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La gioia di Serge Gnabry, 25 anni, ala destra del Bayern (reuters)

La rivincita di Gnabry, freccia del Bayern con l'Africa nel cuore

Ha segnato la doppietta al Lione col gesto della pentola di Harden, guida la squadra tedesca favorita nella finale di Champions. L'Inghilterra l'ha respinto, la Germania l'ha rilanciato e ora lui ha scoperto la Costa d'Avorio terra del padre
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LISBONA - “Non è importante che io abbia segnato due gol e non è importante come esulto. L’importante è che il Bayern sia in finale e che si concentri su come battere il Psg”. Invece è importantissimo, anche ciò che il protocollo delle banalità post partita non contempla. È importante che Serge Gnabry - 25 anni, ala destra della squadra che arriva all’appuntamento decisivo della Champions, se non come favorita tecnicamente, certamente col peso della storia – abbia dimostrato nella semifinale col Lione il valore della fatica e della perseveranza: nello sport non è una novità, ma quando succede è sempre un bell’esempio per chi a volte nella vita pensa di arrendersi. Robbéry (soprannome della coppia di ali fantastiche del vecchio Bayern, l’olandese Robben e il francese Ribéry, e oggi nomignolo magari un po’iperbolico del velocista, come a dire che lui da sol…
LISBONA - “Non è importante che io abbia segnato due gol e non è importante come esulto. L’importante è che il Bayern sia in finale e che si concentri su come battere il Psg”. Invece è importantissimo, anche ciò che il protocollo delle banalità post partita non contempla. È importante che Serge Gnabry - 25 anni, ala destra della squadra che arriva all’appuntamento decisivo della Champions, se non come favorita tecnicamente, certamente col peso della storia – abbia dimostrato nella semifinale col Lione il valore della fatica e della perseveranza: nello sport non è una novità, ma quando succede è sempre un bell’esempio per chi a volte nella vita pensa di arrendersi. Robbéry (soprannome della coppia di ali fantastiche del vecchio Bayern, l’olandese Robben e il francese Ribéry, e oggi nomignolo magari un po’iperbolico del velocista, come a dire che lui da solo vale per due) ha festeggiato la sua doppietta col gesto di chi mescola qualcosa nella pentola, mutuato dal cestista Nba James Harden: c’è qualcosa che bolle, lì dentro, e sono gli avversari. E devono essere di nuovo fischiate le orecchie a Tony Pulis, allenatore gallese dall’onorata carriera nella provincia della Premier League, che rischia di essere ricordato soprattutto per la clamorosa cantonata di cinque anni fa, quando lui guidava il West Bromwich Albion e quel ragazzo era stato spedito lì dall’Arsenal perché a Londra non stava mantenendo le promesse, complice anche un infortunio: “Mi dispiace, ma Serge non è all’altezza della Premier League”, disse Pulis. Adesso vorrebbe non averlo mai detto.

Un padre esigente 

Il ragazzo sarà anche stato inadeguato al calcio inglese, però è diventato adeguatissimo alla Champions League e alla Nazionale tedesca: 9 gol in 9 partite in questa edizione della coppa, 13 in 13 nella Mannschaft, più gli assist sui quali non c’è accordo tra gli statistici e il succo è che ormai non si contano. La metafora del profeta in patria è particolarmente adatta al suo caso. In Africa sono abituati a festeggiare i figli dei loro figli, emigrati in Europa, oppure il passato. In Camerun, in queste ore, si celebrano i Leoni indomabili del Mondiale di Italia ’90, capitanati da Sua Eccellenza Roger Milla: trent’anni dopo, è stato finalmente riconosciuto ai reduci il diritto ad avere una villa a testa, come da promessa del governo di allora, e nel frattempo tre di loro sono scomparsi. In Costa d’Avorio questa Champions era già motivo di festa per il gol al Manchester City segnato da Maxwel Cornet, che gioca in Nazionale. Ma poi sono arrivate le prodezze di Gnabry e ora tutti vorrebbero che la patria di Serge fosse la stessa di papà Jean-Hermann, la Costa d’Avorio appunto. Invece è la Germania. Jean-Hermann ci era andato per imparare il tedesco e poi tornare a casa per insegnarlo o per business: contava sul fatto che il 7% degli affari ivoriani si fanno con la Germania. Solo che si fermò a Stoccarda per amore di Brigit e al piccolo Serge insegnò subito che lo sport è una cosa importante. A quattro anni i genitori lo iscrissero a una squadra locale, il Tsv Weissach. Già da ragazzino era il più veloce di tutti e sognava di sfidare Bolt, ma mentre sfrecciava era anche bravissimo a controllare il pallone e a tirare: “Papà mi diceva di ripetere il movimento fino a stancarmi: scappa veloce e tira forte da lontano”. Il primo gol in semifinale l’ha fatto proprio così. Gnabry senior non volle che il figlio dodicenne andasse a Monaco di Baviera: il Bayern ne aveva adocchiato il talento. Pianse un sacco, ma il padre era irremovibile: devi ancora crescere e imparare, gli ripeteva. L’appuntamento era solo rimandato.

L’Africa nel cuore

Successo dopo successo nelle giovanili dello Stoccarda, a 16 anni arrivò la chiamata dell’Arsenal, per diventare professionista all’estero: “Non andare, mi dicevano tutti. Ma io volevo la sfida”. Una sfida senza lieto fine. L’Inghilterra lo rifiutò: 11 partite in 4 anni. Serge accettò la sconfitta: di quel passo rischiava di perdersi: “Mi davano del pigro. Non era vero, però dovevo rimettere i piedi per terra. Decisi di tornare in Germania”. Nell’approdo al Werder, nel 2016, c’era già lo zampino del Bayern, anche se, dopo la buona stagione 2016-17 a Brema, il percorso tortuoso verso la Baviera non era ancora finito. Gnabry era atteso dal prestito all’Hoffenheim di Nagelsmann, che ha ritrovato in questa Final Eight da allenatore del Lipsia. Stavolta era prontissimo al sospirato sbarco sul pianeta Bayern: capocannoniere e medaglia d’argento alle Olimpiadi di Rio, aveva già esordito in Nazionale, con 3 gol al debutto a San Marino. La vittima della sua fame di successo sarebbe stata soprattutto l’Inghilterra: i 4 gol in Champions al Tottenham vicecampione, nel 7-2 di Londra l’1 ottobre scorso, erano una rivalsa e insieme un presagio. All’8-2 del Bayern al Barcellona, nei quarti di finale, ha partecipato segnando il 3-1: stava carburando per la semifinale. A proposito di fame, la corposa aneddotica riferisce che, dopo avere tentato la strada del veganesimo per scelta filosofica, Serge si sia arreso: gli piace troppo la carne. Che sia vero o meno, non ci sono dubbi sul riconoscimento delle proprie radici. L’anno scorso ha trascorso parte delle vacanze estive in Costa d’Avorio con i genitori per un progetto sociale. Fin dal 2014 ha scelto di giocare per le Under tedesche, però un pezzo di cuore è nei dintorni di Abidjan: “Io sono nato e cresciuto in Germania. Ma di una cosa sono sicuro, il calcio può aiutare l’Africa”.