Immobile ingiustificabile precario azzurro
Maurizio Crosetti , di MAURIZIO CROSETTIVincere la Scarpa d'oro non è bastato a dare a Ciro una maglia da titolare: per lui solo un quarto d'ora subentrando a Belotti. Mancini tiene in bilico il centravanti più continuo d'Italia
Una certezza in panchina: 36 gol seduti tra bottigliette d’acqua e sacchetti del ghiaccio. Ciro Immobile è una delle poche garanzie di una stagione vissuta sempre in bilico dal calcio di ogni paese: il miglior attaccante d’Europa lo abbiamo noi, è italiano e ha vinto la Scarpa d’Oro. Questo non basta a Roberto Mancini per evitare al centravanti della Lazio un destino di precarierà azzurra (non biancazzurra) che lo stesso cittì ben conosce: quando giocava, tra l’altro meravigliosamente, il suo posto in Nazionale era quasi sempre di qualcun altro. Al mondiale ’90, Mancini non giocò neppure un minuto. Notti magiche, inseguendo un flop.
Ed è così che nella sera del calcio azzurro che ritorno, senza pubblico ma non senza fame, curiosità e passione, l’Italia lascia da parte il suo giocatore migliore, in area almeno. La riserva Immobile entra in campo per miseri 16 minuti più recupero. Gli vie…
Ed è così che nella sera del calcio azzurro che ritorno, senza pubblico ma non senza fame, curiosità e passione, l’Italia lascia da parte il suo giocatore migliore, in area almeno. La riserva Immobile entra in campo per miseri 16 minuti più recupero. Gli vie…
Una certezza in panchina: 36 gol seduti tra bottigliette d’acqua e sacchetti del ghiaccio. Ciro Immobile è una delle poche garanzie di una stagione vissuta sempre in bilico dal calcio di ogni paese: il miglior attaccante d’Europa lo abbiamo noi, è italiano e ha vinto la Scarpa d’Oro. Questo non basta a Roberto Mancini per evitare al centravanti della Lazio un destino di precarierà azzurra (non biancazzurra) che lo stesso cittì ben conosce: quando giocava, tra l’altro meravigliosamente, il suo posto in Nazionale era quasi sempre di qualcun altro. Al mondiale ’90, Mancini non giocò neppure un minuto. Notti magiche, inseguendo un flop.
Ed è così che nella sera del calcio azzurro che ritorno, senza pubblico ma non senza fame, curiosità e passione, l’Italia lascia da parte il suo giocatore migliore, in area almeno. La riserva Immobile entra in campo per miseri 16 minuti più recupero. Gli viene preferito Belotti, ottima punta che però non vede più la porta come una volta. Il fatto è che Mancini vede lui più di Immobile, succede.
Ma che può fare, di più, questo grande centravanti più volte capocannoniere? Non gli è bastato segnare più di Cristiano Ronaldo in Italia e di Lewandowski in Europa. Non gli sono bastate 36 reti in campionato, record di Higuain eguagliato, più di qualunque giocatore italiano nella storia. Non gli è bastato avere a lungo insidiato lo scudetto alla Juventus. Non gli bastano 10 gol in azzurro, non tantissimi ma neppure pochi se si calcolano le presenze da titolare, appena 12. La media di Immobile in Nazionale è grossomodo un gol ogni quattro presenze. La stessa, per dire, di Gianni Rivera che bomber non era ma fuoriclasse sì.
Non è bastato a Ciro Immobile segnare più di Messi. Forse perché è un bravo ragazzo che cura poco le relazioni e si presenta per quello che è: non un tipo troppo social e per niente glam, uno che ha fatto valanghe di gol in squadre forti ma non fortissime (Torino, Lazio) e che si era un po’ smarrito in giro per l’Europa tra Spagna e Germania, salvo ritrovarsi alla grande a Roma dove invece non pochi si perdono. Verso l’Europeo del 2021, non sembra dunque risolversi l’enigma sul centravanti dell’Italia: chi sarà? O meglio, chi è nella testa di Mancini? A occhio, non si direbbe Immobile.
