Il Milan era finito. Fisicamente. Qualsiasi recupero costava ai suoi giocatori enorme fatica e il palleggio della Lazio, già risalita dai due gol presi quando la partita era giovane, ricordava la sequenza delle banderillas che affievoliscono con crudeltà la resistenza del toro, preparandolo al sacrificio. Il Milan digrignava i denti con coraggio, e tentava comunque di ripartire per cambiare il suo destino, come un pugile dalla vista annebbiata cerca il pugno del ko per cavarsela. Ma sembrava destinato, nel migliore dei casi, al pareggio che gli avrebbe fatto perdere il primato proprio prima della (breve) pausa. Una situazione psicologica complessa da gestire dopo tanto entusiasmo. Poi però sono successe due cose: gli infausti cambi di Simone Inzaghi, che togliendo Immobile e Milinkovic è sembrato proporre la patta come uno scacchista sazio, e l'ingresso in scena di Theo Hernandez, che ha intaccato una riserva di benzina supplementare, e sembrava una mac…
Il Milan era finito. Fisicamente. Qualsiasi recupero costava ai suoi giocatori enorme fatica e il palleggio della Lazio, già risalita dai due gol presi quando la partita era giovane, ricordava la sequenza delle banderillas che affievoliscono con crudeltà la resistenza del toro, preparandolo al sacrificio. Il Milan digrignava i denti con coraggio, e tentava comunque di ripartire per cambiare il suo destino, come un pugile dalla vista annebbiata cerca il pugno del ko per cavarsela. Ma sembrava destinato, nel migliore dei casi, al pareggio che gli avrebbe fatto perdere il primato proprio prima della (breve) pausa. Una situazione psicologica complessa da gestire dopo tanto entusiasmo. Poi però sono successe due cose: gli infausti cambi di Simone Inzaghi, che togliendo Immobile e Milinkovic è sembrato proporre la patta come uno scacchista sazio, e l'ingresso in scena di Theo Hernandez, che ha intaccato una riserva di benzina supplementare, e sembrava una macchina sovralimentata. Un dragster. Il portentoso terzino ha attraversato il campo come una scossa elettrica, rianimando ciò che si poteva rianimare e, visto che Rebic non se n'era fatto nulla dei suoi assist, risolvendo in proprio all'ultimo respiro quella che potrebbe essere la vittoria più importante della stagione rossonera.
Il colpo finale del Milan mantiene l'Inter dietro, ma conoscendo un po' Antonio Conte non lo immaginiamo troppo deluso. La corsa è ancora lunga, e la settima vittoria di fila certifica una velocità di crociera ormai sostenuta. Dopo aver detto che nei prossimi giorni incontrerà i dirigenti per discutere se e come migliorare la squadra, il tecnico - che nella comunicazione interna segue percorsi molto personali - ha disegnato a Verona una formazione inedita aggiungendo un uomo all'attacco in un modulo leggibile come 3-4-2-1. Quest'uomo, Perisic, ha combinato assai poco, perché è un'ala riciclabile al massimo come esterno e perché dei 70 minuti che gli sono stati concessi, i primi 45 non sono stati usati dall'Inter, dispostasi a testuggine in pura attesa che il Verona bruciasse le sue energie. Una mossa inutile, ma un segnale importante: immaginate di sostituire al pesce fuor d'acqua Perisic il Papu Gomez, che in quella posizione ha fatto le fortune dell'Atalanta, e avrete tutt'altra creatività ed efficacia alle spalle di Lukaku. Siccome poi Gomez non è il tipo che fatichi a inseguire il primo avversario, un compito cui Eriksen si è piegato con professionalità ma anche distacco, il messaggio di Conte assomiglia a un chiarimento: non è che non voglio il trequartista, uno come il Papu lo farei giocare. Vedremo presto se davvero l'Atalanta lo vuole cedere e se l'Inter riuscirà a completare il programma di dismissioni ("cessioni" di questi tempi è una parola grossa) richiesto dalla Cina per tornare sul mercato. Di certo l'eventuale rapporto qualità/prezzo di Gomez sarebbe molto conveniente. Non solo per l'Inter, per tutta l'alta classifica.
