Roma 1960: la sforbiciata di Iolanda Balas, il salto in alto prima di Fosbury
Enrico Sisti , di ENRICO SISTILa rumena, scomparsa quattro anni fa, era come Bolt o la Isinbayeva. A Roma, sempre guardando l'asticella negli occhi, a brutto muso, vinse con un vantaggio spaventoso sulle altre
Premessa. Venne Fosbury e il salto in alto divenne salto in "altro". Le rivoluzioni legate all'intuizione di solo uomo appartengono più al mondo della scienza che a quello dello sport. Fosbury fu l'eccezione. "Fu nell'aprile del '66 che per la prima volta smisero di prendermi per i fondelli, dopo che ebbi vinto i campionati juniores della Camera di commercio del '65!". Per due anni quel suo strambo avvitamento aereo era stato l'attrazione dei campi d'allenamento: "Bravo, divertente, complimenti vivissimi...ma fuori da un circo non combinerai mai nulla". Nel '66 però l'aria era cambiata. "In realtà non capii mai perché. So solo che venivano da me, mi facevano domande, poi si allontanavano e restavano a guardarmi. Era tutto un po' ridicolo e io ogni tanto perdevo la concentrazione, cosa che mi faceva imbestialire". La rivoluzione ci fu. Le ossa del collo sono rimaste intatte. Il &…
Premessa. Venne Fosbury e il salto in alto divenne salto in "altro". Le rivoluzioni legate all'intuizione di solo uomo appartengono più al mondo della scienza che a quello dello sport. Fosbury fu l'eccezione. "Fu nell'aprile del '66 che per la prima volta smisero di prendermi per i fondelli, dopo che ebbi vinto i campionati juniores della Camera di commercio del '65!". Per due anni quel suo strambo avvitamento aereo era stato l'attrazione dei campi d'allenamento: "Bravo, divertente, complimenti vivissimi...ma fuori da un circo non combinerai mai nulla". Nel '66 però l'aria era cambiata. "In realtà non capii mai perché. So solo che venivano da me, mi facevano domande, poi si allontanavano e restavano a guardarmi. Era tutto un po' ridicolo e io ogni tanto perdevo la concentrazione, cosa che mi faceva imbestialire". La rivoluzione ci fu. Le ossa del collo sono rimaste intatte. Il "salto alla Fosbury", che peraltro nell'originale si portava dietro il peso di una definizione ambigua ("Fosbury flop"), ha soppiantato il salto ventrale come l'elettricità soppiantò le candele. Il ventrale è stato praticato fino agli anni Settanta (con l'ultima propaggine di Yaschenko). Poi è scomparso. L'unico, piccolo paradosso è che Fosbury non è mai arrivato a stabilire il record del mondo (allora detenuto dal leggendario sovietico Valery Brumel con 2,28). Dopodiché la valanga si è staccata dalla montagna e del passato sono rimasti soltanto i ricordi. Il progressivo arricchimento della struttura muscolare dei praticanti, ad alto e basso livello, e la conseguente, irreversibile velocizzazione dei movimenti, hanno consentito ai più talentuosi di superare i 2,40. Ora il salto ventrale è puro modernariato. "Strano. Pensavo di durare di più e invece vincere le Olimpiadi mi esaurì totalmente. Provai a qualificarmi per le Olimpiadi di Monaco, nel '72, ma ero già spento". Anche in questo Fosbury è stato un marziano. Vide il futuro guardando indietro e con la pancia all'aria. E non si è più voltato. Ma cosa c'era prima di lui? Osiamo ancora di più: cosa c'era prima della tecnica "ventrale"?
C'era Iolanda Balas. Ed eccoci tornati sulla terra, a Roma nel '60. Iolanda saltava affrontando l'asticella di petto, come se volesse sfidarla a capocciate. Effettuava una sforbiciata: qualcosa che oggi si fatica a vedere perché ogni volta si teme che l'atleta, chiunque sia, possa cambiare il corso degli eventi e farsi male. Occorreva una reattività spaventosa a terra, per lo stacco, e un'altrettanta prontezza a richiamare la seconda gamba, che sembra quasi venga colpita da una scarica elettrica. Una sforbiciata riveduta e corretta. Questo faceva Iolanda. Sforbiciata o anche altro? Bella domanda. Iolanda, rumena a metà, nata a Timisoara, figlia delle periferie sportive della Cortina di ferro, ma di sangue interamente ungherese, era proprietaria di un talento spropositato. La sforbiciata, la sua e quella di altri/e, tanto per capirci, scomparve come una nuvola ai primi raggi di sole tecnico. Ma ancora nel '79, a conferma di come certe memorie motorie siano incancellabili, le cronache raccontano di Rolf Beilschmidt, tedesco orientale, ventralista da 2,31 e per qualche tempo primatista europeo con 2,29, che durante il riscaldamento prima della sua gara di Coppa del Mondo a Montreal nel '79 saltò 2,15 con una sforbiciata (e altrettanto avrebbe fatto il più recente fenomeno qatarino Barshim!).
