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Roberto De Zerbi (ansa)

De Zerbi: "Il mio calcio libero: sono un martello, non un filosofo"

L'allenatore bresciano ha portato il Sassuolo al secondo posto e vede l'Europa: "Ma non firmo per il quarto posto". Da Bielsa a Guardiola, i segreti dell'uomo che ha bruciato le tappe in panchina
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Roberto De Zerbi è cresciuto nel Milan, arrivando alle soglie della prima squadra ai tempi di Alberto Zaccheroni. Era il numero 10 della Primavera, abile con i piedi ed effervescente nelle iniziative. Anche un po’ impertinente, ricorda Alessandro Costacurta, che confessa divertito di avergli assestato ai tempi qualche bottarella “educativa”. 

“Bottarella? Lui e gli altri vecchi draghi della difesa mi lasciavano certi tatuaggi...”. 

Erano per il suo bene. 
“Lei scherza, ma è così. Ho vissuto tre anni a Milanello ed ero come un bambino al parco giochi. Vedere da vicino Baggio, Savicevic, Weah... ricordo certi duelli in campo aperto fra Weah e Maldini che erano da kolossal. E poi la serietà del club: al pomeriggio mi allenavo ma al mattino andavo al liceo di Carnago, e i miei risultati scolastici erano seguiti con severità. Si curava la persona, non solo il giocatore”. 

Cos’altro ha …
Roberto De Zerbi è cresciuto nel Milan, arrivando alle soglie della prima squadra ai tempi di Alberto Zaccheroni. Era il numero 10 della Primavera, abile con i piedi ed effervescente nelle iniziative. Anche un po’ impertinente, ricorda Alessandro Costacurta, che confessa divertito di avergli assestato ai tempi qualche bottarella “educativa”. 

“Bottarella? Lui e gli altri vecchi draghi della difesa mi lasciavano certi tatuaggi...”. 

Erano per il suo bene. 
“Lei scherza, ma è così. Ho vissuto tre anni a Milanello ed ero come un bambino al parco giochi. Vedere da vicino Baggio, Savicevic, Weah... ricordo certi duelli in campo aperto fra Weah e Maldini che erano da kolossal. E poi la serietà del club: al pomeriggio mi allenavo ma al mattino andavo al liceo di Carnago, e i miei risultati scolastici erano seguiti con severità. Si curava la persona, non solo il giocatore”. 

Cos’altro ha capito, lavorando con quei campioni? 
“Il valore dell’allenamento. La partita non è altro che il suo specchio, difatti se per qualche motivo in settimana non ci siamo allenati bene io arrivo alla domenica nervosissimo”. 

Saranno capitati anche a lei giocatori pigri in allenamento. 
“Sì, certo. ‘Vado piano perché riservo le energie per domenica’ mi disse uno. Era pure un buon giocatore. Gli risposi che se non avesse ragionato così probabilmente sarebbe diventato un campione, e ormai era tardi. Rimase un po’ così. Turbato. Oh, poi so benissimo che non siamo tutti uguali: ho visto il documentario sui Chicago Bulls, dove a fianco di macchine come Jordan e Pippen c’era un terzo uomo-chiave, Rodman, che per rendere aveva bisogno di un paio di notti a Las Vegas. Penso però che fosse un’eccezione. Rara”. 

Alla fine lei è arrivato a giocare in Serie A, ma soltanto tre partite. Poche per il suo talento? 
“Non sopporto chi piagnucola ‘meritavo di più’, quindi le rispondo: ne valevo di più, ma ne ho meritate tre. Ero un 10 in tempi di 4-4-2 imperante. In campo volevo divertirmi, non cambiavo posizione volentieri, se qualcosa non mi convinceva non mi adeguavo facilmente”. 

Questo ha influenzato il suo modo di essere da allenatore? 
“Molto. Rispetto ai tecnici di una volta io mi faccio davvero in quattro per assecondare le caratteristiche dei giocatori, per trovare a ciascuno la posizione adatta. C’è un rovescio della medaglia, però: siccome mi rompo la testa per mettere tutti a loro agio, poi sono tre volte più esigente rispetto agli allenatori che per me non lo facevano. Sono un vero martello”. 

Ma apprezzato, se è vero che in questo mercato nessuno ha chiesto di lasciare il Sassuolo. E sì che di talenti richiesti dai grandi club ne avete tanti. 
“Il Sassuolo è basato su un compromesso: il bene della squadra è anche la somma delle ambizioni personali. In questo sono diverso da Sacchi, che pure resta un punto di riferimento: lui vede solo il grande obiettivo collettivo, io sono convinto che le soddisfazioni individuali ci facciano crescere, a patto che non sfocino nell’egoismo. Se quest’estate non se ne è andato nessuno, è perché conveniva a tutti restare qui: è l’anno dell’Europeo, meglio inseguirlo in un ambiente che conosci, e poi con quello che sta succedendo non mi pare periodo di super ingaggi”. 

