Maradona, il cielo in un pallone
di Emanuela Audisio , di Emanuela AudisioÈ morto a 60 anni per un arresto cardiorespiratorio il 10 che ha lottato per i diseredati del mondo. Era un dio, non un santo. Non trovava pace, ma ti convertiva. Sempre pronto a scatenare guerre contro i potenti
Il Barba, come lui chiamava Dio, non se l'è preso in un giorno qualsiasi. I diversi, i rivoluzionari, gli sbagliati, hanno un loro modo di condividere l'eternità. Mishima, Best, Castro, e ora Diego. Tocchi diversi, ma eccessivi. Non c'è bisogno di tradurre l'Inno alla Gioia, sinfonia numero 9 di Beethoven, ma Maradona ve lo faceva vedere (e sentire) benissimo. Con il suo piede sinistro, con quella felicità squilibrata da lingua di fuori. "Ho sempre giocato per la gente, io. Non so stare senza calcio, io". La differenza è tutta qui. Non c'era una traiettoria sul campo e forse nemmeno nella vita, c'era solo tanta voglia di magie, di uscire fuori anche dalle pozzanghere, di inventarsi altri angoli. Più di Pelé, Maradona cavalcava generazioni, i millennial oggi lo ricordano con un tributo dei Super Eroi, come fossero morti un po' anche loro.
Aveva 60 anni, Diego. Era un dio, non un santo. Sbagliava, no…
Aveva 60 anni, Diego. Era un dio, non un santo. Sbagliava, no…
Il Barba, come lui chiamava Dio, non se l'è preso in un giorno qualsiasi. I diversi, i rivoluzionari, gli sbagliati, hanno un loro modo di condividere l'eternità. Mishima, Best, Castro, e ora Diego. Tocchi diversi, ma eccessivi. Non c'è bisogno di tradurre l'Inno alla Gioia, sinfonia numero 9 di Beethoven, ma Maradona ve lo faceva vedere (e sentire) benissimo. Con il suo piede sinistro, con quella felicità squilibrata da lingua di fuori. "Ho sempre giocato per la gente, io. Non so stare senza calcio, io". La differenza è tutta qui. Non c'era una traiettoria sul campo e forse nemmeno nella vita, c'era solo tanta voglia di magie, di uscire fuori anche dalle pozzanghere, di inventarsi altri angoli. Più di Pelé, Maradona cavalcava generazioni, i millennial oggi lo ricordano con un tributo dei Super Eroi, come fossero morti un po' anche loro.
Aveva 60 anni, Diego. Era un dio, non un santo. Sbagliava, non trovava pace, ma ti convertiva. Potevi non diventare un suo discepolo, ma l'applauso alla fine te lo strappava. Perché lui era sempre pronto a scatenare guerre: contro chi comandava, contro chi stava in alto, contro i potenti. Nessuno zittiva Maradona, né allo stadio né fuori. Dovevi romperlo, per fermarlo. E infatti nell'83 il basco Andoni Goikoetxea con un gesto che resterà nella storia come "Goicoicidio", entrata assassina, gli fratturò il malleolo e gli strappò i legamenti (due ore di operazione). Così imparava, il piccoletto. Diego invece ha continuato ad andare meravigliosamente storto, non è mai riuscito a diventare una vecchia fotografia: poteva ingrassare, dimagrire, tingersi i capelli, avere la barba bianca, vestire in ciabatte o in smoking, rubare gol, intontire difese. Diego restava quella cosa lì: un divertimento. Il sentimento che fuggire e sfuggire si può, anzi si deve. Lo scatto quando ti aspetti la frenata, il ribaltare non solo l'avversario, ma anche una gerarchia fisica, sociale, politica.
Diego era piccolo e tarchiato, ma scappava a tutti, Diego era nato povero, nel barrio di Villa Fiorito, eppure era diventato un capopopolo, Diego era sudamericano, più tango che saudade, incantava i grandi scrittori, e dai con i palleggi con l'arancia, ma la sua tecnica era moderna. Diego è stato subito leggenda: nato di domenica, giorno della partita, unico maschio di quella notte, "tutto culo e piedi", disse il medico a Dona Tota. Quando aveva tre anni il cugino gli regalò la sua prima palla di cuoio ("Dormivo con la palla e l'abbracciavo al mio petto"). Quando si recò al suo primo provino, all'età di nove anni, era così avanti che l'allenatore credette veramente di avere davanti un nano. A 12 la prima intervista, quando giocava nella Cebollitas, nella squadra delle cipolline, con lui che già scartava sette avversari e vinceva. E si sa Hugo Orlando Gatti, il portiere del Boca che andava tra i pali con la bottiglia di wisky, lo derise: "Ciccione, dove credi di andare?", così Diego Armando gliene fece quattro a nome della fantasia extralarge. Diego quando arrivò a Napoli disse che delle poesie di Borges non ne ricordava una: "Se io fossi cieco non potrei giocare a pallone". Solo quello gli interessava, però chissà forse si sbagliava. Diego era antico: la mamma prima di tutto. L'ultima e più recente rissa perché gliela avevano offesa. Però a Playboy ammise: "È stato il sedere di Claudia a stregarmi".