Questa intricata vicenda di un campione felice nel club e mancante in Nazionale non è ovviamente nuova. Per colmo di paradosso, come detto, la visse lo stesso Mancini e con lui altri protagonisti di varie epoche. Roberto Pruzzo venne due volte escluso dalla Nazionale da capocannoniere, nell’82 e nell’86, e furono altrettanti mondiali in fumo. Anche Paolo Pulici, sommo attaccante, non visse in azzurro la stessa gloria alla quale era abituato in granata. Di solito, la collocazione complicata riguarda i fantasisti, gli atipici, i numeri 10: come Mancini, anche Zola e persino Roberto Baggio hanno ingoiato bocconi amarissimi nel loro rapporto di odiamore con la squadra che rappresenta una nazione intera. Di Baggio si ricordano gli andirivieni, pure per lui al mondiale ’90 che infine lo vide protagonista ma non sicuro titolare, e quella volta anche Vialli fu messo in discussione, e in panchina, da Vicini. Ora Mancini sembra quasi sulla strada dell’antico predecessore che tanto lo fece penare, però con un centravanti la scelta dovrebbe essere più facile: gioca chi segna, e chi segna di più gioca di più. Vero per tanti, quasi per tutti ma non per il buon Ciro, che stasera a Firenze si stringerà a coorte ma in panchina. La sua Scarpa d’Oro è una scarpa slacciata.
Ed è così che nella sera del calcio azzurro che ritorno, senza pubblico ma non senza fame, curiosità e passione, l’Italia lascia da parte il suo giocatore migliore, in area almeno. La riserva Immobile entra in campo per miseri 16 minuti più recupero. Gli viene preferito Belotti, ottima punta che però non vede più la porta come una volta. Il fatto è che Mancini vede lui più di Immobile, succede.
Ma che può fare, di più, questo grande centravanti più volte capocannoniere? Non gli è bastato segnare più di Cristiano Ronaldo in Italia e di Lewandowski in Europa. Non gli sono bastate 36 reti in campionato, record di Higuain eguagliato, più di qualunque giocatore italiano nella storia. Non gli è bastato avere a lungo insidiato lo scudetto alla Juventus. Non gli bastano 10 gol in azzurro, non tantissimi ma neppure pochi se si calcolano le presenze da titolare, appena 12. La media di Immobile in Nazionale è grossomodo un gol ogni quattro presenze. La stessa, per dire, di Gianni Rivera che bomber non era ma fuoriclasse sì.
Non è bastato a Ciro Immobile segnare più di Messi. Forse perché è un bravo ragazzo che cura poco le relazioni e si presenta per quello che è: non un tipo troppo social e per niente glam, uno che ha fatto valanghe di gol in squadre forti ma non fortissime (Torino, Lazio) e che si era un po’ smarrito in giro per l’Europa tra Spagna e Germania, salvo ritrovarsi alla grande a Roma dove invece non pochi si perdono. Verso l’Europeo del 2021, non sembra dunque risolversi l’enigma sul centravanti dell’Italia: chi sarà? O meglio, chi è nella testa di Mancini? A occhio, non si direbbe Immobile.
Questa intricata vicenda di un campione felice nel club e mancante in Nazionale non è ovviamente nuova. Per colmo di paradosso, come detto, la visse lo stesso Mancini e con lui altri protagonisti di varie epoche. Roberto Pruzzo venne due volte escluso dalla Nazionale da capocannoniere, nell’82 e nell’86, e furono altrettanti mondiali in fumo. Anche Paolo Pulici, sommo attaccante, non visse in azzurro la stessa gloria alla quale era abituato in granata. Di solito, la collocazione complicata riguarda i fantasisti, gli atipici, i numeri 10: come Mancini, anche Zola e persino Roberto Baggio hanno ingoiato bocconi amarissimi nel loro rapporto di odiamore con la squadra che rappresenta una nazione intera. Di Baggio si ricordano gli andirivieni, pure per lui al mondiale ’90 che infine lo vide protagonista ma non sicuro titolare, e quella volta anche Vialli fu messo in discussione, e in panchina, da Vicini. Ora Mancini sembra quasi sulla strada dell’antico predecessore che tanto lo fece penare, però con un centravanti la scelta dovrebbe essere più facile: gioca chi segna, e chi segna di più gioca di più. Vero per tanti, quasi per tutti ma non per il buon Ciro, che stasera a Firenze si stringerà a coorte ma in panchina. La sua Scarpa d’Oro è una scarpa slacciata.