Buon sangue non mente: un altro Andretti, trentatrè anni dopo
di ALESSANDRA RETICOIl nipote di Mario, Marco, fa la pole nella 500 Miglia di Indianapolis. Domenica la gara
Andretti Dynasty. Trentatre anni dopo Mario, il nipote Marco fa la pole nella 500 Miglia di Indianapolis che si correrà domenica prossima. "Incredibile, meraviglioso" dice scendendo commosso e sudato dalla sua monoposto numero 98 motorizzata Honda della Andretti Herta Autosport, la scuderia di papà Michael, 57 anni, anche lui pilota e campione di CART. I motori e la velocità come alfabeto di famiglia: anche l'altro figlio di Mario, Jeff, e il nipote John, figlio del fratello gemello Aldo, sono piloti in varie categorie.
"Ci mette impegno e dedizione, che è tutto quello che è sempre stato importante per noi" ha raccontato Mario, 80 anni, all'Indianapolis Star parlando del nipote e di tutti i suoi eredi. Ma è soprattutto lui ad aver vinto tutto in carriera, entrando di diritto nella Hall of Fame del motorsport: dalla 500 Miglia di Indianapolis nel 1962, alla 12 Ore di Sebring nel 1967, al titolo in F1 con la Lotus ne…
"Ci mette impegno e dedizione, che è tutto quello che è sempre stato importante per noi" ha raccontato Mario, 80 anni, all'Indianapolis Star parlando del nipote e di tutti i suoi eredi. Ma è soprattutto lui ad aver vinto tutto in carriera, entrando di diritto nella Hall of Fame del motorsport: dalla 500 Miglia di Indianapolis nel 1962, alla 12 Ore di Sebring nel 1967, al titolo in F1 con la Lotus ne…
Andretti Dynasty. Trentatre anni dopo Mario, il nipote Marco fa la pole nella 500 Miglia di Indianapolis che si correrà domenica prossima. "Incredibile, meraviglioso" dice scendendo commosso e sudato dalla sua monoposto numero 98 motorizzata Honda della Andretti Herta Autosport, la scuderia di papà Michael, 57 anni, anche lui pilota e campione di CART. I motori e la velocità come alfabeto di famiglia: anche l'altro figlio di Mario, Jeff, e il nipote John, figlio del fratello gemello Aldo, sono piloti in varie categorie.
"Ci mette impegno e dedizione, che è tutto quello che è sempre stato importante per noi" ha raccontato Mario, 80 anni, all'Indianapolis Star parlando del nipote e di tutti i suoi eredi. Ma è soprattutto lui ad aver vinto tutto in carriera, entrando di diritto nella Hall of Fame del motorsport: dalla 500 Miglia di Indianapolis nel 1962, alla 12 Ore di Sebring nel 1967, al titolo in F1 con la Lotus nel 1978, ma prima e dopo, con un totale di 12 Gp vinti, è passato anche in Ferrari nel 1971 e per le ultime due gare del 1982, per sostituire sul sedile rosso l'incidentato Didier Pironi: pole a Monza e poi 3° in gara, contribuendo al titolo costruttori per Maranello.
"Come famiglia, ci tiriamo tutti l'uno con l'altro e siamo così orgogliosi di Marco". Che ha 33 anni, è nato a Nazareth, in Pennsylvania, dove Mario, nato nell'Istria italiana prima che diventasse Jugoslavia, si era trasferito nel 1955 da Lucca dove era con i suoi in un campo profughi. Un viaggio lungo e una storia prima di povertà e poi gloriosa, quello degli Andretti, diventati tutti americani. Marco è l'ultimo erede di questa corsa familiare: da adolescente ha quasi vinto tutto, poi la sua carriera è stata più bassi che alti a parte i 2 successi nell'IndyCar, i 20 podi e le 500 partenze nella 500 Miglia col miglior risultato di un 2° posto da rookie nel 2006 quando fu beffato sulla linea del traguardo da Sam Hornish jr. Ma finalmente è sbocciato. Ha dominato nel Fast Friday venerdì scorso, poi si è divorato le qualifiche scendendo per ultimo in pista nella corsa più amata d'America galoppando con una media di ben 231,068 mph (circa 371,867 chilometri all'ora). Più veloce del 5 volte campione IndyCar, il neozelandese Scott Dixon (231,051 mph, 371,840 km/h) che ha vinto le prime 3 gare dell'anno ed è in testa alla classifica (3° il giapponese Takuma Sato con i suoi 230,725 mph di media (371,315 km/h). Non c'era dal 1987 un Andretti in pole nella Indy500 ed era suo nonno che in tutto ne ha fatte 3 di partenze al palo nella corsa americana. "E i suoi consigli mi sono stati utili" racconta Marco: "Mi ha chiamato non molto tempo prima che salissi in macchina domenica mattina e mi ha detto: il vento ti spaventerà, ma non ti farà mai schiantare".
Ma nonno Mario, sì che si agitava sul divano della sua casa sul lago, guardando il nipote in tv: "Non c'è niente che tu possa fare, tranne sperare e pregare. Non ero mai stato così nervoso in tutta la mia vita, ma non c'è mai stato niente di più gratificante che vedere Marco fare le sue cose e il modo in cui le ha fatte. Mi sentivo così impotente. Ma ora sono così orgoglioso. Ha talento, al di là di quello che dice il suo record, e ha mostrato qualcosa oggi che tutti sapevamo che era sempre lì, ma doveva dimostrarlo. Penso che questa sia una grande svolta per lui nella sua carriera. Ci rendiamo conto di quanto siano gratificanti tutti questi risultati ed è per questo che ti sforzi, per cui lavori duramente. È per questo che corri tutti i rischi, e quando le ricompense arrivano, sai che ne è valsa la pena. Una volta che l'hai assaggiato, amico, ne vuoi di più. Questo è il bello".
