La diplomazia di Flick al governo del Bayern locomotiva d’Europa
di Paolo Condò , di Paolo CondòPassando a Mosca contro la Lokomotiv i campioni d’Europa sono arrivati al record di 13 vittorie di fila in Champions League
La squadra più forte del mondo ha vinto martedì la tredicesima partita di Champions consecutiva, stabilendo un nuovo primato commentato con parsimonia perché la striscia è aperta ed era già da record. Il Bayern ormai aggiorna i suoi limiti come il saltatore in alto sale di un centimetro alla volta, mentre i rivali impotenti assistono due piani più in basso. È silenzioso come una foresta che cresce, e sembra giocare per la storia, più che per la cronaca spicciola di questo 2020 che tutti faremo a gara per dimenticare, tranne lui. Martedì il Bayern ha vinto in modo persino sottile - "di corto muso" direbbe Allegri - la partita moscovita nello stadio della Lokomotiv, un bel teatro non da molto ristrutturato. Fuori dall'impianto, a richiamare l'antica proprietà ai tempi del soviet, c'è una vecchia locomotiva perfettamente restaurata. È splendida. Passandoci davanti nel pullman, Hansi …
La squadra più forte del mondo ha vinto martedì la tredicesima partita di Champions consecutiva, stabilendo un nuovo primato commentato con parsimonia perché la striscia è aperta ed era già da record. Il Bayern ormai aggiorna i suoi limiti come il saltatore in alto sale di un centimetro alla volta, mentre i rivali impotenti assistono due piani più in basso. È silenzioso come una foresta che cresce, e sembra giocare per la storia, più che per la cronaca spicciola di questo 2020 che tutti faremo a gara per dimenticare, tranne lui. Martedì il Bayern ha vinto in modo persino sottile - "di corto muso" direbbe Allegri - la partita moscovita nello stadio della Lokomotiv, un bel teatro non da molto ristrutturato. Fuori dall'impianto, a richiamare l'antica proprietà ai tempi del soviet, c'è una vecchia locomotiva perfettamente restaurata. È splendida. Passandoci davanti nel pullman, Hansi Flick deve aver pensato a se stesso come il macchinista di una motrice di inedita potenza. La stagione è lunga e il calcio è strano, Beppe: ma immaginare un Bayern sconfitto al momento è impossibile.
Che Flick fosse bravo, i nazionali l'avevano capito al Mondiale 2014, quello che la Germania vinse in Brasile. Flick era il vice di Joachim Löw dal 2006, e dopo il flop di Euro 2012 - eliminati in semifinale dall'Italia nella partita di Balotelli - , dovuto in parte alle ruggini interne fra il clan del Bayern e quello del Borussia Dortmund, aveva suggerito al ct un team building di segno opposto: nel centro sportivo di Campo Bahia i bungalow erano stati divisi fra "nemici", un Bayern e un Dortmund per camera. Idea semplice ma geniale, perché dopo qualche litigata interna della quale peraltro nessuno seppe nulla, quella Germania procedette fino al titolo con rara compattezza. Di più: Per Mertesacker, l'ex-difensore dell'Arsenal la cui intelligenza è universalmente riconosciuta, racconta ancora oggi della volta in cui Löw e Flick, alla vigilia del quarto di finale contro la Francia, vennero a dirgli che aveva perso il posto a favore di Hummels. "Low me lo comunicò e, di fronte alle mie rimostranze, disse a Flick 'pensaci tù e se ne andò. Hansi allora mi fece un discorso così bello sulle aspirazioni dei singoli e il bene della squadra che alla fine lo ringraziai. Andai in panchina sereno, e una settimana dopo ero campione del mondo".
