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Raimondo D'Inzeo 

Roma 1960, prima la carica e poi l'oro in sella a Posillipo: la festa con ombra di Raimondo D'Inzeo

Prima di trionfare a Piazza di Siena davanti al fratello Piero, il Carabiniere aveva guidato le cariche ai manifestanti a Porta San Paolo
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In sella a Posillipo, in quelle ore di rugiada del primo mattino del 7 settembre, al centro di una Piazza di Siena non ancora completamente sveglia, con l'oro che gli ballava fra i pensieri ma non ancora al collo, Raimondo D'Inzeo non era solo. Dietro di lui, pesantissima eppure invisibile, c'era un'ombra. Di storia. Esattamente due mesi prima, il 6 luglio, il cavaliere pallido oppure scintillante, a seconda del luogo di intervento, nativo di Poggio Mirteto, provincia di Rieti, aveva infatti cavalcato in un'altra zona della capitale, mosso da altri intendimenti (alcuni, verrebbe da sperare, neppure suoi). Che vi fosse molto o poco di personale, D'Inzeo aveva caricato i manifestanti a Porta San Paolo da tenente colonnello dei Carabinieri, fatto sentire gli zoccoli a una democrazia che si stava legittimamente ribellando ai fascisti "in appoggio esterno" al governo Tambroni e aggredito, da rappresentante dell'ordine pubblico, un disordine totalmente …
In sella a Posillipo, in quelle ore di rugiada del primo mattino del 7 settembre, al centro di una Piazza di Siena non ancora completamente sveglia, con l'oro che gli ballava fra i pensieri ma non ancora al collo, Raimondo D'Inzeo non era solo. Dietro di lui, pesantissima eppure invisibile, c'era un'ombra. Di storia. Esattamente due mesi prima, il 6 luglio, il cavaliere pallido oppure scintillante, a seconda del luogo di intervento, nativo di Poggio Mirteto, provincia di Rieti, aveva infatti cavalcato in un'altra zona della capitale, mosso da altri intendimenti (alcuni, verrebbe da sperare, neppure suoi). Che vi fosse molto o poco di personale, D'Inzeo aveva caricato i manifestanti a Porta San Paolo da tenente colonnello dei Carabinieri, fatto sentire gli zoccoli a una democrazia che si stava legittimamente ribellando ai fascisti "in appoggio esterno" al governo Tambroni e aggredito, da rappresentante dell'ordine pubblico, un disordine totalmente immaginario (era una celebrazione pacifica davanti alla lapide posta in ricordo dei caduti durante la resistenza contro il nazi-fascismo). 

Raimondo D'Inzeo aveva le spalle quadrate. Aveva obbedito. Nessuno può dire oggi quanto fosse felice di farlo. La sua avventura olimpica non risentì degli effetti potenzialmente disastrosi di quell'esperienza vissuta, sempre accanto al fratello Piero, a pochi giorni dai Giochi. Un uomo scisso che ancora una volta testimoniava di come, appunto, il tema del "doppio" rimanesse una costante della grande letteratura. Anche sportiva. "Ci sbandammo", scrisse Aldo Natoli sul "Manifesto" a 30 anni dall'evento, "e gli eroici cavalieri guidati dai D'Inzeo finirono in mezzo alla folla che li accolse con un lancio di proiettili provenienti dal vicino mercato. Ma dietro i cavalieri si erano mossi i reparti motorizzati della Celere, che rastrellavano gli sbandati. Fra questi fu catturato Ingrao che solo più tardi, dopo essere stato identificato in questura, venne rilasciato". Una pagina dolorosa sfogliata nell'angoscia. Le Olimpiadi nascosero per necessità le ferite di un tessuto sociale ancora molto delicato, fragile, impaurito dalle sue conquiste, più che cementato (i morti di Reggio Emilia di qualche giorno dopo). Roma, che non poteva dimenticare, accettò la pausa di riflessione e in pratica fece finta di niente.

Torniamo al mattino del 7 settembre: Raimondo effettuò un percorso netto nella prima manche del concorso individuale di salto ad ostacoli (14 ostacoli, 17 barriere, più della metà dei 60 concorrenti si ritirerà per l'estrema difficoltà del tracciato). Era il campione del mondo in carica, titolo che aveva conquistato nello storico galoppatoio del Lido di Venezia pochi mesi prima montando Gowran Girl. I D'Inzeo, Raimondo e Piero, avevano raggiunto la maturità agonistica già per i Giochi di Melbourne del '56, dove approdarono da ultratrentenni dopo essersi fatti le ossa a Londra nel '48 e a Helsinki nel '52. E sarebbero andati avanti sino a Montreal '76. Una schiatta di highlander. Varrà la pena ricordare un particolare: le gare di equitazione dei Giochi di Melbourne si disputarono a Stoccolma. Il motivo furono le ferree norme vigenti sul territorio australiano in merito all'importazione di cavalli. Norme che imponevano interminabili periodi di quarantena per gli animali. Il Cio fu pertanto costretto a trovare un'altra soluzione, che si concretizzò con la scelta della Svezia e con l'anticipazione degli eventi equestri a giugno (a Melbourne si gareggiò fra novembre e dicembre). Nella seconda manche Raimondo partì senza tensioni e non impiegò più di cinque secondi a comunicare la propria condizione psicofisica al suo "amico" Posillipo: avrebbe potuto commettere tre infrazioni e prendersi comunque l'oro. Avesse perso, avrebbe vinto Piero. Ma l'uomo e il cavallo (ancora uno spunto per le fantasie sul "doppio) erano saldi, sembravano una cosa sola. I zoccoli di Posillipo toccarono tre ostacoli. Raimondo oro, Piero argento. Salirono sul podio insieme anche se nell'equitazione il podio non esiste perché nella cerimonia di premiazione è previsto, giustamente, anche il cavallo. Non accadeva dal 1920 che un italiano non vincesse questo particolare tipo di medaglia d'oro, l'unica medaglia che sa di biada: l'ultimo fu Tommaso Lequio di Assaba, che col suo nome dannunziano vinse in sella a Trebecco e che con la sua avventura umana (Guerra d'Etiopia, Campagna di Tunisia) confermò, in anticipo sui tempi, lo strano legame, qui da noi, fra candida (e vincente) equitazione olimpica e fosche imprese militari.

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