A proposito, è vero che lei accetterebbe tre mesi in bolla totale come la Nba? 
“Il discorso è più articolato. Siamo professionisti pagati per giocare, trovo corretto cercare le condizioni migliori per farlo. O le minime, se le migliori non sono possibili. Però mi sacrifico a passare tre mesi in hotel a patto che la bolla venga chiusa: permettere che i giocatori vadano in giro a contagiarsi, perfino in Sudamerica dove le condizioni sono ancora più difficili, in questo momento mi pare assurdo. Se mi chiedi di togliermi sei mesi di stipendio per aiutare dilettanti e sport di base, te li do subito. Se lo fai per tenere in piedi quel sistema, storco il naso”. 

Il Sassuolo è secondo in classifica e in fondo nessuno lo sta trovando strano. 
“Non ho problemi a dichiarare le mie ambizioni. Se il campionato scorso siamo arrivati ottavi, quest’anno vogliamo conquistare uno dei sette posti in Europa. Il Sassuolo sta migliorando ancora, ma ha bisogno che almeno una delle prime sette buchi la stagione, perché sono più forti”. 

Non sono d’accordo. Non tutte. 
“In realtà la penso anch’io così. I nostri giocatori sono stati scelti uno per uno, nessuno è al Sassuolo per caso. Boga è arrivato qui che non sapeva relazionarsi né con i compagni né con la porta, ma quanto a capacità di saltare l’uomo io gli metto davanti Messi e poi... e poi dovrei pensarci. Ora gioca con la squadra, e se ne sono accorti tutti. Locatelli è il miglior centrocampista italiano e non solo: quando ha giocato con la Nazionale in Olanda aveva davanti Wijnaldum, una colonna del Liverpool, eppure l’ha sovrastato”. 

Boga e Locatelli venivano da Chelsea e Milan. Bravi voi o scarsi loro? 
“La logica del grande club è differente, devi dare tutto e subito. Al Sassuolo è più facile concedere del tempo. Per me Raspadori se continua così diventerà il centravanti della Nazionale, e per anni; se Traoré riuscirà a mettere ordine e concretezza nelle sue intuizioni avremo un gran giocatore. Se mostrano voglia di lavorare, qui li si aspetta”. 

Ci spiega la traiettoria interrotta di Berardi? Ha 26 anni, è chiaramente un giocatore superiore, per crescere ancora avrebbe bisogno delle coppe europee eppure ha sempre rifiutato il trasferimento nei grandi club. 
“Domenico ha perso qualcosa non andando alla Juve, come poteva succedere anni fa, ma la Juve ha perso almeno altrettanto. Il suo caso è comprensibile soltanto conoscendo bene la persona: è un ragazzo genuino, consapevole della sua forza ma anche del fatto che è il suo ambiente a conferirgliela. I suoi amici, i suoi affetti. Domenico è spiazzante, perché siamo abituati a un mondo in cui tutti vogliono sempre salire di più, brillare di più, guadagnare di più. La sua permanenza felice al Sassuolo va contro le regole, giusto?”. 

Sassuolo non è Roma ovviamente, ma per certi versi Berardi ragiona come fece Totti all’epoca. 
“Detto col massimo rispetto per la Roma, se Totti avesse cambiato club da giovane avrebbe vinto dieci scudetti e un paio di Palloni d’oro. Lo sanno tutti. Quindi la risposta è sì”. 

Berardi a parte, la sensazione è che il traguardo di questa stagione disegnerà il futuro del Sassuolo. 
“Sensazione corretta. Senza l’Europa, il ciclo di questo gruppo sarebbe concluso e l’anno prossimo si dovrebbe ripartire su basi nuove”. 

Sempre parlando di sensazioni, lei salterà la squadra intermedia per andare direttamente a una grande. La verità è che il suo stesso lavoro ha contribuito a trasformare il Sassuolo in una squadra intermedia. 
“Guardi che non è assolutamente detto che me ne vada, anzi. Potrei trovare molto stimolante giocare in Europa col Sassuolo, o magari impostare il nuovo ciclo. Da Squinzi in poi questo è diventato un ambiente straordinario, una catena di montaggio col sorriso”. 

Non sente il desiderio di dimostrare le sue capacità in una piazza che vuole tutto e subito, per usare le sue parole? 
“Qualche onda l’ho già affrontata. A Foggia i tifosi inferociti salirono sul pullman, ed eravamo secondi. A Benevento mi chiamavano zingaro perché avevo allenato il Foggia, la loro rivale. Ma la sofferenza vera l’ho provata a Palermo, dodici partite senza poter fare quel che volevo fare”. 

Zamparini ha detto di recente che cacciarla fu un errore. 
“Più grave l’errore mio di andare”. 

