È stato il nostro Maradona. Ma alla maniera di PaoloRossi. Così lo chiamavano nel mondo, nome e cognome tutto attaccato. È stata la nostra normale diversità, il coraggio della porta accanto, il nostro romanzo popolare: ragazzo cresciuto in oratorio, fisico non da fenomeno, anzi pallido e fragile, tre menischi in meno tra i 16 e i 19 anni, quando già non averne uno era una condanna. È soprattutto grazie a lui che si tornò manifestare nelle piazze dietro il tricolore: uniti e non divisi. Non contro qualcuno, ma convinti di poter essere qualcosa nel mondo, perché come disse il presidente Pertini a re Juan Carlos: "Con questi azzurri non ce n'è per nessuno".
È stato l'italian way al calcio, il giocatore azzurro più importante del dopoguerra, lo sciamano che anche nei giorni di nebbia trova d'istinto la porta. Non metteva soggezione come Riva, non era potente, non travolgeva. Ma…
È stato il nostro Maradona. Ma alla maniera di PaoloRossi. Così lo chiamavano nel mondo, nome e cognome tutto attaccato. È stata la nostra normale diversità, il coraggio della porta accanto, il nostro romanzo popolare: ragazzo cresciuto in oratorio, fisico non da fenomeno, anzi pallido e fragile, tre menischi in meno tra i 16 e i 19 anni, quando già non averne uno era una condanna. È soprattutto grazie a lui che si tornò manifestare nelle piazze dietro il tricolore: uniti e non divisi. Non contro qualcuno, ma convinti di poter essere qualcosa nel mondo, perché come disse il presidente Pertini a re Juan Carlos: "Con questi azzurri non ce n'è per nessuno".
È stato l'italian way al calcio, il giocatore azzurro più importante del dopoguerra, lo sciamano che anche nei giorni di nebbia trova d'istinto la porta. Non metteva soggezione come Riva, non era potente, non travolgeva. Ma era lì nel momento giusto, con la sua tecnica, a segnare e risegnare, come a ripetere le asticelle, una cosa normale. Se c'era uno che riemergeva da una mischia e il pallone era dentro quello era Rossi. Non un Superman, non un SuperEroe, ma anzi uno che s'infila, sgattaiola, un'ombra che si stacca dal sole e si allunga dove le pare. Un Benigni che ruba l'attimo e al posto della battuta piazza il gol. In Nazionale nacque Pablito in Argentina (tre gol nel '78), crebbe a dismisura in Spagna (sei reti nell'82), morì a Messico '86 (solo panchina). Maradona è dietro: 8 reti in quattro mondiali, lui 9 in due, perché nel terzo non giocò mai. Rossi non aveva orecchini, né tatuaggi, né capelli strani. Perfino il nome era tra quelli più comuni. Era diverso essendo uguale. Il numero 20 azzurro più famoso della storia, quello che ha segnato più gol ai mondiali (con Roberto Baggio e Vieri). Quello che esultava nella maniera più semplice: braccia levate al cielo e gran sorriso. Come a dire: non siamo male, ce la possiamo fare, tutti noi.
Non si è mai vantato di aver fatto dell'Italia una squadra migliore. Eppure è tra i sei giocatori al mondo ad aver vinto mondiale e Pallone d'oro nello stesso anno e tra gli otto che ci hanno aggiunto anche la Champions. Eppure nel 1978 quando Moro viene ucciso dalla Br, Peppino Impastato dalla mafia, il presidente Giovanni Leone si dimette per lo scandalo Lockeed e la Fiat licenzia e mette in cassa integrazione, Rossi diventa Mister Cinque Miliardi, perché per risolvere la sua comproprietà Boniperti per la Juve scrive nella busta "875 milioni" e Giussy Farina, presidente del Lanerossi Vicenza per metà cartellino offre 2 miliardi, 612 milioni e 510 lire. La sua giustificazione: "Rossi è la Gioconda del nostro calcio". È un cifra che nessun giocatore al mondo ha mai raggiunto. Per protesta contro la proposta indecente e la follia economica Franco Carraro si dimise da presidente della Lega Calcio. E quando nel '79 Paolo Rossi lasciò il Vicenza per andare in prestito al Perugia sarà ancora un prezzo record: 800 milioni di lire. Il suo costo: 26 milioni e mezzo a partita.