Perché dopo la delusione sul traguardo nel 2006, Marco ha vinto solo due volte: in quella stagione a Sonoma e nel 2011 in Iowa. Dal 2016, solo due cinque posti e mai sul podio. Anche papà Michael, in 16 partenze alla Indy 500, non ha mai vinto. Ma adesso Marco vuole interrompere la maledizione: "Quando hai difficoltà, ne vale la pena per quando hai giorni belli come questo. È stato brutale. Sono un concorrente e non voglio non vincere gare e ottenere podi. Semplicemente non siamo programmati per non vincere". Dovesse succedere, nonno Mario già sa cosa accadrebbe: "Colpirò il soffitto saltando. Come oggi, sono ancora fuori di me e sto cercando di tornarci. Quello è mio nipote là fuori, e ha una possibilità". Di continuare, la Dynasty Andretti.
"Ci mette impegno e dedizione, che è tutto quello che è sempre stato importante per noi" ha raccontato Mario, 80 anni, all'Indianapolis Star parlando del nipote e di tutti i suoi eredi. Ma è soprattutto lui ad aver vinto tutto in carriera, entrando di diritto nella Hall of Fame del motorsport: dalla 500 Miglia di Indianapolis nel 1962, alla 12 Ore di Sebring nel 1967, al titolo in F1 con la Lotus nel 1978, ma prima e dopo, con un totale di 12 Gp vinti, è passato anche in Ferrari nel 1971 e per le ultime due gare del 1982, per sostituire sul sedile rosso l'incidentato Didier Pironi: pole a Monza e poi 3° in gara, contribuendo al titolo costruttori per Maranello.
"Come famiglia, ci tiriamo tutti l'uno con l'altro e siamo così orgogliosi di Marco". Che ha 33 anni, è nato a Nazareth, in Pennsylvania, dove Mario, nato nell'Istria italiana prima che diventasse Jugoslavia, si era trasferito nel 1955 da Lucca dove era con i suoi in un campo profughi. Un viaggio lungo e una storia prima di povertà e poi gloriosa, quello degli Andretti, diventati tutti americani. Marco è l'ultimo erede di questa corsa familiare: da adolescente ha quasi vinto tutto, poi la sua carriera è stata più bassi che alti a parte i 2 successi nell'IndyCar, i 20 podi e le 500 partenze nella 500 Miglia col miglior risultato di un 2° posto da rookie nel 2006 quando fu beffato sulla linea del traguardo da Sam Hornish jr. Ma finalmente è sbocciato. Ha dominato nel Fast Friday venerdì scorso, poi si è divorato le qualifiche scendendo per ultimo in pista nella corsa più amata d'America galoppando con una media di ben 231,068 mph (circa 371,867 chilometri all'ora). Più veloce del 5 volte campione IndyCar, il neozelandese Scott Dixon (231,051 mph, 371,840 km/h) che ha vinto le prime 3 gare dell'anno ed è in testa alla classifica (3° il giapponese Takuma Sato con i suoi 230,725 mph di media (371,315 km/h). Non c'era dal 1987 un Andretti in pole nella Indy500 ed era suo nonno che in tutto ne ha fatte 3 di partenze al palo nella corsa americana. "E i suoi consigli mi sono stati utili" racconta Marco: "Mi ha chiamato non molto tempo prima che salissi in macchina domenica mattina e mi ha detto: il vento ti spaventerà, ma non ti farà mai schiantare".
Ma nonno Mario, sì che si agitava sul divano della sua casa sul lago, guardando il nipote in tv: "Non c'è niente che tu possa fare, tranne sperare e pregare. Non ero mai stato così nervoso in tutta la mia vita, ma non c'è mai stato niente di più gratificante che vedere Marco fare le sue cose e il modo in cui le ha fatte. Mi sentivo così impotente. Ma ora sono così orgoglioso. Ha talento, al di là di quello che dice il suo record, e ha mostrato qualcosa oggi che tutti sapevamo che era sempre lì, ma doveva dimostrarlo. Penso che questa sia una grande svolta per lui nella sua carriera. Ci rendiamo conto di quanto siano gratificanti tutti questi risultati ed è per questo che ti sforzi, per cui lavori duramente. È per questo che corri tutti i rischi, e quando le ricompense arrivano, sai che ne è valsa la pena. Una volta che l'hai assaggiato, amico, ne vuoi di più. Questo è il bello".
Perché dopo la delusione sul traguardo nel 2006, Marco ha vinto solo due volte: in quella stagione a Sonoma e nel 2011 in Iowa. Dal 2016, solo due cinque posti e mai sul podio. Anche papà Michael, in 16 partenze alla Indy 500, non ha mai vinto. Ma adesso Marco vuole interrompere la maledizione: "Quando hai difficoltà, ne vale la pena per quando hai giorni belli come questo. È stato brutale. Sono un concorrente e non voglio non vincere gare e ottenere podi. Semplicemente non siamo programmati per non vincere". Dovesse succedere, nonno Mario già sa cosa accadrebbe: "Colpirò il soffitto saltando. Come oggi, sono ancora fuori di me e sto cercando di tornarci. Quello è mio nipote là fuori, e ha una possibilità". Di continuare, la Dynasty Andretti.