Tennis, miracolo a Mosca
di Gianni Clerici , di Gianni ClericiRipubblichiamo l'articolo uscito su Repubblica il 30 novembre 1995. Coppa Davis: da domani finale Russia-Usa. Eltsin, Chesnokov e uno sport proprio per pochi
TRENTATRE' anni, l'età di Cristo, sono passati da quando la prima squadra russa di Davis mise il naso fuori dalla cortina di ferro, per misurarsi con un paese capitalista. Firenze, la città scelta per quell' esordio, fu presa d' assalto da inviati occidentali e americani. Non vorrei ora esagerare, non vorrei dire che quel match equivalesse al famosissimo incontro di ping pong del ' 71 che sbloccò il rugginoso braccio di ferro tra Cina e Usa. Ma la novità di quel match, in un settore aristocratico dello sport, non fu male riassunto da un giovane cronista italiano, che così scriveva sul Giorno: "I russi hanno iscritto la loro squadra alla Davis sapendo di perdere, e molti si chiedono se sia anche questo un effetto del recente disgelo. Tutti quanti sanno che l' indirizzo dello sport sovietico è volontaristico, tutti sanno che le vittorie sportive servono innanzitutto la propaganda. Ora, se i russi iscrivono una squadr…
TRENTATRE' anni, l'età di Cristo, sono passati da quando la prima squadra russa di Davis mise il naso fuori dalla cortina di ferro, per misurarsi con un paese capitalista. Firenze, la città scelta per quell' esordio, fu presa d' assalto da inviati occidentali e americani. Non vorrei ora esagerare, non vorrei dire che quel match equivalesse al famosissimo incontro di ping pong del ' 71 che sbloccò il rugginoso braccio di ferro tra Cina e Usa. Ma la novità di quel match, in un settore aristocratico dello sport, non fu male riassunto da un giovane cronista italiano, che così scriveva sul Giorno: "I russi hanno iscritto la loro squadra alla Davis sapendo di perdere, e molti si chiedono se sia anche questo un effetto del recente disgelo. Tutti quanti sanno che l' indirizzo dello sport sovietico è volontaristico, tutti sanno che le vittorie sportive servono innanzitutto la propaganda. Ora, se i russi iscrivono una squadra che perderà probabilmente 5 a 0 contro un paese della Nato, si può desumere che, non essendo di colpo mutato il sistema, qualcosa stia mutando nella mentalità. Qualcosa, ma non tutto. Per non subire un rovescio in casa, i dirigenti russi ci hanno chiesto l' inversione di campo".
Quella squadra, formata dall' estone Lejus e dal caucasico Likacef, venne puntualmente smembrata dai nostri draghi di allora, Gardini, Pietrangeli, Sirola. Lasciarono 3 set ai poveri sovietici, i nostri, e soprattutto Pietrangeli, figlio di mamma russa, non volle infierire. Entrati così nella buona società del tennis mondiale, i russi iniziarono una vicenda incostante, legata ai venti della politica, agli umori polizieschi di tanti burocrati o gerarchi. Così il migliore dei russi, Thomas Lejus, finì in galera per un omicidio che, secondo alcuni, non aveva commesso. Così Galina Baksheeva, non meno affascinante della sua coetanea danzatrice, la Ulanova, scomparve d' un tratto: entrava in campo con il belletto e le braccia scoperte. Così la maggior promessa sovietica degli anni 80, Natascia Chmirieva, si imbattè in un incredulo collega dell' Equipe a Mosca: ciucca di vodka, disperata, raccontò al cronista la propria odissea di eroina eterodossa. Pregò di non pubblicare. Il cronista non seppe resistere. Non si ebbero più notizie. Altri campioni galleggiavano, invece, sull' onda. Quando fu la nostra squadretta, ormai orba dei draghi, a restituire la visita a Mosca nel ' 69, Alex Metreveli ci invitò tutti in un ristorante di lusso, tovaglie di Fiandra, servizio impeccabile, caviale a gogò. "Non siamo in Russia, amici" precisò. "Siamo in Georgia". Questo aiutò i meno creduli tra noi a capire qualcosa di un paradiso a due piani. Uno per gli iscritti, l' altro per i poveracci. La squadra di Davis russa, intanto, si ritirava due anni no, uno sì, ogni qualvolta si presentava a tiro un paese "fascista", il Sudafrica razzista, il Cile di Pinochet.
I giocatori russi ottennero grande conforto dalla riammissione ufficiale del tennis alle Olimpiadi, a Seul 1988. Come franò il sistema, i russi avevano una fior di squadra juniores, primo fra tutti Medvedev, seguito da Kafelnikov. In prima fila già si distingueva Andrei Chesnokov, famoso per una terribile sgridata che ne aveva quasi causato il forfait per ritardato arrivo al Roland Garros 1989. Le sue dichiarazioni sulla modestissima metratura di un appartamento a Mosca avevano causato l' ira del signor ambasciatore. Quello stesso anno, incoraggiato dal suo amico scacchista Kasparov, Andrei osò ribellarsi. Disse, e addirittura scrisse, che i mille dollari lasciatigli dal ministero su un guadagno di 553.318 gli parevano insufficienti. Fu la prima breccia nel muro del professionismo di stato.