Di quel passato Paolo si era liberato: non viveva in una casa-museo, aveva regalato tutte le maglie, piuttosto che disegnare gol voleva capire come si dipingono capolavori, era andato da Guttuso per vedere "da vicino" e anche da Arrigoni. Era curioso, voleva vivere la vita, non solo il calcio, conoscere cosa ci fosse fuori dal campo, dallo stadio, dai ritiri. Rifiutava l'imbalsamazione, scappò dal piedistallo, per farsi aprire i musei di notte. Usò la fama non per avere di più, ma altro. Smise presto a 31 anni, per colpa del ginocchio sinistro, sapeva che lo sport non è una fiaba, che toglie e dà, ma ti ammacca dentro e fuori. Non si lamentava troppo dei dolori: "Ho un fastidioso mal di schiena", invece era il tumore ai polmoni.
Appassionato di pittura e di atletica, ai Mondiali dell'87 era a Roma come uno spettatore comune, non si dava arie, sempre disponibile a venirti a prenderti alla stazione e a darti la priorità rispetto a un ministro. Non si era proclamato re del calcio nemmeno per il figlio e per le sue due ultime bambine, tanto che a casa gli chiedevano: ma è vero che sei un campione del mondo? Né si era ubriacato di sé stesso, il delirio di onnipotenza, quello che fa di te un rispettabile tiranno magico e strepitoso, non lo aveva mai sfiorato. Anche se nelle zone di guerra e negli angoli del mondo più terribili dicevi PaoloRossi e la traduzione funzionava. Era l'immagine vincente e seducente dell'Italia all'estero: la Sophia Loren dello sport.
Ma non era trasgressivo e ci teneva alla privacy. In questo è stato l'anti-Maradona: non volle andare a Napoli perché preferiva non fare il fenomeno o l'uomo-spettacolo e non essere accompagnato da affetto giorno e notte e dall'effetto presepe. Tranne che a Perugia ha giocato sempre al nord: Como, Vicenza, Juve, Milan, Verona. Non ha mai urlato o urlato contro i potenti, ma ha tenuto testa a Boniperti che dopo il mondiale non voleva aumentargli del dieci per cento i 125 milioni di lire del suo stipendio annuo e ha detto chiaramente che quella partita all'Heysel con i morti a fianco non andava giocata. Il disincanto gli era nato nell'80 per la squalifica del Totonero quando alzandosi per venti secondi da una tombola si ritrovò coinvolto nello scandalo-scommesse e fu fermato per due anni. Quando fu fatta pressione sul presidente federale Sordillo per farlo rientrare prima visto che la Nazionale si era qualificata per i Mondiali in Spagna, la risposta fu: "I princìpi contano più dei risultati agonistici". Era un'altra Italia, sì. Al giocatore non venne condonato nemmeno un giorno. Vinse anche l'insistenza del ct Bearzot che lo portò in azzurro convinto che "senza Rossi siamo poco" e non diede ascolto alle critiche ("Facci un favore, vattene a casa", gli urlarono a Vigo).
Fu il primo, prima di Beckham, a far avvicinare (e tifare) le donne italiane al calcio. Era carino, gentile, perbene, uno che non spaventava le madri e mostrava che il pallone era un altro modo per vivere la domenica e forse anche la vita. I settimanali femminili lo mettevano in copertina, non era il calciatore che non spiccicava parola. Era anche arguto, quando l'aereo della Nazionale atterrò in Italia in rientro dal Messico alla giornalista che gli sedeva accanto disse: "Esci prima tu e guarda se ci tirano i pomodori".
Da ragazzo voleva fare l'astronauta e chiese al nonno come si poteva andare sulla luna. "Si deve prima asfaltare tutta la strada". Lui ne ha asfaltata tanta, difensori compresi, sempre con quella sua aria leggera. E la luna ce l'ha data, senza mai farci pesare il viaggio e i cinque chili persi. Come scrisse nell'82 la rivista Time in copertina: "È bello essere italiani". Senza esagerare, ma sì con PaoloRossi non era niente male.