palle che gli giungessero da destra, dall' alto. Dapprima disperato, poi combattuto tra l' avvilimento e la speranza, Rado aveva modificato il suo gioco, era riuscito a continuare. Sperava ciecamente che, com' era venuto, il maledetto spasmo lo abbandonasse, sperava di ritornare il campione che era stato. Perché capisci. Se non si crede di poter essere il primo, il migliore, allora è inutile continuare; andava dicendomi. Facevo cenno di sì, e riuscii a trattenere le lacrime finché se ne fu andato, ritornato al Club per un doppio. Quella partita non ebbi il cuore di vederla. Ritornai in camera con la scusa dei compiti. E finalmente piansi, per quella smisurata, incomprensibile ingiustizia.