Roba da marziani almeno quanto marziano parve all'inizio il teorema rovesciato di Fosbury. Iolanda apparve agli Europei del '54. Nel '56 stabilì il primato del mondo dell'alto femminile (1,75), che però le venne strappato dall'americana McDaniels ai Giochi di Melbourne pochi mesi dopo (1,76), dove Iolanda deluse finendo appena quinta con 1,67. Ma siccome era una tosta, allenata alla rabbia, alla sofferenza e alle privazioni dalla sua famiglia composta da mamma Etel che faceva la casalinga, perennemente impaurita di tutto, e da papà Frigyes che portava a casa la pagnotta facendo il fabbro, si riprese il record del mondo che continuò a migliorare in solitaria, un centimetro dopo l'altro, sino al 1961, quando saltò 1,91 a Sofia. Quella sua misura straordinaria sarebbe durata altri dieci anni prima che qualcuna riuscisse ad andare oltre (fu l'austriaca Gusenbauer che fece 1,92 a Vienna nel settembre del '71). Storia terribile segue: il padre venne catturato dai sovietici mentre combatteva per l'esercito ungherese. Iolanda cercò di riunire la famiglia, a costo di trasportare tutti in Ungheria: ottenne un passaporto ungherese ma non le permisero mai di lasciare la Romania. Quindici anni fa (Iolanda è morta l'11 marzo del 2016) le chiesero se le fosse mai passato in mente di disertare: "Sì", rispose, "ma non ho mai sentito il bisogno di affrontare tutti i rischi". Però aggiunse di avere un grande rimpianto: "Di non aver vinto le Olimpiadi per la mia Ungheria. Mi porterò dietro per sempre la contraddizione della mia esistenza, ma spero almeno che tanto la Romania quanto l'Ungheria vadano fiere di me". Sicuramente. Fu comunque la prima medaglia olimpica nella storia dell'atletica rumena, che ha diretto da presidente federale dal 1988 al 2005. E come la vinse fu epocale. Era come Bolt o la Isinbayeva. A Roma, sempre guardando l'asticella negli occhi, a brutto muso, vinse con un vantaggio spaventoso sulle altre: 1,85 (allora il suo record del mondo era di 1,86) contro l'1,71 della polacca Jozwiakowska seconda, della britannica Shirley terza e della sovietica Dolya quarta, appaiate in un imprevedibile bassofondo d'alto livello, a 14 centimetri dalla regina della sforbiciata riveduta e corretta, nell'atletica di un altro mondo.
Roma medaglia d'oro dell'impiantistica
7 settembre: la carica e poi l'oro, la festa con ombra di Raimondo D'Inzeo
6 settembre: l'uomo col turbante, i 400 metri di Milkha Singh, il 'sikh volante'
5 settembre: la gazzella Wilma Rudolph, la ragazza che non sapeva essere triste
4 settembre: Il ballo dei Re che illumina la notte di Napoli
3 settembre: il sogno di Guerini e l'insonnia di Pizzo. Nasce la leggenda del Settebello
2 settembre: Berruti, l'antiatleta che corre sospeso da terra
1 settembre: Armin Hary, il ladro di partenze
31 agosto: Ma quale guerra fredda. L'impresa è tenere separati ragazzi e ragazze
30 agosto: Cassius Clay conquista tutti
29 agosto: Gaiardoni vince ancora e il Velodromo si scalda come al derby
28 agosto: la "guerra della segatura" di Bragg, che sognava di essere Tarzan
27 agosto: l'Italia si innamora del tandem Bianchetto-Beghetto
26 agosto: la morte di Jensen sveglia la coscienza antidoping
25 agosto: il primo oro lo vince la cerimonia d'apertura
24 agosto: arrivano gli atleti: Bikila ha fretta di entrare nella storia
23 agosto: il supermercato dei ricordi
C'era Iolanda Balas. Ed eccoci tornati sulla terra, a Roma nel '60. Iolanda saltava affrontando l'asticella di petto, come se volesse sfidarla a capocciate. Effettuava una sforbiciata: qualcosa che oggi si fatica a vedere perché ogni volta si teme che l'atleta, chiunque sia, possa cambiare il corso degli eventi e farsi male. Occorreva una reattività spaventosa a terra, per lo stacco, e un'altrettanta prontezza a richiamare la seconda gamba, che sembra quasi venga colpita da una scarica elettrica. Una sforbiciata riveduta e corretta. Questo faceva Iolanda. Sforbiciata o anche altro? Bella domanda. Iolanda, rumena a metà, nata a Timisoara, figlia delle periferie sportive della Cortina di ferro, ma di sangue interamente ungherese, era proprietaria di un talento spropositato. La sforbiciata, la sua e quella di altri/e, tanto per capirci, scomparve come una nuvola ai primi raggi di sole tecnico. Ma ancora nel '79, a conferma di come certe memorie motorie siano incancellabili, le cronache raccontano di Rolf Beilschmidt, tedesco orientale, ventralista da 2,31 e per qualche tempo primatista europeo con 2,29, che durante il riscaldamento prima della sua gara di Coppa del Mondo a Montreal nel '79 saltò 2,15 con una sforbiciata (e altrettanto avrebbe fatto il più recente fenomeno qatarino Barshim!).
