Dentro il casco del migliore ci sono una testa e una voce forte
di Maurizio Crosetti , di Maurizio CrosettiHamilton, il settimo Mondiale e le sue battaglie sociali
Questo incredibile campione non può essere racchiuso dentro un numero, seppur gigantesco. Il 7 dei suoi titoli mondiali, il 94 delle sue vittorie sono quasi più piccoli di Lewis Hamilton quando si leva il casco. Se le imprese sportive sono straordinarie, leggendarie, il peso politico del personaggio e delle sue scelte umane quasi le sovrasta. Il grande sport attraversa la storia e la racconta, a volte addirittura la spiega come una didascalia delle nostre vite: nel caso di Hamilton, proprio di storia si tratta. Che è anche storia del nostro tempo difficile, controverso e memorabile, delle sue possibilità, delle sue voci. Questo fuoriclasse della velocità, probabilmente il più grande di sempre, la propria voce ferma e gentile la sovrappone al rombo del motore. La usa per parlare di razzismo, di uguaglianza, di diritti umani, di ambiente, di bambini malnutriti, di politica, e senza mai farsi predicatore, senza entrare in contraddizione. Perch&ea…
Questo incredibile campione non può essere racchiuso dentro un numero, seppur gigantesco. Il 7 dei suoi titoli mondiali, il 94 delle sue vittorie sono quasi più piccoli di Lewis Hamilton quando si leva il casco. Se le imprese sportive sono straordinarie, leggendarie, il peso politico del personaggio e delle sue scelte umane quasi le sovrasta. Il grande sport attraversa la storia e la racconta, a volte addirittura la spiega come una didascalia delle nostre vite: nel caso di Hamilton, proprio di storia si tratta. Che è anche storia del nostro tempo difficile, controverso e memorabile, delle sue possibilità, delle sue voci. Questo fuoriclasse della velocità, probabilmente il più grande di sempre, la propria voce ferma e gentile la sovrappone al rombo del motore. La usa per parlare di razzismo, di uguaglianza, di diritti umani, di ambiente, di bambini malnutriti, di politica, e senza mai farsi predicatore, senza entrare in contraddizione. Perché quando smette di correre non smette di esistere, sfreccia silenzioso su un'auto elettrica nelle strade inglesi o in monopattino nel paddock e, se è il caso si emoziona, si batte, piange. La sua icona su Instagram è il pugno alzato, lo stesso di Tommie Smith e John Carlos sul podio di Mexico 1968. E la sua pelle è scura come quella di Muhammad Alì, il suo labbro non tace. Nel giorno dello smisurato trionfo sportivo, è quest'altro Hamilton a dare forma e disegno alla grandezza del primo, a fare di lui un unicum di prodigiosa, rarissima completezza. Quando mai, prima di Hamilton, avremmo visto i piloti di Formula Uno inginocchiarsi per un nero ucciso da un poliziotto in America? Nel mondo algido e cinico dei motori, dove spesso anche la morte deve farsi da parte per lasciar sfrecciare i bolidi, Lewis Hamilton ha portato una luce accecante, è riuscito a rendere tutto più chiaro. Persino le avventure che il pilota racconta sul suo cane vegano (come lui, del resto) escono dal grottesco e diventano simpatiche e credibili. Lewis ha vinto su tutte le piste del mondo, col sole e nel diluvio, persino su tre ruote, come Nuvolari che una volta arrivò al traguardo con la chiave inglese al posto del volante. Ma di lui conta la vita tutta intera, una vita che ci parla forte.