Messi, sogno rinviato. Il ritorno con Guardiola fra un anno a Barcellona
di PAOLO CONDÒNon è solo questione di soldi: i tre ostacoli che bloccano la fuga al City dell’amico Pep. Ma nel 2021 la reunion è possibile, lì dove tutto è cominciato. Se ci sarà il ritorno di Joan Laporta alle elezioni di marzo, il ticket con il tecnico sarebbe nelle cose
Dunque Leo Messi, frustrato nel suo tentativo di fuga dalla mancanza di un club disposto a fare la guerra per lui, sta valutando l’ipotesi di rimanere un’altra stagione a Barcellona. Sarebbe la vittoria di Josep Maria Bartomeu, che non passerebbe alla storia come il presidente che ha perduto Leo: l’entità della clausola — 700 milioni — è ovviamente insensata, la sua validità no e implica la necessità di una trattativa, dunque di un acquirente. Nessuno si è fatto vivo, nemmeno il Manchester City di cui molto si è favoleggiato, e così Messi è rimasto col cerino in mano. Nella villa di Castelldefels in queste ore si sta studiando una difficile exit strategy.
Il disagio del fuoriclasse argentino ha radici lontane, ma per ricostruire gli ultimi eventi riavvolgiamo il nastro all’intervallo di Bayern-Barcellona, a quell’immagine di Messi seduto nello spogliatoio con un’aria a metà …
Il disagio del fuoriclasse argentino ha radici lontane, ma per ricostruire gli ultimi eventi riavvolgiamo il nastro all’intervallo di Bayern-Barcellona, a quell’immagine di Messi seduto nello spogliatoio con un’aria a metà …
Dunque Leo Messi, frustrato nel suo tentativo di fuga dalla mancanza di un club disposto a fare la guerra per lui, sta valutando l’ipotesi di rimanere un’altra stagione a Barcellona. Sarebbe la vittoria di Josep Maria Bartomeu, che non passerebbe alla storia come il presidente che ha perduto Leo: l’entità della clausola — 700 milioni — è ovviamente insensata, la sua validità no e implica la necessità di una trattativa, dunque di un acquirente. Nessuno si è fatto vivo, nemmeno il Manchester City di cui molto si è favoleggiato, e così Messi è rimasto col cerino in mano. Nella villa di Castelldefels in queste ore si sta studiando una difficile exit strategy.
Il disagio del fuoriclasse argentino ha radici lontane, ma per ricostruire gli ultimi eventi riavvolgiamo il nastro all’intervallo di Bayern-Barcellona, a quell’immagine di Messi seduto nello spogliatoio con un’aria a metà fra l’inebetito e l’affranto, in attesa del secondo atto della mattanza. Ecco, è in quel momento che nella sua mente l’idea di telefonare a Pep Guardiola per chiedergli di salvarlo assume forma di necessità. Avesse un cellulare alla portata, lo farebbe subito. E quanto accade nella ripresa, dove il disastro si dilata da 4-1 a 8-2, lo conferma nella convinzione che il Barcellona, almeno in Europa, non vincerà più per molto tempo. Qualche giorno dopo quella partita, Messi compone il numero di Guardiola. È l’unica volta in cui i due si parlano, anche perché la risposta è meno entusiastica del previsto.
Mettiamo i pezzi sulla scacchiera. Questa è la storia di due ossessioni parallele, incentrate sulla Champions League ma non solo. Leo Messi insegue una squadra più competitiva per vincerne una quinta e così raggiungere Ronaldo, come si dice, ma anche per preparare al meglio il Mondiale del Qatar, ultima chance di colmare un vuoto con la Seleccion che a fine carriera peserebbe, quando nei nostri inevitabili dibattiti ci chiederemo chi sia stato il migliore fra Pelé, Maradona e lui. Dall’altra parte Pep Guardiola è largamente riconosciuto come l’allenatore più influente degli ultimi vent’anni — per il calcio che ha generato e per i miglioramenti cui ha costretto i suoi oppositori, da Mourinho a Klopp — ma la lunga astinenza in Champions ha dato fiato alla categoria dei “minimizzatori” (ha vinto solo col Barça, ha vinto solo con Messi, non la vince dal 2011), il che ha appunto trasformato in ossessione il suo desiderio di rivincerla altrove.