Roba da marziani almeno quanto marziano parve all'inizio il teorema rovesciato di Fosbury. Iolanda apparve agli Europei del '54. Nel '56 stabilì il primato del mondo dell'alto femminile (1,75), che però le venne strappato dall'americana McDaniels ai Giochi di Melbourne pochi mesi dopo (1,76), dove Iolanda deluse finendo appena quinta con 1,67. Ma siccome era una tosta, allenata alla rabbia, alla sofferenza e alle privazioni dalla sua famiglia composta da mamma Etel che faceva la casalinga, perennemente impaurita di tutto, e da papà Frigyes che portava a casa la pagnotta facendo il fabbro, si riprese il record del mondo che continuò a migliorare in solitaria, un centimetro dopo l'altro, sino al 1961, quando saltò 1,91 a Sofia. Quella sua misura straordinaria sarebbe durata altri dieci anni prima che qualcuna riuscisse ad andare oltre (fu l'austriaca Gusenbauer che fece 1,92 a Vienna nel settembre del '71). Storia terribile segue: il padre venne catturato dai sovietici mentre combatteva per l'esercito ungherese. Iolanda cercò di riunire la famiglia, a costo di trasportare tutti in Ungheria: ottenne un passaporto ungherese ma non le permisero mai di lasciare la Romania. Quindici anni fa (Iolanda è morta l'11 marzo del 2016) le chiesero se le fosse mai passato in mente di disertare: "Sì", rispose, "ma non ho mai sentito il bisogno di affrontare tutti i rischi". Però aggiunse di avere un grande rimpianto: "Di non aver vinto le Olimpiadi per la mia Ungheria. Mi porterò dietro per sempre la contraddizione della mia esistenza, ma spero almeno che tanto la Romania quanto l'Ungheria vadano fiere di me". Sicuramente. Fu comunque la prima medaglia olimpica nella storia dell'atletica rumena, che ha diretto da presidente federale dal 1988 al 2005. E come la vinse fu epocale. Era come Bolt o la Isinbayeva. A Roma, sempre guardando l'asticella negli occhi, a brutto muso, vinse con un vantaggio spaventoso sulle altre: 1,85 (allora il suo record del mondo era di 1,86) contro l'1,71 della polacca Jozwiakowska seconda, della britannica Shirley terza e della sovietica Dolya quarta, appaiate in un imprevedibile bassofondo d'alto livello, a 14 centimetri dalla regina della sforbiciata riveduta e corretta, nell'atletica di un altro mondo.
Roma medaglia d'oro dell'impiantistica
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4 settembre: Il ballo dei Re che illumina la notte di Napoli
3 settembre: il sogno di Guerini e l'insonnia di Pizzo. Nasce la leggenda del Settebello
2 settembre: Berruti, l'antiatleta che corre sospeso da terra
1 settembre: Armin Hary, il ladro di partenze
31 agosto: Ma quale guerra fredda. L'impresa è tenere separati ragazzi e ragazze
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29 agosto: Gaiardoni vince ancora e il Velodromo si scalda come al derby
28 agosto: la "guerra della segatura" di Bragg, che sognava di essere Tarzan
27 agosto: l'Italia si innamora del tandem Bianchetto-Beghetto
26 agosto: la morte di Jensen sveglia la coscienza antidoping
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24 agosto: arrivano gli atleti: Bikila ha fretta di entrare nella storia
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