Ancora Pep in the City, ma ora aspetta Messi
di Paolo Condò , di Paolo CondòGuardiola resterà a Manchester fino al 2023. L’allenatore era sfiduciato e pronto a tornare a Barcellona. Il club lo ha convinto: ritenterà l’assalto Champions e a giugno Leo può raggiungerlo
Il prolungamento al 2023 del contratto di Pep Guardiola col Manchester City segna una svolta negli scenari futuri del calcio internazionale. La scorsa estate, avvilito per l'eliminazione nei quarti di Champions subita dal modesto Lione ma soprattutto stanco di una Manchester che non ha mai amato, Pep non sognava altro che un ritorno a Barcellona (la moglie e le figlie erano già tornate in Catalogna, con lui era rimasto il figlio). Per questo motivo gelò le avance di Leo Messi, che aveva appiccato l'incendio al Barça con l'obiettivo di raggiungere il suo antico mentore: non si sentiva di garantirgli che sarebbe rimasto altri tre anni al City. Malgrado i suoi desideri fossero chiari, la dirigenza del club non ha mai smesso di proporgli l'allungamento del contratto, in scadenza alla fine di questa stagione. Di più: la proposta originaria - dimezzata da Guardiola in sede di trattativa - era di arrivare addirittura al 2025, una blindatura alla Fe…
Il prolungamento al 2023 del contratto di Pep Guardiola col Manchester City segna una svolta negli scenari futuri del calcio internazionale. La scorsa estate, avvilito per l'eliminazione nei quarti di Champions subita dal modesto Lione ma soprattutto stanco di una Manchester che non ha mai amato, Pep non sognava altro che un ritorno a Barcellona (la moglie e le figlie erano già tornate in Catalogna, con lui era rimasto il figlio). Per questo motivo gelò le avance di Leo Messi, che aveva appiccato l'incendio al Barça con l'obiettivo di raggiungere il suo antico mentore: non si sentiva di garantirgli che sarebbe rimasto altri tre anni al City. Malgrado i suoi desideri fossero chiari, la dirigenza del club non ha mai smesso di proporgli l'allungamento del contratto, in scadenza alla fine di questa stagione. Di più: la proposta originaria - dimezzata da Guardiola in sede di trattativa - era di arrivare addirittura al 2025, una blindatura alla Ferguson molto significativa nel momento in cui sorgevano i primi mugugni sui risultati di Pep. Una mossa che lo ha lusingato, e che è servita a parare l'impatto emotivo delle dimissioni di Bartomeu dalla presidenza del Barça, evento che pareva spalancare le porte al ricongiungimento di Guardiola e Messi al Camp Nou la prossima estate.
Quando si è trattato di ragionare in concreto sul da farsi, Pep ha considerato che al Barcellona è appena iniziato il mandato tecnico di Ronald Koeman, compagno e amico ai tempi del Dream Team di Johan Cruijff, quello che vince la Champions battendo in finale a Wembley la Samp grazie a una punizione del difensore olandese. Se Koeman quest'anno dovesse fallire, il candidato alla panchina di qualsiasi aspirante alla presidenza sarà Xavi, un'altra figura con la quale Pep non potrebbe mai mettersi in competizione. Così, a fine ottobre ha detto a BT Sport che il ritorno al Barcellona di cui molti continuavano a parlare non ci sarebbe stato. A quel punto Ferran Soriano e Beguiristain hanno affondato il colpo, sollecitandolo a una decisione entro la fine di novembre per pianificare il mercato. E Pep ha sciolto le ultime riserve, firmando fino al 2023 e garantendosi così altri tre tentativi (quello in corso più i due aggiunti) di vincere la Champions, che è il grande buco nero della sua esperienza inglese.
Naturalmente la firma di Guardiola rilancia i boatos sul trasferimento al City di Messi, che a fine stagione sarà libero a costo zero e ancora mercoledì ha rilasciato dichiarazioni seccate sul fatto che ogni problema del Barça venga ricondotto a lui. Tutto lascia pensare che l'affare sia possibile, un ultimo hurrà - Leo a giugno compirà 34 anni - col tecnico che meglio di chiunque altro l'ha saputo valorizzare. A meno che Koeman o più verosimilmente Xavi non sappiano trattenerlo.
