Del Potro, rinato dalle sue ceneri
Ripubblichiamo l'articolo uscito su Repubblica il 2 luglio 2016
di Gianni Clerici
È stata questa una giornata spinta sino al tramonto da una lunghissima interruzione per la pioggia, nella quale si sono verificati non meno di tre eventi sui quali il povero scriba non ha certo il tempo di riflettere. Sovrattutti il ritorno di Del Potro, capace di battere Wawrinka, testa di serie n. 4. Il salvataggio in extremis di Serena Williams, insidiata sino a una palla di 4-5 al terzo set da Christina Mc Hale, connazionale cresciuta a Hong Kong, capace di affrontare la conferenza stampa rispondendo non solo in americano, ma in mandarino e spagnolo. Infine il match di Fognini contro il veterano Feliciano Lopez, che di spagnolo ha soltanto il nome, ma gioca quasi fosse un inglese di altri tempi, attaccato alle rete. Ma cominciamo dal primo.
Non lo vedevo più da anni, Juan Martin Del Potro, da quando aveva vinto lo US Open nel 2009, e io mi ero entusiasmato credendolo non solo una sorta di nuovo Safin, ma anche un nipotino di una dimenticata famigl…
È stata questa una giornata spinta sino al tramonto da una lunghissima interruzione per la pioggia, nella quale si sono verificati non meno di tre eventi sui quali il povero scriba non ha certo il tempo di riflettere. Sovrattutti il ritorno di Del Potro, capace di battere Wawrinka, testa di serie n. 4. Il salvataggio in extremis di Serena Williams, insidiata sino a una palla di 4-5 al terzo set da Christina Mc Hale, connazionale cresciuta a Hong Kong, capace di affrontare la conferenza stampa rispondendo non solo in americano, ma in mandarino e spagnolo. Infine il match di Fognini contro il veterano Feliciano Lopez, che di spagnolo ha soltanto il nome, ma gioca quasi fosse un inglese di altri tempi, attaccato alle rete. Ma cominciamo dal primo.
Non lo vedevo più da anni, Juan Martin Del Potro, da quando aveva vinto lo US Open nel 2009, e io mi ero entusiasmato credendolo non solo una sorta di nuovo Safin, ma anche un nipotino di una dimenticata famigl…
di Gianni Clerici
È stata questa una giornata spinta sino al tramonto da una lunghissima interruzione per la pioggia, nella quale si sono verificati non meno di tre eventi sui quali il povero scriba non ha certo il tempo di riflettere. Sovrattutti il ritorno di Del Potro, capace di battere Wawrinka, testa di serie n. 4. Il salvataggio in extremis di Serena Williams, insidiata sino a una palla di 4-5 al terzo set da Christina Mc Hale, connazionale cresciuta a Hong Kong, capace di affrontare la conferenza stampa rispondendo non solo in americano, ma in mandarino e spagnolo. Infine il match di Fognini contro il veterano Feliciano Lopez, che di spagnolo ha soltanto il nome, ma gioca quasi fosse un inglese di altri tempi, attaccato alle rete. Ma cominciamo dal primo.
Non lo vedevo più da anni, Juan Martin Del Potro, da quando aveva vinto lo US Open nel 2009, e io mi ero entusiasmato credendolo non solo una sorta di nuovo Safin, ma anche un nipotino di una dimenticata famiglia di emigranti. Avevo in seguito letto dei suoi guai, di una sorta di cedimento dei tendini dei polsi, e di quattro consecutivi interventi operatori a Rochester, nel Minnesota, dove esiste una clinica specializzata, tanto da aver ospitato anche un famoso violinista del quale né il campione, né i suoi biografi, ricordano il nome. Ora suonare il violino, e maneggiare una racchetta, sono due attività che non mi pare abbiano molto in comune. Soprattutto da quando il giovanotto aveva imparato a Tandil, famoso centro tennistico argentino, un colpo a due mani. E da quando i chirurghi di Rochester erano dovuti intervenire non solo sul polso sinistro, fondamentale per il rovescio bimane, ma anche sul destro. Andò così che Juan Martin si rassegnò a ricominciare quasi da zero, come un bambino, nonostante una statura di due metri, e apprese un rovescio tagliato, che gli è servito oggi a limitare l'esplosività dei rimbalzi di Wawrinka.