Non si travestiva: il viaggio dalla sua baracca senz'acqua alle ville lussuose non l'avevano ripulito dal fango, non gli avevano tolto la voglia di ingozzarsi, di ballare, di fare baldoria, di godere di ogni illegalità. E sì anche di perdere la testa e di annusare il vizio. E quando il calcio è cominciato a diventare una fredda cattedrale frequentata da giocatori che si vergognavano a dare soltanto calci, lui ha detto (senza aver letto Marcuse) che il pallone era la sua unica passione, la sua sola verità. Diego è stato in mezzo a tutti noi, al nostro secolo, mai da un'altra parte. Si è immerso, si è contaminato, ha giocato da numero dieci di tutti i diseredati, ha lottato per tutti quelli che non hanno un posto del mondo. Per i sottovalutati, per le periferie, per quelli a cui non tocca mai. Non si è sentito in imbarazzo con i Maduro, i Chavez, i Morales, i Lula, i Castro: "Yo soy El Diego". È stato furbo, demagogico: "Sono figlio di Napoli", ma due scudetti quella città non li aveva mai vinti. Ma ha scelto un sud e non ha mai rimpianto la sua scelta. E soprattutto è stato l'unico calciatore nel Mondiale a pareggiare una guerra con un gol che ha fatto invecchiare l'Inghilterra e con un altro di rapina che ha riscattato l'Argentina dalla perdita delle isole Falklands/Malvinas. Ha fatto più male lui alla signora Thatcher che non i laburisti o il sindacato minatori. La sua gloria è stata bulimica, però ha regalato miracoli e punizioni divine. Maradona parlotta con Pecci: "Eraldo, passamela un pochino indietro". Il centrocampista lo prende per matto: "Diego, da qui non passa". "Tu toccala, e non preoccuparti". E fu una parabola magica.
Diego non voleva essere elegante e rispettabile e quando Pelé disse a lui ragazzo, impegnato nel mondiale giovanile: "Non ti credere mai il migliore, anche se lo sei, perché il giorno che ti ci sentirai smetterai di esserlo", Maradona non lo capì. Non poteva. Perché Diego proprio quello voleva: stare in cima, divertirsi con quella sensazione, consumarla con altri, goderne senza misura, ubriacarsi di se stesso. Non è stato saggio, non è stato il padre né il marito ideale, ha recuperato un po' con i nipoti, ma nel giorno del suo addio al calcio in una Bombonera che sembrava dovesse crollare da un momento all'altro sotto il peso della gente, della commozione, delle lacrime, della pena e delle pene, dei miracoli che sparivano, ebbe il coraggio e la sincerità di dire: "Io sono sporco, ma il calcio è pulito". Non era vero, ma lui voleva fosse vero. È morto per il cuore, dopo che era sembrato morire tante volte. Dispiaciuto e ferito per non aver sanato le liti con la sua famiglia. È morto forse troppo solo, lui che aveva giocato per tutti. Nel fondo dei suoi occhi ci trovavi sempre un pezzo di lucidità, anche nei momenti più confusi. "Ho fatto diventare l'Italia un paese anti-razzista", disse quando ai Mondiali del '90 tutto lo stadio lo fischiò nella partita contro il Camerun. Al poliziotto che lo arrestò, strafatto di coca, in una casa del quartiere Caballito e lo rimproverò : "Diego, perché l'hai fatto, eri l'idolo di mio figlio", aveva risposto "Tuo figlio aveva te". E alla giudice che gli aveva fatto la stessa domanda, aveva spiegato: "Ho cercato di fare felici milioni di persone". Lei come Pelé non lo aveva capito: "Non le bastava far felice se stesso?". No, a Diego per fortuna non bastava.
Aveva 60 anni, Diego. Era un dio, non un santo. Sbagliava, non trovava pace, ma ti convertiva. Potevi non diventare un suo discepolo, ma l'applauso alla fine te lo strappava. Perché lui era sempre pronto a scatenare guerre: contro chi comandava, contro chi stava in alto, contro i potenti. Nessuno zittiva Maradona, né allo stadio né fuori. Dovevi romperlo, per fermarlo. E infatti nell'83 il basco Andoni Goikoetxea con un gesto che resterà nella storia come "Goicoicidio", entrata assassina, gli fratturò il malleolo e gli strappò i legamenti (due ore di operazione). Così imparava, il piccoletto. Diego invece ha continuato ad andare meravigliosamente storto, non è mai riuscito a diventare una vecchia fotografia: poteva ingrassare, dimagrire, tingersi i capelli, avere la barba bianca, vestire in ciabatte o in smoking, rubare gol, intontire difese. Diego restava quella cosa lì: un divertimento. Il sentimento che fuggire e sfuggire si può, anzi si deve. Lo scatto quando ti aspetti la frenata, il ribaltare non solo l'avversario, ma anche una gerarchia fisica, sociale, politica.