Ora, a quasi 30 anni, Chesnokov è ritornato in squadra, grazie al licenziamento di un tecnico sgradito, Vadim Borissov. A dirigere la squadra russa, che mette paura agli americani privi di Agassi e di Chang, c' è Anatoly Lepeshine, che fece da mamma a tutti gli juniores russi. Ma c' è da domandarsi se questa avventura dei russi, questa nuova finale dopo il primo impatto dello scorso anno contro gli svedesi, avrà un futuro. Un' ora di tennis, su un campo coperto di Mosca, costa ora da 20 a 50 dollari, mentre il salario medio è di 200 dollari. Eltsin troverà sempre tempo e campo per un palleggio, ma non ci sono strutture e soprattutto denari per chi non ne ha, e cioè non più del cinque per cento della popolazione. Certo, una vittoria varrebbe milioni. E potrebbe, da sport d' élite, trasformare il tennis in un gioco popolare.
Quella squadra, formata dall' estone Lejus e dal caucasico Likacef, venne puntualmente smembrata dai nostri draghi di allora, Gardini, Pietrangeli, Sirola. Lasciarono 3 set ai poveri sovietici, i nostri, e soprattutto Pietrangeli, figlio di mamma russa, non volle infierire. Entrati così nella buona società del tennis mondiale, i russi iniziarono una vicenda incostante, legata ai venti della politica, agli umori polizieschi di tanti burocrati o gerarchi. Così il migliore dei russi, Thomas Lejus, finì in galera per un omicidio che, secondo alcuni, non aveva commesso. Così Galina Baksheeva, non meno affascinante della sua coetanea danzatrice, la Ulanova, scomparve d' un tratto: entrava in campo con il belletto e le braccia scoperte. Così la maggior promessa sovietica degli anni 80, Natascia Chmirieva, si imbattè in un incredulo collega dell' Equipe a Mosca: ciucca di vodka, disperata, raccontò al cronista la propria odissea di eroina eterodossa. Pregò di non pubblicare. Il cronista non seppe resistere. Non si ebbero più notizie. Altri campioni galleggiavano, invece, sull' onda. Quando fu la nostra squadretta, ormai orba dei draghi, a restituire la visita a Mosca nel ' 69, Alex Metreveli ci invitò tutti in un ristorante di lusso, tovaglie di Fiandra, servizio impeccabile, caviale a gogò. "Non siamo in Russia, amici" precisò. "Siamo in Georgia". Questo aiutò i meno creduli tra noi a capire qualcosa di un paradiso a due piani. Uno per gli iscritti, l' altro per i poveracci. La squadra di Davis russa, intanto, si ritirava due anni no, uno sì, ogni qualvolta si presentava a tiro un paese "fascista", il Sudafrica razzista, il Cile di Pinochet.
I giocatori russi ottennero grande conforto dalla riammissione ufficiale del tennis alle Olimpiadi, a Seul 1988. Come franò il sistema, i russi avevano una fior di squadra juniores, primo fra tutti Medvedev, seguito da Kafelnikov. In prima fila già si distingueva Andrei Chesnokov, famoso per una terribile sgridata che ne aveva quasi causato il forfait per ritardato arrivo al Roland Garros 1989. Le sue dichiarazioni sulla modestissima metratura di un appartamento a Mosca avevano causato l' ira del signor ambasciatore. Quello stesso anno, incoraggiato dal suo amico scacchista Kasparov, Andrei osò ribellarsi. Disse, e addirittura scrisse, che i mille dollari lasciatigli dal ministero su un guadagno di 553.318 gli parevano insufficienti. Fu la prima breccia nel muro del professionismo di stato.
Ora, a quasi 30 anni, Chesnokov è ritornato in squadra, grazie al licenziamento di un tecnico sgradito, Vadim Borissov. A dirigere la squadra russa, che mette paura agli americani privi di Agassi e di Chang, c' è Anatoly Lepeshine, che fece da mamma a tutti gli juniores russi. Ma c' è da domandarsi se questa avventura dei russi, questa nuova finale dopo il primo impatto dello scorso anno contro gli svedesi, avrà un futuro. Un' ora di tennis, su un campo coperto di Mosca, costa ora da 20 a 50 dollari, mentre il salario medio è di 200 dollari. Eltsin troverà sempre tempo e campo per un palleggio, ma non ci sono strutture e soprattutto denari per chi non ne ha, e cioè non più del cinque per cento della popolazione. Certo, una vittoria varrebbe milioni. E potrebbe, da sport d' élite, trasformare il tennis in un gioco popolare.