Dopo Palermo mandò un whatsapp a Marcelo Bielsa. 
“Un amico mi aveva procurato il numero. Gli spiegai chi ero, gli chiesi di poter assistere a un allenamento, in quel periodo era al Lille, lui mi richiamò personalmente invitando me e il mio staff a passare una settimana da lui. Una signorilità incredibile, uno stage prezioso: ci dedicò ore di spiegazioni, e alla domenica vidi in partita il lavoro svolto durante la settimana. L’allenatore è molto bravo ma non è vero che ho preso tutto da lui: la gestione del ritmo, per esempio, è diversa, a me piace variarlo mentre Bielsa va sempre a velocità massima. È la persona a essere pazzesca: generosa, coerente, ricchissima di valori”. 

Tecnicamente si sente più vicino a Guardiola, vero? 
"Seguo diversi dei suoi principi, quelli del gioco posizionale. Raggiungere l’uomo smarcatosi al di là della linea avversaria, il sunto è questo. Volendo schematizzare, i tre principi che mi interessano sono la tecnica individuale, senza la quale non puoi palleggiare nella tua metà del campo, la comprensione del gioco, che passa anche attraverso concetti come la postura giusta nel ricevere e il passaggio preciso sul piede forte del compagno, e infine il coraggio di accettare l’errore. Ma non mi faccia passare per filosofo anche lei, ogni allenatore ha la sua scala di valori”. 

L’etichetta le dà fastidio, si percepisce. Eppure il filosofo in genere è una persona di valore. 
“Concordo, ma nel calcio viene usata in senso dispregiativo. A Benevento si diceva che volessi fare bella figura io fregandomene dei risultati della squadra. Beh, avreste dovuto vederci negli spogliatoi di San Siro a festeggiare una vittoria sul Milan che spostava semplicemente di ventiquattr’ore la retrocessione matematica. Altro che disprezzo del risultato. Poi è vero che mi piace giocare all’attacco, e che dedico l’80 per cento del lavoro settimanale alla fase offensiva. Nasce da qui l’esigenza delle coperture preventive. Se limitassi la difesa al 20 per cento perderemmo tutte le partite. Se invece, allenando l’attacco, curo le posizioni in modo da non farmi trovare sbilanciato una volta persa la palla, ho unito le due fasi”. 

Torno all’inizio: si è fatto un’idea di dove arriverete? 
“È un campionato molto anomalo, le coppe ogni settimana incidono moltissimo, non credo che ritroverà una normalità prima dell’anno nuovo. Noi dobbiamo approfittarne, giocare una partita alla settimana è un indubbio vantaggio. Comunque diciamo pure che non firmo nulla, nemmeno per il quarto posto. Anche perché mi toglierei tutto il divertimento di una stagione da decifrare. Senza pubblico, poi, è come combattere a mani nude quando sei abituato a un duello con ogni tipo di arma”. 

Beh, l’assenza di pubblico penalizza soprattutto chi ha tanti tifosi. 
“Non creda. Quando il Sassuolo va a fare la partita in un grande stadio, e a volte succede che dopo quindici minuti abbia preso possesso del match, la gente comincia a mugugnare contro i suoi. Dalla panchina si avverte benissimo, e io lo cavalco. Avviso i giocatori che la gente si sta meravigliando di noi, ma loro ormai hanno imparato a percepirlo. A Torino l’anno scorso finì 2-2, ma l’intero Juventus Stadium rimase impressionato dal Sassuolo”. 

Il suo giudizio sul breve passaggio di Sarri alla Juve... 
“Ho soltanto due idee banali. La prima è che quando scegli un tecnico differente rispetto al suo predecessore, sai di doverlo accompagnare nella trasformazione della squadra. La seconda è che a me piace adeguare i miei principi ai giocatori che mi vengono messi a disposizione. Adeguare non vuol dire stravolgere, ovviamente”. 

Quale Sassuolo troveremo alla ripresa? 
“Una squadra consapevole. Resa più forte dalle convocazioni in Nazionale, dalle vittorie larghe o in rimonta, dal fatto che in una giornata storta non abbiamo perso dall’Udinese, che fino all’anno scorso ci avrebbe infilato. È stato utile veder perdere il Manchester City dal Lione per tre contropiede”. 

Guardiola è ancora molto arrabbiato con se stesso per lo schieramento sbagliato di quella sera. Anche perché fino al giorno prima aveva un’altra idea. 
“La prima intuizione è sempre quella giusta. Sempre. Chieda al mio staff: ho visto Benevento-Napoli a casa da solo, ma prima della fine avevo già chiamato tutti dicendo che al San Paolo avremmo difeso a tre, un anno e mezzo dopo l’ultima volta”. 

Intuizione giusta! 
“Vuole la verità? Il Sassuolo è ancora al sessanta per cento delle sue potenzialità. Il ses-san-ta, ha capito bene”.