Barcellona, il fallimento è totale: e ora i tifosi temono l'addio di Messi
dal nostro inviato ENRICO CURRO'La disfatta in Champions ha sancito il crollo di un intero sistema. La guerra tra i candidati alla carica di presidente, una squadra da rifondare e il punto interrogativo sul futuro del campione argentino
Le durissime parole di Piqué, che non è un semplice calciatore del Barcellona, ma un imprenditore e un potenziale presidente del club, quando smetterà di giocare, confermano un fatto già noto da tempo e destinato a innescare un effetto a catena alla prima sconfitta dal senso definitivo, come è stata appunto questa col Bayern. Più della panchina del capro espiatorio perfetto Setien, minata già prima della batosta più cocente nella storia del club, è tutto il sistema Barça a crollare sotto i colpi del Bayern, che non ha smentito la crudeltà del calcio tedesco, segno in verità anche della spietatezza dello sport quando è vero, cioè del suo nobile rifiuto di ogni infingimento. Anche Messi può essere umiliato e l'8-2 del Da Luz ricorda molto il Mineirazo del 2014, il 7-1 che la Germania inflisse al Brasile a domicilio, nella semifinale del Mondiale. Non è casuale che le vitti…
Le durissime parole di Piqué, che non è un semplice calciatore del Barcellona, ma un imprenditore e un potenziale presidente del club, quando smetterà di giocare, confermano un fatto già noto da tempo e destinato a innescare un effetto a catena alla prima sconfitta dal senso definitivo, come è stata appunto questa col Bayern. Più della panchina del capro espiatorio perfetto Setien, minata già prima della batosta più cocente nella storia del club, è tutto il sistema Barça a crollare sotto i colpi del Bayern, che non ha smentito la crudeltà del calcio tedesco, segno in verità anche della spietatezza dello sport quando è vero, cioè del suo nobile rifiuto di ogni infingimento. Anche Messi può essere umiliato e l'8-2 del Da Luz ricorda molto il Mineirazo del 2014, il 7-1 che la Germania inflisse al Brasile a domicilio, nella semifinale del Mondiale. Non è casuale che le vittime della mattanza siano state due squadre inclini per natura al gusto del palleggio, che quando non è più sostenuto da adeguato dinamismo diventa ricamo.
Tuttavia la questione ormai non è più l'estetica o la fine scontata del ciclo di una squadra visibilmente decotta e sopravvissuta a se stessa, malgrado gli scricchiolii e le due eliminazioni consecutive dalla Champions con Roma e Liverpool, solo grazie ai sussulti del suo artista, che coprivano le crescenti lacune del gruppo. Se è vero che la sosta per il coronavirus ha spento la squadra, il problema vero è societario. Il presidente Bartomeu, più che mai uscente e alla scadenza del mandato, sta per annunciare la data delle elezioni, che a questo punto potrebbero essere parecchio anticipate, per evitare il rischio più grande: che la feroce campagna elettorale in atto da mesi trasformi la stagione imminente in una guerra di mesi e mesi, con ricadute pesanti sull'obbligatoria rifondazione tecnica e con la conseguente paralisi della squadra stessa. Nel calcio business, in cui il fatturato del Barcellona si è avvicinato al miliardo di euro grazie a Messi, il fallimento tecnico è anche fallimento economico.
