Agassi, vai a studiare
di Gianni Clerici , di Gianni ClericiArrivati al match-point per Agassi, soltanto una mamma, Beatrix, poteva ancora credere nel suo bambinone, Alberto. Non ci credeva più nessuno, nello stadio, nemmeno il coach di Mancini, Pancho Mastelli. A partire dal settimo game del quarto set, attribuito ad Agassi per maltrattamenti di Mancini alla sua racchetta, l' argentino era parso avvilito, desideroso soltanto della doccia. E' stata proprio in quella, mentre Tommasi iniziava ad elencare i record del californiano, che mi son sentito dire: Aspettiamo un momento, Rino. Magari ci si trova al quinto set. Voglio essere onesto, confessare che di quel commento mi sono subito vergognato, quasi avessi affermato la palla è rotonda. Quel match, pareva ormai segnato.
Al tempo stesso, André Agassi non aveva convinto più che nei giorni precedenti, per me inferiori al suo standard 1988. Fino a quel fatidico settimo game, Andreino era stato avanti perché Mancini è un buon tennista …
Arrivati al match-point per Agassi, soltanto una mamma, Beatrix, poteva ancora credere nel suo bambinone, Alberto. Non ci credeva più nessuno, nello stadio, nemmeno il coach di Mancini, Pancho Mastelli. A partire dal settimo game del quarto set, attribuito ad Agassi per maltrattamenti di Mancini alla sua racchetta, l' argentino era parso avvilito, desideroso soltanto della doccia. E' stata proprio in quella, mentre Tommasi iniziava ad elencare i record del californiano, che mi son sentito dire: Aspettiamo un momento, Rino. Magari ci si trova al quinto set. Voglio essere onesto, confessare che di quel commento mi sono subito vergognato, quasi avessi affermato la palla è rotonda. Quel match, pareva ormai segnato.
Al tempo stesso, André Agassi non aveva convinto più che nei giorni precedenti, per me inferiori al suo standard 1988. Fino a quel fatidico settimo game, Andreino era stato avanti perché Mancini è un buon tennista ma non un campione, e perché la ricorrente tendinite ne disturbava le arrotate. Altra ragione, è che Mancini va a nozze contro i volleatori, mentre Andreino attaccava sì, ma dal fondocampo. Quel che non mi convinceva, di Agassi, era la decisione di alzare pallonetti arrotati, su insistenti segnalazioni della sua panchina, il vice di Bollettieri Fritz Nau, il preparatore atletico Pat Etchenbery.
Se da un lato quella sorta di melina toglieva appoggi a Mancini, dall' altro complicava le accelerazioni di Agassi, abituato a battersi a guardia bassa. E' stato quell' insistere nella melina, e l' abuso delle smorzate, che mi ha fatto pensare, all' inizio del quarto set, che Andreino fosse un po' stanco. Più stanco di un Mancini certo meno elegante, ma capace di arare il campo ore ed ore, come un bue. E io mi accingevo con riluttanza a celebrare la vittoria di un tipo che, se non meritava moltissimo, demeritava meno dell' avversario. Finché è venuta l' ammonizione per il maltrattamento della racchetta, ingiusta perché il povero Mancini pensava di ripulire, al più, la suola di una scarpa, non certo di spezzarvi il suo strumento di lavoro. Da quell' istante, afferma l' argentino, la ribellione all' ingiustizia lo ha spinto verso la vittoria. E' certo un nobile concetto, quello di Mancini, ma è anche giusto notare che la ribellione non gli ha impedito di perdere netto l' ottavo gioco (3-5), che uno sciagurato drop di Agassi gli ha offerto il successivo (4-5) e che infine André ha affrontato il match-point con la sufficienza di chi si ritiene ormai vincitore.
Poiché, ancor prima che per spiegare, si scrive per capire, comincio a sospettare che due siano le principali ragioni che hanno privato Agassi di un match quasi vinto. La spocchia e, un minuto più tardi, la sgomenta incredulità di chi si ritrova d' un colpo senza gambe. Come quasi tutti i suoi colleghi, Andreino ha pochissima abitudine a match di cinque partite, la distanza classica del tennis di una volta. L' anno scorso, al Roland Garros lo vidi prendere a schiaffi per quattro set un paziente Wilander, e scoppiare come un povero palloncino all' inizio del quinto. Anche per questo, Agassi è seguito ora da uno specialista, quel Pat Etchenbery che ha allenato per 25 anni all' università di Kentucky.
La preparazione dei tennisti è scienza ancora poco esplorata, e si sono visti risultati dubbi, tipo il Wilander di quest' anno. Più di un preparatore atletico avrebbe giovato ad Agassi un corso sui gesti tradizionali della volée, un colpo che gli consentirebbe di faticare infinitamente meno. Con una dozzina di volleine toccate bene, André avrebbe vinto prima, con buona pace della ribellione all' ingiustizia del suo avversario. A meno che le mie siano soltanto ipotesi e abbia ragione il mio collega Bud Collins. Il giorno prima della finale, Bollettieri è infatti ritornato in Usa per onorare la festa di laurea di sua figlia. Privato del papà adottivo, Andreino ha giocato la partita tatticamente confusa che tutti abbiamo visto, e l' ha sciupata. Sarà giusto. Ma nemmeno la presenza di Santa Barbara, la patrona degli artificieri, avrebbe impedito al piccolo Agassi di scoppiare.