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Roma 1960, l'uomo col turbante: i 400 metri di Milkha Singh, il "sikh volante”

Una novità a cui il pubblico capitolino non era abituato. Quel copricapo però nascondeva una storia drammatica da cui era riuscito a riemergere solo con la forza del carattere. Finì quarto, ma nonostante il podio mancato nessuno lo dimenticò
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6 settembre
 
Un cappello in pista. Nel pomeriggio del 6 settembre, per la finale dei 400, all’Olimpico comparve l’uomo col mini-turbante. Dagli spalti arrivavano sguardi interdetti: che se lo sia dimenticato in testa? Altri, già avvezzi, spiegavano ai loro vicini che non era la prima volta e non sarebbe stata l’ultima. L’uomo col cappello era Milkha Singh, indiano. Avrebbe corso la finale in quinta corsia. Ma non era affatto l’ultimo arrivato. E ultimo non arrivò: finì 4° con il tempo di 45”6 che allora era un bel correre (si tenga presente che nel 1960 il primato italiano era di 46”7 e apparteneva a Mario Lanzi). Lo chiamavano “il sikh volante”. Con la sua sola presenza testimoniava quando predicato, a vario titolo, dal movimento olimpico circa l’armonia: tutti possono competere a questo mondo, uno accanto all’altro. Pur nelle oggettive diversità di cultura, di preparazione, persi…
6 settembre
 
Un cappello in pista. Nel pomeriggio del 6 settembre, per la finale dei 400, all’Olimpico comparve l’uomo col mini-turbante. Dagli spalti arrivavano sguardi interdetti: che se lo sia dimenticato in testa? Altri, già avvezzi, spiegavano ai loro vicini che non era la prima volta e non sarebbe stata l’ultima. L’uomo col cappello era Milkha Singh, indiano. Avrebbe corso la finale in quinta corsia. Ma non era affatto l’ultimo arrivato. E ultimo non arrivò: finì 4° con il tempo di 45”6 che allora era un bel correre (si tenga presente che nel 1960 il primato italiano era di 46”7 e apparteneva a Mario Lanzi). Lo chiamavano “il sikh volante”. Con la sua sola presenza testimoniava quando predicato, a vario titolo, dal movimento olimpico circa l’armonia: tutti possono competere a questo mondo, uno accanto all’altro. Pur nelle oggettive diversità di cultura, di preparazione, persino di look, era un traguardo insieme simbolico e concreto. Singh doveva tuttavia correre con il peso di una storia tremenda sulle spalle. Una zavorra di dolore. Aveva appena 11 anni quando assistette a qualcosa di atroce, a quanto di più orribile può fare l’uomo ad un suo simile. Viveva con la famiglia in una città che allora si chiamava Lyallpur, in una nazione appena nata: il Pakistan (ottenne l’indipendenza dalla Gran Bretagna il 14 agosto del 1947). Nelle sanguinose faide che accompagnarono la spartizione dei territori, India e Pakistan, gli integralisti pakistani assassinarono i suoi genitori e gli altri parenti. E lui era lì davanti. Impotente. Terrorizzato. Solo come un cane si unì a profughi e varcò il confine con l’India a piedi, per chiudere il viaggio nascosto in un treno merci fino a Delhi.

La forza del carattere lo spinse a credere che anche per lui potesse esserci un futuro. Trovò accoglienza. Imparò, letteralmente, a fidarsi degli altri. Andò a scuola e cominciò a correre. E riuscì a farsi notare. Andò ai Giochi di Melbourne. Ma era ancora troppo acerbo: ancor più dei suoi vent’anni. Finì sotto le grinfie di un tecnico americano spedito in India dal Dipartimento di Stato (“all’inizio pensavo che volesse uccidermi per quanto mi faceva allenare”). Lo sforzo pagò. Cominciò ad abbassare sensibilmente i tempi sui 400, migliorando anche il proprio rapporto con le sensazioni del dopo-gara, con le quali non era mai entrato in confidenza. Nel ’58  vinse i Giochi Asiatici e i Giochi del Commonwealth e nel ’60, per preparare Roma, si mise in evidenza anche in alcuni meeting europei. Fu così che la stampa cominciò a considerarlo uno dei favoriti per l’oro olimpico: “Non possiamo garantire che questo ragazzo possa essere battuto”, scriveva “L’Équipe”. Forse era un po’ troppo, ma ci stava.