La partita ha quindi assunto un andamento quasi attendibile, tra uno che teneva bassa la palla, l'argentino, e l'altro che mirava a farla esplodere, nel suo modo tipico dei rimbalzi ad una mano. Mi è parso che nella differenza degli opposti stili prevalesse la riflessione di Del Potro. Wawrinka è irresistibile, nella sua felice imitazione dei campioni che precedettero il ‘68, inteso come inizio del professionismo, e non della mancata rivoluzione.
Di quei fenomeni, alla Kramer, Del Potro usava oggi non certo il rovescio, ma il servizio, che scendeva dall'alto, sempre diretto verso il centro, per non essere colpito slice, ma invece piatto, spesso oltre le 130 miglia. C'era in lui un atteggiamento che non finiva di sorprendermi, e che gli avrei visto ribadire nella conferenza stampa. L'umiltà di chi ha sofferto, ed è alla fine pervenuto ad accettare una sventura, superandola. Insomma, un tipo che pareva scomparso, ricordato solo dagli amici, come il decano degli scribi argentini Guillermo Salatino, o dall'ex Presidente della Federazione e coraggioso giudice arbitro di Italia-Cile Enrique Morea, oggi salutato sulla sua carrozzella.
È stata questa una giornata spinta sino al tramonto da una lunghissima interruzione per la pioggia, nella quale si sono verificati non meno di tre eventi sui quali il povero scriba non ha certo il tempo di riflettere. Sovrattutti il ritorno di Del Potro, capace di battere Wawrinka, testa di serie n. 4. Il salvataggio in extremis di Serena Williams, insidiata sino a una palla di 4-5 al terzo set da Christina Mc Hale, connazionale cresciuta a Hong Kong, capace di affrontare la conferenza stampa rispondendo non solo in americano, ma in mandarino e spagnolo. Infine il match di Fognini contro il veterano Feliciano Lopez, che di spagnolo ha soltanto il nome, ma gioca quasi fosse un inglese di altri tempi, attaccato alle rete. Ma cominciamo dal primo.
Non lo vedevo più da anni, Juan Martin Del Potro, da quando aveva vinto lo US Open nel 2009, e io mi ero entusiasmato credendolo non solo una sorta di nuovo Safin, ma anche un nipotino di una dimenticata famiglia di emigranti. Avevo in seguito letto dei suoi guai, di una sorta di cedimento dei tendini dei polsi, e di quattro consecutivi interventi operatori a Rochester, nel Minnesota, dove esiste una clinica specializzata, tanto da aver ospitato anche un famoso violinista del quale né il campione, né i suoi biografi, ricordano il nome. Ora suonare il violino, e maneggiare una racchetta, sono due attività che non mi pare abbiano molto in comune. Soprattutto da quando il giovanotto aveva imparato a Tandil, famoso centro tennistico argentino, un colpo a due mani. E da quando i chirurghi di Rochester erano dovuti intervenire non solo sul polso sinistro, fondamentale per il rovescio bimane, ma anche sul destro. Andò così che Juan Martin si rassegnò a ricominciare quasi da zero, come un bambino, nonostante una statura di due metri, e apprese un rovescio tagliato, che gli è servito oggi a limitare l'esplosività dei rimbalzi di Wawrinka.
La partita ha quindi assunto un andamento quasi attendibile, tra uno che teneva bassa la palla, l'argentino, e l'altro che mirava a farla esplodere, nel suo modo tipico dei rimbalzi ad una mano. Mi è parso che nella differenza degli opposti stili prevalesse la riflessione di Del Potro. Wawrinka è irresistibile, nella sua felice imitazione dei campioni che precedettero il ‘68, inteso come inizio del professionismo, e non della mancata rivoluzione.
Di quei fenomeni, alla Kramer, Del Potro usava oggi non certo il rovescio, ma il servizio, che scendeva dall'alto, sempre diretto verso il centro, per non essere colpito slice, ma invece piatto, spesso oltre le 130 miglia. C'era in lui un atteggiamento che non finiva di sorprendermi, e che gli avrei visto ribadire nella conferenza stampa. L'umiltà di chi ha sofferto, ed è alla fine pervenuto ad accettare una sventura, superandola. Insomma, un tipo che pareva scomparso, ricordato solo dagli amici, come il decano degli scribi argentini Guillermo Salatino, o dall'ex Presidente della Federazione e coraggioso giudice arbitro di Italia-Cile Enrique Morea, oggi salutato sulla sua carrozzella.