Guardiola ascolta l’appello di Messi e prende tempo, restando un po’ spiazzato dal famoso burofax che la scorsa settimana imprime una brutale accelerazione agli avvenimenti. A quel punto i media di tutto il mondo si innamorano della narrazione più ovvia, il grande ricongiungimento tra il fuoriclasse e il tecnico che meglio ha saputo valorizzarlo. Ma è una lettura che presenta non pochi punti deboli.
Prima di parlare di soldi, che pure sono importanti, ci sono altre questioni. La prima è tecnica: estremizzando il concetto per essere chiari, il Manchester City non ha bisogno di Messi. Il suo attacco segna da anni valanghe di gol, nell’ultimo torneo addirittura 17 in più rispetto al Liverpool, che pure ha vinto il titolo con 18 punti di vantaggio. I problemi del City sono in fase di non possesso palla. Nelle quattro stagioni al Barça e nelle tre al Bayern, Guardiola ha sempre avuto la miglior difesa. A Manchester c’è riuscito un anno solo (il secondo) su quattro, e le eliminazioni in Champions sono arrivate subendo moltissimo (6 gol dal Monaco, 5 dal Liverpool, 4 dal Tottenham, 3 in una sola partita dal Lione). Pep è talmente ossessionato da questo problema da inventarsi schieramenti improbabili — l’ultimo con i francesi — che non fanno altro che accentuarlo. Koulibaly (in versione Sarri), per dire di un calciatore che sta trattando, gli servirebbe molto di più. La seconda è una questione personale. Guardiola va a iniziare la quinta stagione al City: nei piani familiari dovrebbe essere l’ultima, malgrado il pressing dei dirigenti per farlo rinnovare il tecnico è stanco di Manchester, e la moglie Cristina con le due figlie passa periodi sempre più lunghi a Barcellona, dove ha la sua attività. A fare compagnia a Pep rimane il figlio, ma l’idea di tornare tutti in Catalogna è da tempo allo studio. Messi, però, firmerebbe il triennale per il City soltanto se la presenza in panchina del “suo”allenatore fosse garantita fino al 2023, e quindi Guardiola dovrebbe prolungare controvoglia il suo contratto. La terza questione è psicologica. Se anche vincesse la Champions, Pep già conosce l’obiezione dei minimizzatori: ci sei riuscito solo perché hai potuto nuovamente contare su Messi.
Nasce anche da queste considerazioni la posizione del Manchester City, retto da due pilastri del vecchio Barça come l’amministratore delegato Ferran Soriano e il direttore sportivo Beguiristain: né loro né Guardiola vogliono recitare la parte di chi ha sottratto Messi al Camp Nou, da cui la difficoltà ad aprire una trattativa concreta. Se Leo dovesse liberarsi gratuitamente e senza cause pendenti — ipotesi ormai irrealistica — dichiarando il suo desiderio di ricongiungersi con Guardiola, il modo per accontentarlo verrebbe trovato anche dal punto di vista economico. Ma siccome questo non succederà, Messi ha ormai capito di essere scattato in fuorigioco, e in assenza di sorprese in extremis l’unica opzione resta un altro anno al Barça. L’ultimo? Chissà. Se alle elezioni di marzo dovesse ripresentarsi il vecchio presidente Joan Laporta, il ticket con Guardiola allenatore sarebbe nelle cose, e la vittoria più che probabile. A quel punto la “reunion” si realizzerebbe lì dove tutto è cominciato. Ottima legna al fuoco dei minimizzatori — se non stanno assieme quei due non vincono — ma con la vista sul mare diventerebbero sopportabili pure loro.
Il disagio del fuoriclasse argentino ha radici lontane, ma per ricostruire gli ultimi eventi riavvolgiamo il nastro all’intervallo di Bayern-Barcellona, a quell’immagine di Messi seduto nello spogliatoio con un’aria a metà fra l’inebetito e l’affranto, in attesa del secondo atto della mattanza. Ecco, è in quel momento che nella sua mente l’idea di telefonare a Pep Guardiola per chiedergli di salvarlo assume forma di necessità. Avesse un cellulare alla portata, lo farebbe subito. E quanto accade nella ripresa, dove il disastro si dilata da 4-1 a 8-2, lo conferma nella convinzione che il Barcellona, almeno in Europa, non vincerà più per molto tempo. Qualche giorno dopo quella partita, Messi compone il numero di Guardiola. È l’unica volta in cui i due si parlano, anche perché la risposta è meno entusiastica del previsto.