La notizia del prolungamento di Guardiola arriva alla vigilia di un nuovo confronto con José Mourinho. Domani pomeriggio Tottenham-Manchester City sarà il match clou del programma di Premier, praticamente dieci anni dopo una partita entrata nella storia. Il 29 novembre 2010 Pep Guardiola inflisse a José Mourinho la sconfitta più cocente della sua vita: Barcellona-Real Madrid 5-0, la famosa "manita". Quella gara aveva almeno un prequel molto importante, la stangata rifilata da Mou a Pep nella semifinale di Champions di pochi mesi prima, quando l'Inter aveva buttato fuori il Barça, e produsse sequel inizialmente torridi, i quattro Clasico della primavera 2011, poi via via più temperati, ma certo mai banali.
Dieci anni fa i due erano senza discussione gli allenatori migliori del mondo, certificati come tali dalla vittoria di tre edizioni consecutive della Champions (2009 Pep, 2010 Mou, 2011 Pep): insomma, Federer e Nadal. Da allora, però, non sono più andati oltre le semifinali mentre un plotone di Djokovic ha fatto irruzione sulla scena: Klopp col suo magistero selvaggio, Zidane e la sua raffica di titoli, la jihad di Simeone, il sempreverde Ancelotti. Se il Pep britannico è fedele da sempre al City, negli ultimi sette anni Mou si è concesso il bis al Chelsea, ha coronato senza troppa gloria il sogno United e adesso va a caccia di rivincite al Tottenham. Sono invecchiati, certo. Pep ha accentuato il look da monaco guerriero, magrezza ascetica e mimica sofferta. Anche José è cambiato. Intanto ha riattivato il profilo Instagram e s'è messo a fare le facce. Mitica quella nello spogliatoio dopo la vittoria sul Burnley: Mou al centro della scena indica i giocatori seduti. Ognuno di loro è intento a guardare i messaggi sul cellulare. Segno dei tempi - ha scritto - così si festeggiano i successi nel 2020: considerato che la grande rottura allo United avvenne con Pogba, la cui personalità social non era minimamente capita, e tanto meno accettata, da Mou, la rivoluzione è evidente e riafferma l'intramontabile abilità di cavalcare qualsiasi mezzo esterno per farlo pesare in campo. L'ultimo post è un sarcasmo sulla pausa per le nazionali, e ovviamente ha riscosso oceanico consenso. Fra un messaggio e l'altro, una pubblicità per una società di trading in cui Mou propone al potenziale cliente l'eterna domanda: "Do you want to be like me?". Non si pone nemmeno il problema che qualcuno possa averlo scavalcato nella classifica del più cool. Non scherziamo.
Molte volte abbiamo iniziato a scrivere il suo requiem calcistico, salvo cancellarlo di furia perché quello s'era inventato un titulo o una coppa. Qualche giorno fa, mentre Pep si ribellava a una domanda sul mestiere nell'era del calcio pandemico ("nessuno allena più, quest'anno è solo gestione, si gioca ogni tre giorni e i giocatori spariscono contagiati"), Mou sorrideva della sua rosa: "Il Tottenham è forte, vincerebbe in molti campionati ma purtroppo compete in Premier, il più duro". Come ha scritto Jonathan Liew sul Guardian, in una stagione di partite a getto continuo e formazioni stravolte dalla sera alla mattina, tribune vuote e difese friabili, niente di meno strano se alla fine the last man standing fosse proprio lui.
Quando si è trattato di ragionare in concreto sul da farsi, Pep ha considerato che al Barcellona è appena iniziato il mandato tecnico di Ronald Koeman, compagno e amico ai tempi del Dream Team di Johan Cruijff, quello che vince la Champions battendo in finale a Wembley la Samp grazie a una punizione del difensore olandese. Se Koeman quest'anno dovesse fallire, il candidato alla panchina di qualsiasi aspirante alla presidenza sarà Xavi, un'altra figura con la quale Pep non potrebbe mai mettersi in competizione. Così, a fine ottobre ha detto a BT Sport che il ritorno al Barcellona di cui molti continuavano a parlare non ci sarebbe stato. A quel punto Ferran Soriano e Beguiristain hanno affondato il colpo, sollecitandolo a una decisione entro la fine di novembre per pianificare il mercato. E Pep ha sciolto le ultime riserve, firmando fino al 2023 e garantendosi così altri tre tentativi (quello in corso più i due aggiunti) di vincere la Champions, che è il grande buco nero della sua esperienza inglese.
