Una sola vittoria per le italiane: è dura la salita
di Maurizio Crosetti , di Maurizio CrosettiIl commento alla terza giornata di Champions League
Con quella faccia un po' da Zorro impomatato, con qualcosa di Banderas dentro una spolverata di Almodovar, c'è un pezzo di Juve caliente che pareva una terza scelta e invece è primissima qualità. Álvaro Morata (l'accento del nome è rigorosamente sulla prima a) diventa il 7° marcatore della Juve nella storia della Champions, 11 gol in 23 partite, quasi uno ogni due (della serie fa parte anche la zampata in una finale a Berlino, non roba qualunque). In maglia bianconera, Álvaro in questa coppa ha solo un gol meno di Nedved e Higuain e uno più di Ronaldo, del quale rappresenta il pezzo mancante, una specie di puzzle. Tanto che non sarà per niente facile trovare spazio a Dybala (a Budapest entra da riserva al posto di Zorro e segna per la prima volta quest'anno, alla buonora), visto che il ménage matrimoniale tra Cristiano e Álvaro sembra perfetto. Problemi di Pirlo. Ce ne sono di peggiori.
La Juve &…
La Juve &…
Con quella faccia un po' da Zorro impomatato, con qualcosa di Banderas dentro una spolverata di Almodovar, c'è un pezzo di Juve caliente che pareva una terza scelta e invece è primissima qualità. Álvaro Morata (l'accento del nome è rigorosamente sulla prima a) diventa il 7° marcatore della Juve nella storia della Champions, 11 gol in 23 partite, quasi uno ogni due (della serie fa parte anche la zampata in una finale a Berlino, non roba qualunque). In maglia bianconera, Álvaro in questa coppa ha solo un gol meno di Nedved e Higuain e uno più di Ronaldo, del quale rappresenta il pezzo mancante, una specie di puzzle. Tanto che non sarà per niente facile trovare spazio a Dybala (a Budapest entra da riserva al posto di Zorro e segna per la prima volta quest'anno, alla buonora), visto che il ménage matrimoniale tra Cristiano e Álvaro sembra perfetto. Problemi di Pirlo. Ce ne sono di peggiori.
La Juve è stata l'unica italiana a vincere in una settimana europea ombrosa, dentro uno stadio con la gente e i tamburi (gli avversari in campo, invece, da serie C), chi se lo ricordava più. Passerà il turno, difficilmente da prima del girone ma passerà. Anche la Lazio ora è messa bene, ha giocato due gare su tre in emergenza e non ha mai perso (domenica all'ora di pranzo, a proposito, un interessante Lazio-Juventus e a seguire Atalanta-Inter). Simone Inzaghi pareva avere perso un po' di fluido magico e invece no. Non così l'Atalanta, che contro il sublime Liverpool non ha rinunciato a sé (coerenza), ma senza più avere tutto di sé (limite). Gli inglesi l'hanno polverizzata, ma l'anno scorso a questo gruppo era già successo e poi si è ripreso alla grande.
Molto meno sappiamo dell'Inter, molto meno si è capito. Strano che Conte sia diventato così calmo e pacato, persino aziendalista, lui che anche sulle sclerate aveva costruito il carisma. Se l'Inter dipende tantissimo da Lukaku, non meno è (era?) legata al tratto emotivo, quasi spirituale e non solo tattico dell'allenatore. Adesso, invece, sembrano tutti come l'orsetto della vecchia pubblicità delle pile, quello che non era caricato con le alcaline e si ammosciava presto. L'immagine è di un'involuzione profonda. I mezzi ci sono, la voglia e la forza non più. Una squadra forte ma per ora senza sangue.
La Juve è stata l'unica italiana a vincere in una settimana europea ombrosa, dentro uno stadio con la gente e i tamburi (gli avversari in campo, invece, da serie C), chi se lo ricordava più. Passerà il turno, difficilmente da prima del girone ma passerà. Anche la Lazio ora è messa bene, ha giocato due gare su tre in emergenza e non ha mai perso (domenica all'ora di pranzo, a proposito, un interessante Lazio-Juventus e a seguire Atalanta-Inter). Simone Inzaghi pareva avere perso un po' di fluido magico e invece no. Non così l'Atalanta, che contro il sublime Liverpool non ha rinunciato a sé (coerenza), ma senza più avere tutto di sé (limite). Gli inglesi l'hanno polverizzata, ma l'anno scorso a questo gruppo era già successo e poi si è ripreso alla grande.
Molto meno sappiamo dell'Inter, molto meno si è capito. Strano che Conte sia diventato così calmo e pacato, persino aziendalista, lui che anche sulle sclerate aveva costruito il carisma. Se l'Inter dipende tantissimo da Lukaku, non meno è (era?) legata al tratto emotivo, quasi spirituale e non solo tattico dell'allenatore. Adesso, invece, sembrano tutti come l'orsetto della vecchia pubblicità delle pile, quello che non era caricato con le alcaline e si ammosciava presto. L'immagine è di un'involuzione profonda. I mezzi ci sono, la voglia e la forza non più. Una squadra forte ma per ora senza sangue.