Non c'è mai stato un avvicendamento in panchina così felice nella storia del calcio, nemmeno Zidane al Real riuscì a fare tanto, pur portando a casa la Champions. Esattamente un anno fa Flick raccoglie da Niko Kovac una squadra ubriaca di alti (7-2 al Tottenham) e bassi (5-1 dall'Eintracht), segnata dagli addii estivi a Ribéry (era lì dal 2007) e Robben (2009) e dai malumori di Müller e Boateng. Flick non solo le riaccende subito la luce - i risultati prima di tutto, perché senza quelli non c'è modo di riportare un ambiente al buonumore - ma, nel periodo di lockdown, convince i giocatori a "studiare" The Last Dance per convincersi della lezione di Michael Jordan e dei suoi Bulls: i veri campioni non mollano dopo una vittoria, ma il giorno dopo ricominciano e rivincono, accolgono in rosa nuovi talenti e li educano a questa filosofia, e quando è l'ora escono di scena senza lasciare macerie, ma un terreno dissodato per la crescita di nuove star. Rivinto il campionato per l'ottava volta consecutiva, con la coppa di Germania annessa, il Bayern conduce la campagna agostana di Lisbona scatenando un inferno di fuoco (8-2) sul Barcellona nel match chiave del torneo, il quarto di finale: una partita talmente esagerata da spingere Messi a chiedere la cessione, innesco della deflagrazione societaria di questi giorni.
Il gol che vale la Champions nella finale col Psg - e la seconda tripletta in 7 anni - è firmato da Kingsley Coman. Come succede nelle storie particolarmente ispirate, il messaggio è il messaggero stesso visto che Coman è cresciuto nel vivaio parigino, uno dei talenti perduti - l'aveva raccolto la Juve, che poi l'aveva venduto discretamente bene al Bayern - per inseguire le grandi stelle internazionali. Ma i tedeschi sono differenti perché programmano, e agli abbandoni di alcuni cardini della squadra del 2013 corrispondono rimpiazzi pronti e rodati: nel 2015 si congeda Schweinsteiger, nel 2017 Lahm, nel 2019 la Robbery, ma il modo in cui Kimmich, Goretzka, Gnabry e Coman si impossessano della squadra dà un'idea autentica di continuità. Dev'essere la dirigenza, nella quale abbondano gli ex: dopo Beckenbauer venne Hoeness, dopo Rummenigge verrà Kahn, lo stesso Flick da giocatore è passato per Sabenerstrasse - storica sede del club - e un altro ex, il ds Salihamidzic, sta conducendo campagne acquisti perfettamente bilanciate tra campioni ragazzini come Leroy Sané, appena prelevato dal City, e ragazzini campioni come Alphonso Davies, il prodigio canadese che Flick ha imposto sul costoso (80 milioni) Lucas Hernandez perché semplicemente ne aveva di più. Salvo ricambiare le gerarchie perché a Monaco la legge è uguale per tutti, e Lucas a settembre è ripartito più forte.
Il Bayern è talmente sicuro della propria identità da cercare il meglio delle filosofie altre per migliorarla: un approccio culturale, prima che sportivo, che ha portato in Baviera gli allenatori più bravi delle altre scuole, da Van Gaal a Guardiola ad Ancelotti, lasciando che il loro magistero si sedimentasse, e che i tecnici tedeschi, da Heynckes a Flick, ne raccogliessero i frutti interpretandolo alla bavarese. Questo si chiama gestire. Se quando vedete Angela Merkel vi scende la lacrimuccia pensando ai nostri politici, sappiate che a noi del calcio succede lo stesso davanti al Bayern.
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Che Flick fosse bravo, i nazionali l'avevano capito al Mondiale 2014, quello che la Germania vinse in Brasile. Flick era il vice di Joachim Löw dal 2006, e dopo il flop di Euro 2012 - eliminati in semifinale dall'Italia nella partita di Balotelli - , dovuto in parte alle ruggini interne fra il clan del Bayern e quello del Borussia Dortmund, aveva suggerito al ct un team building di segno opposto: nel centro sportivo di Campo Bahia i bungalow erano stati divisi fra "nemici", un Bayern e un Dortmund per camera. Idea semplice ma geniale, perché dopo qualche litigata interna della quale peraltro nessuno seppe nulla, quella Germania procedette fino al titolo con rara compattezza. Di più: Per Mertesacker, l'ex-difensore dell'Arsenal la cui intelligenza è universalmente riconosciuta, racconta ancora oggi della volta in cui Löw e Flick, alla vigilia del quarto di finale contro la Francia, vennero a dirgli che aveva perso il posto a favore di Hummels. "Low me lo comunicò e, di fronte alle mie rimostranze, disse a Flick 'pensaci tù e se ne andò. Hansi allora mi fece un discorso così bello sulle aspirazioni dei singoli e il bene della squadra che alla fine lo ringraziai. Andai in panchina sereno, e una settimana dopo ero campione del mondo".