Mettiamo i pezzi sulla scacchiera. Questa è la storia di due ossessioni parallele, incentrate sulla Champions League ma non solo. Leo Messi insegue una squadra più competitiva per vincerne una quinta e così raggiungere Ronaldo, come si dice, ma anche per preparare al meglio il Mondiale del Qatar, ultima chance di colmare un vuoto con la Seleccion che a fine carriera peserebbe, quando nei nostri inevitabili dibattiti ci chiederemo chi sia stato il migliore fra Pelé, Maradona e lui. Dall’altra parte Pep Guardiola è largamente riconosciuto come l’allenatore più influente degli ultimi vent’anni — per il calcio che ha generato e per i miglioramenti cui ha costretto i suoi oppositori, da Mourinho a Klopp — ma la lunga astinenza in Champions ha dato fiato alla categoria dei “minimizzatori” (ha vinto solo col Barça, ha vinto solo con Messi, non la vince dal 2011), il che ha appunto trasformato in ossessione il suo desiderio di rivincerla altrove.
Guardiola ascolta l’appello di Messi e prende tempo, restando un po’ spiazzato dal famoso burofax che la scorsa settimana imprime una brutale accelerazione agli avvenimenti. A quel punto i media di tutto il mondo si innamorano della narrazione più ovvia, il grande ricongiungimento tra il fuoriclasse e il tecnico che meglio ha saputo valorizzarlo. Ma è una lettura che presenta non pochi punti deboli.
Prima di parlare di soldi, che pure sono importanti, ci sono altre questioni. La prima è tecnica: estremizzando il concetto per essere chiari, il Manchester City non ha bisogno di Messi. Il suo attacco segna da anni valanghe di gol, nell’ultimo torneo addirittura 17 in più rispetto al Liverpool, che pure ha vinto il titolo con 18 punti di vantaggio. I problemi del City sono in fase di non possesso palla. Nelle quattro stagioni al Barça e nelle tre al Bayern, Guardiola ha sempre avuto la miglior difesa. A Manchester c’è riuscito un anno solo (il secondo) su quattro, e le eliminazioni in Champions sono arrivate subendo moltissimo (6 gol dal Monaco, 5 dal Liverpool, 4 dal Tottenham, 3 in una sola partita dal Lione). Pep è talmente ossessionato da questo problema da inventarsi schieramenti improbabili — l’ultimo con i francesi — che non fanno altro che accentuarlo. Koulibaly (in versione Sarri), per dire di un calciatore che sta trattando, gli servirebbe molto di più. La seconda è una questione personale. Guardiola va a iniziare la quinta stagione al City: nei piani familiari dovrebbe essere l’ultima, malgrado il pressing dei dirigenti per farlo rinnovare il tecnico è stanco di Manchester, e la moglie Cristina con le due figlie passa periodi sempre più lunghi a Barcellona, dove ha la sua attività. A fare compagnia a Pep rimane il figlio, ma l’idea di tornare tutti in Catalogna è da tempo allo studio. Messi, però, firmerebbe il triennale per il City soltanto se la presenza in panchina del “suo”allenatore fosse garantita fino al 2023, e quindi Guardiola dovrebbe prolungare controvoglia il suo contratto. La terza questione è psicologica. Se anche vincesse la Champions, Pep già conosce l’obiezione dei minimizzatori: ci sei riuscito solo perché hai potuto nuovamente contare su Messi.
Nasce anche da queste considerazioni la posizione del Manchester City, retto da due pilastri del vecchio Barça come l’amministratore delegato Ferran Soriano e il direttore sportivo Beguiristain: né loro né Guardiola vogliono recitare la parte di chi ha sottratto Messi al Camp Nou, da cui la difficoltà ad aprire una trattativa concreta. Se Leo dovesse liberarsi gratuitamente e senza cause pendenti — ipotesi ormai irrealistica — dichiarando il suo desiderio di ricongiungersi con Guardiola, il modo per accontentarlo verrebbe trovato anche dal punto di vista economico. Ma siccome questo non succederà, Messi ha ormai capito di essere scattato in fuorigioco, e in assenza di sorprese in extremis l’unica opzione resta un altro anno al Barça. L’ultimo? Chissà. Se alle elezioni di marzo dovesse ripresentarsi il vecchio presidente Joan Laporta, il ticket con Guardiola allenatore sarebbe nelle cose, e la vittoria più che probabile. A quel punto la “reunion” si realizzerebbe lì dove tutto è cominciato. Ottima legna al fuoco dei minimizzatori — se non stanno assieme quei due non vincono — ma con la vista sul mare diventerebbero sopportabili pure loro.