Naturalmente la firma di Guardiola rilancia i boatos sul trasferimento al City di Messi, che a fine stagione sarà libero a costo zero e ancora mercoledì ha rilasciato dichiarazioni seccate sul fatto che ogni problema del Barça venga ricondotto a lui. Tutto lascia pensare che l'affare sia possibile, un ultimo hurrà - Leo a giugno compirà 34 anni - col tecnico che meglio di chiunque altro l'ha saputo valorizzare. A meno che Koeman o più verosimilmente Xavi non sappiano trattenerlo.
La notizia del prolungamento di Guardiola arriva alla vigilia di un nuovo confronto con José Mourinho. Domani pomeriggio Tottenham-Manchester City sarà il match clou del programma di Premier, praticamente dieci anni dopo una partita entrata nella storia. Il 29 novembre 2010 Pep Guardiola inflisse a José Mourinho la sconfitta più cocente della sua vita: Barcellona-Real Madrid 5-0, la famosa "manita". Quella gara aveva almeno un prequel molto importante, la stangata rifilata da Mou a Pep nella semifinale di Champions di pochi mesi prima, quando l'Inter aveva buttato fuori il Barça, e produsse sequel inizialmente torridi, i quattro Clasico della primavera 2011, poi via via più temperati, ma certo mai banali.
Dieci anni fa i due erano senza discussione gli allenatori migliori del mondo, certificati come tali dalla vittoria di tre edizioni consecutive della Champions (2009 Pep, 2010 Mou, 2011 Pep): insomma, Federer e Nadal. Da allora, però, non sono più andati oltre le semifinali mentre un plotone di Djokovic ha fatto irruzione sulla scena: Klopp col suo magistero selvaggio, Zidane e la sua raffica di titoli, la jihad di Simeone, il sempreverde Ancelotti. Se il Pep britannico è fedele da sempre al City, negli ultimi sette anni Mou si è concesso il bis al Chelsea, ha coronato senza troppa gloria il sogno United e adesso va a caccia di rivincite al Tottenham. Sono invecchiati, certo. Pep ha accentuato il look da monaco guerriero, magrezza ascetica e mimica sofferta. Anche José è cambiato. Intanto ha riattivato il profilo Instagram e s'è messo a fare le facce. Mitica quella nello spogliatoio dopo la vittoria sul Burnley: Mou al centro della scena indica i giocatori seduti. Ognuno di loro è intento a guardare i messaggi sul cellulare. Segno dei tempi - ha scritto - così si festeggiano i successi nel 2020: considerato che la grande rottura allo United avvenne con Pogba, la cui personalità social non era minimamente capita, e tanto meno accettata, da Mou, la rivoluzione è evidente e riafferma l'intramontabile abilità di cavalcare qualsiasi mezzo esterno per farlo pesare in campo. L'ultimo post è un sarcasmo sulla pausa per le nazionali, e ovviamente ha riscosso oceanico consenso. Fra un messaggio e l'altro, una pubblicità per una società di trading in cui Mou propone al potenziale cliente l'eterna domanda: "Do you want to be like me?". Non si pone nemmeno il problema che qualcuno possa averlo scavalcato nella classifica del più cool. Non scherziamo.
Molte volte abbiamo iniziato a scrivere il suo requiem calcistico, salvo cancellarlo di furia perché quello s'era inventato un titulo o una coppa. Qualche giorno fa, mentre Pep si ribellava a una domanda sul mestiere nell'era del calcio pandemico ("nessuno allena più, quest'anno è solo gestione, si gioca ogni tre giorni e i giocatori spariscono contagiati"), Mou sorrideva della sua rosa: "Il Tottenham è forte, vincerebbe in molti campionati ma purtroppo compete in Premier, il più duro". Come ha scritto Jonathan Liew sul Guardian, in una stagione di partite a getto continuo e formazioni stravolte dalla sera alla mattina, tribune vuote e difese friabili, niente di meno strano se alla fine the last man standing fosse proprio lui.