A latere del segnale - una nostra illazione, ma ragionata - Conte ha vinto a Verona con una dimostrazione di studio e di calcolo. La squadra di Juric aveva sin qui raccolto eccellenti risultati con le grandi (pareggi contro Milan e Juve, vittorie su Atalanta e Lazio), ma giocando sempre dopo un turno europeo. Dunque, contro giocatori più forti ma più spremuti. Stavolta il Verona, già incompleto, ha fatto la partita nel primo tempo finendo di sfinirsi. L'Inter è entrata in campo soltanto nella ripresa, e ha passeggiato con bella sicurezza fra le macerie segnando due gol nella porta avversaria e praticamente uno nella propria - la topica di Handanovic equivale a un'autorete - e liberando un Hakimi in versione enjoy (copyright Conte), ovvero senza grandi necessità di difendere. E in un contesto del genere, il marocchino è la tempesta perfetta.
La classifica dice che le milanesi si sono allontanate. Il discorso Juve va tenuto in sospeso, perché sul martedì nero non costruiremmo teorie disfattiste - crediamo ancora nelle possibilità di sviluppo di Pirlo, per essere chiari - e le alternative sembrano ormai destinate a lottare per la Champions. L'ultima sensazione dell'anno è che chi indovinerà il mercato di gennaio - proprio perché limitato - potrà fare un bel salto in alto.
Il colpo finale del Milan mantiene l'Inter dietro, ma conoscendo un po' Antonio Conte non lo immaginiamo troppo deluso. La corsa è ancora lunga, e la settima vittoria di fila certifica una velocità di crociera ormai sostenuta. Dopo aver detto che nei prossimi giorni incontrerà i dirigenti per discutere se e come migliorare la squadra, il tecnico - che nella comunicazione interna segue percorsi molto personali - ha disegnato a Verona una formazione inedita aggiungendo un uomo all'attacco in un modulo leggibile come 3-4-2-1. Quest'uomo, Perisic, ha combinato assai poco, perché è un'ala riciclabile al massimo come esterno e perché dei 70 minuti che gli sono stati concessi, i primi 45 non sono stati usati dall'Inter, dispostasi a testuggine in pura attesa che il Verona bruciasse le sue energie. Una mossa inutile, ma un segnale importante: immaginate di sostituire al pesce fuor d'acqua Perisic il Papu Gomez, che in quella posizione ha fatto le fortune dell'Atalanta, e avrete tutt'altra creatività ed efficacia alle spalle di Lukaku. Siccome poi Gomez non è il tipo che fatichi a inseguire il primo avversario, un compito cui Eriksen si è piegato con professionalità ma anche distacco, il messaggio di Conte assomiglia a un chiarimento: non è che non voglio il trequartista, uno come il Papu lo farei giocare. Vedremo presto se davvero l'Atalanta lo vuole cedere e se l'Inter riuscirà a completare il programma di dismissioni ("cessioni" di questi tempi è una parola grossa) richiesto dalla Cina per tornare sul mercato. Di certo l'eventuale rapporto qualità/prezzo di Gomez sarebbe molto conveniente. Non solo per l'Inter, per tutta l'alta classifica.
A latere del segnale - una nostra illazione, ma ragionata - Conte ha vinto a Verona con una dimostrazione di studio e di calcolo. La squadra di Juric aveva sin qui raccolto eccellenti risultati con le grandi (pareggi contro Milan e Juve, vittorie su Atalanta e Lazio), ma giocando sempre dopo un turno europeo. Dunque, contro giocatori più forti ma più spremuti. Stavolta il Verona, già incompleto, ha fatto la partita nel primo tempo finendo di sfinirsi. L'Inter è entrata in campo soltanto nella ripresa, e ha passeggiato con bella sicurezza fra le macerie segnando due gol nella porta avversaria e praticamente uno nella propria - la topica di Handanovic equivale a un'autorete - e liberando un Hakimi in versione enjoy (copyright Conte), ovvero senza grandi necessità di difendere. E in un contesto del genere, il marocchino è la tempesta perfetta.
La classifica dice che le milanesi si sono allontanate. Il discorso Juve va tenuto in sospeso, perché sul martedì nero non costruiremmo teorie disfattiste - crediamo ancora nelle possibilità di sviluppo di Pirlo, per essere chiari - e le alternative sembrano ormai destinate a lottare per la Champions. L'ultima sensazione dell'anno è che chi indovinerà il mercato di gennaio - proprio perché limitato - potrà fare un bel salto in alto.