Una sorpresa, anche estetica, andava alimentata per mantenere alto l’interesse di una disciplina affascinante ma priva di una stella “tradizionale”, a parte forse il tedesco Kaufmann. Molti osservatori elogiavano i metodi di preparazione di Singh, celebrando contestualmente i suoi progressi nella tecnica di corsa. Da un eccesso all’altro, sempre per creare una giusta suspense, il “Washington Post” sentenziò: “E se facesse il record del mondo?”. Prima dei Giochi di Roma, quel primato apparteneva all’americano Louis Jones (45”2 manuale). Il record sarebbe stato abbassato proprio in finale a Roma (44”9), ma non da Singh. Era comunque lui la stella. L’effetto voluto dal pompaggio della stampa aveva in qualche modo funzionato. Sulla sua persona, oltre al turbante, troneggiava un punto interrogativo grande almeno il triplo del copricapo. Ma allo stadio non tutti erano informati. Così l’esotica figura sconvolse il campo: “Ero rilassato all’ingresso in pista”, ricordò Singh. Salvo poi smentirsi: “Non era vero: me la stavo facendo sotto, prima della partenza ero un fascio di nervi”. Nervi che si potevano immaginare avviluppati come il turbante intorno alle sue gambe. Costretto dalla tensione a esplodere, Singh si bruciò correndo troppo veloce i primi 200 metri. Nel cuore della seconda curva, Singh si rese conto che la benzina stava finendo ad un ritmo inversamente proporzionale alla produzione di acido lattico del suo organismo. Rallentò e in pratica, se veramente il suo obiettivo era quello di vincere l’oro, Singh si arrese prima ancora di uscire dalla curva: “Il rettilineo mi sembrò lungo quanto il confine tra Pakistan e India!”. Gli ultimi istanti di un 400 durano una vita, in ogni secondo ci sono metri e metri di fatica accumulata, di storia personale, la vista si appanna e i muscoli diventano di legno. Per capire chi avesse vinto, tra l’americano Davis e il tedesco Kaufmann, ci volle del tempo. Davis arrivò in posizione eretta, anche troppo. Kaufmann quasi disteso in avanti come a voler rubare l’ultimo millimetro disponibile.

Vinse Davis ma con lo stesso tempo strepitoso di Kaufmann: 44”9. Furono i primi uomini a correre sotto il muro dei 45” e ovviamente ottennero il record del mondo. La vera vittoria di Singh fu la sua reazione a gara appena conclusa (vedi sopra). Per abitudine, si sarebbe allontanato in cerca d’aria, se avesse potuto si sarebbe isolato, sarebbe salito su un cocuzzolo e avrebbe guardato il mondo dall’alto in basso, dandosi la colpa del mancato trionfo. E invece no. A 24 anni era diventato un uomo e la prima cosa che fece, una volta comparso il risultato finale sul tabellone luminoso, fu di andare a stringere la mano a Davis. Singh aveva corso il 400 più veloce della sua vita e, a sorpresa, era ancora vivo. Eppure, per oscure ragioni, tutte sue, era convinto di non aver fatto un buon lavoro. Nonostante tutto sentiva di aver disonorato il nome del suo paese (ma quel suo record indiano di 45”6, tradotto in 45”73 elettrico, sarebbe durato 40 anni, sino al 2000, quando fu battuto da Paramjit Singh con 45”56). Si lesse sul “Times Of India”, il giorno dopo la finale: “E’ incredibile: siamo qui a parlare di fallimento perfetto dopo un simile spettacolo.”. Ma tutti sapevano, in cuor loro, che pur avendo mancato il podio Singh aveva scritto il primo capitolo del piccolo, breve romanzo dell’atletica indiana.

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