Non c'è mai stato un avvicendamento in panchina così felice nella storia del calcio, nemmeno Zidane al Real riuscì a fare tanto, pur portando a casa la Champions. Esattamente un anno fa Flick raccoglie da Niko Kovac una squadra ubriaca di alti (7-2 al Tottenham) e bassi (5-1 dall'Eintracht), segnata dagli addii estivi a Ribéry (era lì dal 2007) e Robben (2009) e dai malumori di Müller e Boateng. Flick non solo le riaccende subito la luce - i risultati prima di tutto, perché senza quelli non c'è modo di riportare un ambiente al buonumore - ma, nel periodo di lockdown, convince i giocatori a "studiare" The Last Dance per convincersi della lezione di Michael Jordan e dei suoi Bulls: i veri campioni non mollano dopo una vittoria, ma il giorno dopo ricominciano e rivincono, accolgono in rosa nuovi talenti e li educano a questa filosofia, e quando è l'ora escono di scena senza lasciare macerie, ma un terreno dissodato per la crescita di nuove star. Rivinto il campionato per l'ottava volta consecutiva, con la coppa di Germania annessa, il Bayern conduce la campagna agostana di Lisbona scatenando un inferno di fuoco (8-2) sul Barcellona nel match chiave del torneo, il quarto di finale: una partita talmente esagerata da spingere Messi a chiedere la cessione, innesco della deflagrazione societaria di questi giorni.
Il gol che vale la Champions nella finale col Psg - e la seconda tripletta in 7 anni - è firmato da Kingsley Coman. Come succede nelle storie particolarmente ispirate, il messaggio è il messaggero stesso visto che Coman è cresciuto nel vivaio parigino, uno dei talenti perduti - l'aveva raccolto la Juve, che poi l'aveva venduto discretamente bene al Bayern - per inseguire le grandi stelle internazionali. Ma i tedeschi sono differenti perché programmano, e agli abbandoni di alcuni cardini della squadra del 2013 corrispondono rimpiazzi pronti e rodati: nel 2015 si congeda Schweinsteiger, nel 2017 Lahm, nel 2019 la Robbery, ma il modo in cui Kimmich, Goretzka, Gnabry e Coman si impossessano della squadra dà un'idea autentica di continuità. Dev'essere la dirigenza, nella quale abbondano gli ex: dopo Beckenbauer venne Hoeness, dopo Rummenigge verrà Kahn, lo stesso Flick da giocatore è passato per Sabenerstrasse - storica sede del club - e un altro ex, il ds Salihamidzic, sta conducendo campagne acquisti perfettamente bilanciate tra campioni ragazzini come Leroy Sané, appena prelevato dal City, e ragazzini campioni come Alphonso Davies, il prodigio canadese che Flick ha imposto sul costoso (80 milioni) Lucas Hernandez perché semplicemente ne aveva di più. Salvo ricambiare le gerarchie perché a Monaco la legge è uguale per tutti, e Lucas a settembre è ripartito più forte.
Il Bayern è talmente sicuro della propria identità da cercare il meglio delle filosofie altre per migliorarla: un approccio culturale, prima che sportivo, che ha portato in Baviera gli allenatori più bravi delle altre scuole, da Van Gaal a Guardiola ad Ancelotti, lasciando che il loro magistero si sedimentasse, e che i tecnici tedeschi, da Heynckes a Flick, ne raccogliessero i frutti interpretandolo alla bavarese. Questo si chiama gestire. Se quando vedete Angela Merkel vi scende la lacrimuccia pensando ai nostri politici, sappiate che a noi del calcio succede lo stesso davanti al Bayern.
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