La faida elettorale comincerà con la richiesta, da parte di qualcuno dei 153 mila soci, delle dimissioni di Bartomeu. Però il succo è un altro: la guerra tra i candidati Victor Font, imprenditore dei media e sponsor del lancio da allenatore dell'ex campione Xavi (ma lui smentisce di puntare alla panchina), dell'avvocato Toni Freixa favorito nei primi sondaggi tra i tifosi, dell'outsider Jordi Roche vicino all'ex presidente Rosell (che ha a sua volta smentito di volersi candidare con l'appoggio dell'altro ex presidente Laporta) e del socio Juan Rosell, omonimo del suddetto Sandro. Sul potere politico del Barcellona e sulle sue venature politiche, in questa fase storica particolarmente intrise di indipendentismo catalano, esistono decine di volumi nelle librerie della Catalogna: è facile prevedere che la bibliografia si arricchirà presto. Invece ai tifosi del Barcellona, sparsi in tutto il mondo e devoti fuori dalla regione soprattutto a Leo Messi, preme sapere se l'idolo resterà il centro di gravità della squadra. Finora nessuno ha dato peso alle voci sull'Inter e sul trasloco fiscale a Milano di papà Jorge. Leo è un argentino di Catalogna, casalingo e abitudinario secondo i biografi, nonché promesso sposo a vita della patria d'adozione. Il pronostico più acceditato è che il nuovo presidente, chiunque sia, non potrà non assecondarne il desiderio di costruire una squadra competitiva, a sua immagine e somiglianza. Ma nessun campione è eterno ed eterna, anche se si protraesse per un paio di stagioni almeno, non potrà essere nemmeno la magnifica storia di Re Leo fuoriclasse al Barça. Il crudele Bayern ha detto anche questo.
Tuttavia la questione ormai non è più l'estetica o la fine scontata del ciclo di una squadra visibilmente decotta e sopravvissuta a se stessa, malgrado gli scricchiolii e le due eliminazioni consecutive dalla Champions con Roma e Liverpool, solo grazie ai sussulti del suo artista, che coprivano le crescenti lacune del gruppo. Se è vero che la sosta per il coronavirus ha spento la squadra, il problema vero è societario. Il presidente Bartomeu, più che mai uscente e alla scadenza del mandato, sta per annunciare la data delle elezioni, che a questo punto potrebbero essere parecchio anticipate, per evitare il rischio più grande: che la feroce campagna elettorale in atto da mesi trasformi la stagione imminente in una guerra di mesi e mesi, con ricadute pesanti sull'obbligatoria rifondazione tecnica e con la conseguente paralisi della squadra stessa. Nel calcio business, in cui il fatturato del Barcellona si è avvicinato al miliardo di euro grazie a Messi, il fallimento tecnico è anche fallimento economico.
La faida elettorale comincerà con la richiesta, da parte di qualcuno dei 153 mila soci, delle dimissioni di Bartomeu. Però il succo è un altro: la guerra tra i candidati Victor Font, imprenditore dei media e sponsor del lancio da allenatore dell'ex campione Xavi (ma lui smentisce di puntare alla panchina), dell'avvocato Toni Freixa favorito nei primi sondaggi tra i tifosi, dell'outsider Jordi Roche vicino all'ex presidente Rosell (che ha a sua volta smentito di volersi candidare con l'appoggio dell'altro ex presidente Laporta) e del socio Juan Rosell, omonimo del suddetto Sandro. Sul potere politico del Barcellona e sulle sue venature politiche, in questa fase storica particolarmente intrise di indipendentismo catalano, esistono decine di volumi nelle librerie della Catalogna: è facile prevedere che la bibliografia si arricchirà presto. Invece ai tifosi del Barcellona, sparsi in tutto il mondo e devoti fuori dalla regione soprattutto a Leo Messi, preme sapere se l'idolo resterà il centro di gravità della squadra. Finora nessuno ha dato peso alle voci sull'Inter e sul trasloco fiscale a Milano di papà Jorge. Leo è un argentino di Catalogna, casalingo e abitudinario secondo i biografi, nonché promesso sposo a vita della patria d'adozione. Il pronostico più acceditato è che il nuovo presidente, chiunque sia, non potrà non assecondarne il desiderio di costruire una squadra competitiva, a sua immagine e somiglianza. Ma nessun campione è eterno ed eterna, anche se si protraesse per un paio di stagioni almeno, non potrà essere nemmeno la magnifica storia di Re Leo fuoriclasse al Barça. Il crudele Bayern ha detto anche questo.