Diego era piccolo e tarchiato, ma scappava a tutti, Diego era nato povero, nel barrio di Villa Fiorito, eppure era diventato un capopopolo, Diego era sudamericano, più tango che saudade, incantava i grandi scrittori, e dai con i palleggi con l'arancia, ma la sua tecnica era moderna. Diego è stato subito leggenda: nato di domenica, giorno della partita, unico maschio di quella notte, "tutto culo e piedi", disse il medico a Dona Tota. Quando aveva tre anni il cugino gli regalò la sua prima palla di cuoio ("Dormivo con la palla e l'abbracciavo al mio petto"). Quando si recò al suo primo provino, all'età di nove anni, era così avanti che l'allenatore credette veramente di avere davanti un nano. A 12 la prima intervista, quando giocava nella Cebollitas, nella squadra delle cipolline, con lui che già scartava sette avversari e vinceva. E si sa Hugo Orlando Gatti, il portiere del Boca che andava tra i pali con la bottiglia di wisky, lo derise: "Ciccione, dove credi di andare?", così Diego Armando gliene fece quattro a nome della fantasia extralarge. Diego quando arrivò a Napoli disse che delle poesie di Borges non ne ricordava una: "Se io fossi cieco non potrei giocare a pallone". Solo quello gli interessava, però chissà forse si sbagliava. Diego era antico: la mamma prima di tutto. L'ultima e più recente rissa perché gliela avevano offesa. Però a Playboy ammise: "È stato il sedere di Claudia a stregarmi".
Non si travestiva: il viaggio dalla sua baracca senz'acqua alle ville lussuose non l'avevano ripulito dal fango, non gli avevano tolto la voglia di ingozzarsi, di ballare, di fare baldoria, di godere di ogni illegalità. E sì anche di perdere la testa e di annusare il vizio. E quando il calcio è cominciato a diventare una fredda cattedrale frequentata da giocatori che si vergognavano a dare soltanto calci, lui ha detto (senza aver letto Marcuse) che il pallone era la sua unica passione, la sua sola verità. Diego è stato in mezzo a tutti noi, al nostro secolo, mai da un'altra parte. Si è immerso, si è contaminato, ha giocato da numero dieci di tutti i diseredati, ha lottato per tutti quelli che non hanno un posto del mondo. Per i sottovalutati, per le periferie, per quelli a cui non tocca mai. Non si è sentito in imbarazzo con i Maduro, i Chavez, i Morales, i Lula, i Castro: "Yo soy El Diego". È stato furbo, demagogico: "Sono figlio di Napoli", ma due scudetti quella città non li aveva mai vinti. Ma ha scelto un sud e non ha mai rimpianto la sua scelta. E soprattutto è stato l'unico calciatore nel Mondiale a pareggiare una guerra con un gol che ha fatto invecchiare l'Inghilterra e con un altro di rapina che ha riscattato l'Argentina dalla perdita delle isole Falklands/Malvinas. Ha fatto più male lui alla signora Thatcher che non i laburisti o il sindacato minatori. La sua gloria è stata bulimica, però ha regalato miracoli e punizioni divine. Maradona parlotta con Pecci: "Eraldo, passamela un pochino indietro". Il centrocampista lo prende per matto: "Diego, da qui non passa". "Tu toccala, e non preoccuparti". E fu una parabola magica.
Diego non voleva essere elegante e rispettabile e quando Pelé disse a lui ragazzo, impegnato nel mondiale giovanile: "Non ti credere mai il migliore, anche se lo sei, perché il giorno che ti ci sentirai smetterai di esserlo", Maradona non lo capì. Non poteva. Perché Diego proprio quello voleva: stare in cima, divertirsi con quella sensazione, consumarla con altri, goderne senza misura, ubriacarsi di se stesso. Non è stato saggio, non è stato il padre né il marito ideale, ha recuperato un po' con i nipoti, ma nel giorno del suo addio al calcio in una Bombonera che sembrava dovesse crollare da un momento all'altro sotto il peso della gente, della commozione, delle lacrime, della pena e delle pene, dei miracoli che sparivano, ebbe il coraggio e la sincerità di dire: "Io sono sporco, ma il calcio è pulito". Non era vero, ma lui voleva fosse vero. È morto per il cuore, dopo che era sembrato morire tante volte. Dispiaciuto e ferito per non aver sanato le liti con la sua famiglia. È morto forse troppo solo, lui che aveva giocato per tutti. Nel fondo dei suoi occhi ci trovavi sempre un pezzo di lucidità, anche nei momenti più confusi. "Ho fatto diventare l'Italia un paese anti-razzista", disse quando ai Mondiali del '90 tutto lo stadio lo fischiò nella partita contro il Camerun. Al poliziotto che lo arrestò, strafatto di coca, in una casa del quartiere Caballito e lo rimproverò : "Diego, perché l'hai fatto, eri l'idolo di mio figlio", aveva risposto "Tuo figlio aveva te". E alla giudice che gli aveva fatto la stessa domanda, aveva spiegato: "Ho cercato di fare felici milioni di persone". Lei come Pelé non lo aveva capito: "Non le bastava far felice se stesso?". No, a Diego per fortuna non bastava.