✕
L'allenatore del Napoli Rino Gattuso (afp)

Onestamente Gattuso, il tecnico saggio che sfida malattia e luoghi comuni

L'allenatore del Napoli ha spiegato in tv la sua malattia tirandosi via la benda dall'occhio: un messaggio di grande valore per i giovani. Un personaggio che si fa apprezzare per come sta scardinando molti rituali del calcio: dicendo quello che pensa, uscendo dall'ovvio, senza risparmiare critiche ma sapendo anche chiedere scusa
3 minuti di lettura
Se è vero che i messaggi degli idoli dello sport hanno forza dirompente, quello prenatalizio di Rino Gattuso, dopo la partita col Torino, vale moltissimo per i ragazzi, disorientati dal confinamento fisico ed emozionale. L'allenatore del Napoli, da dieci anni alle prese con una malattia autoimmune tenuta a bada col cortisone, la miastenia oculare, si è tirato via la benda dall'occhio destro semichiuso e non si è vergognato di spiegare in tivù la ragione del volto sofferente: "Vedo doppio e mi è difficile stare in piedi. Passerà: devo accettarlo, c'è di peggio nella vita. Voglio dirlo a tutti i ragazzini che hanno paura, quando hanno un qualcosa di strano e non si vedono bene allo specchio: la vita è bella e bisogna affrontarla senza paura, senza nascondersi. E io ho la fortuna di fare il lavoro che mi piace, il lavoro che è la mia vita". 

Riconducendo alla normalità il suo guaio, nel trag…
Se è vero che i messaggi degli idoli dello sport hanno forza dirompente, quello prenatalizio di Rino Gattuso, dopo la partita col Torino, vale moltissimo per i ragazzi, disorientati dal confinamento fisico ed emozionale. L'allenatore del Napoli, da dieci anni alle prese con una malattia autoimmune tenuta a bada col cortisone, la miastenia oculare, si è tirato via la benda dall'occhio destro semichiuso e non si è vergognato di spiegare in tivù la ragione del volto sofferente: "Vedo doppio e mi è difficile stare in piedi. Passerà: devo accettarlo, c'è di peggio nella vita. Voglio dirlo a tutti i ragazzini che hanno paura, quando hanno un qualcosa di strano e non si vedono bene allo specchio: la vita è bella e bisogna affrontarla senza paura, senza nascondersi. E io ho la fortuna di fare il lavoro che mi piace, il lavoro che è la mia vita". 

Riconducendo alla normalità il suo guaio, nel tragico anno della pandemia, ha ricordato implicitamente la scala delle fortune e dei drammi, lui che lo scorso giugno ha perso la sorella Francesca in lotta col diabete, lui collega e amico di Mihajlovic, l'allenatore del Bologna tornato in panchina dopo il trapianto del midollo. Erano in fondo parole di buon senso. A renderle eccezionali è stato il contesto: quella fiera dell'ovvietà, spesso spacciata per verità rivelata, che è ormai il dopo partita, in cui i meccanismi di autodifesa dei protagonisti ancora carichi di adrenalina suggeriscono di buttare il pallone in corner con le frasi fatte sul 4-3-3 o sulla squadra che ha dato tutto, perché a caldo può saltare l'autocontrollo anche di fronte alla domanda più innocua e perché anche la risposta più banale, rilanciata istantaneamente dall'esperanto del web, può trasformarsi in danno. 

In questo ingessatissimo rituale ha fatto irruzione Gattuso e l'ha scardinato con la più semplice delle modalità: l'abitudine a dire ciò che pensa e a uscire talvolta dal classico rettangolo di gioco, rassicurante spazio autoreferenziale. Quando parla lui, come minimo consegna una lucida analisi tattica della partita appena finita, senza risparmiare se è il caso le critiche a se stesso e ai suoi calciatori. Nel regno dell'ovvio sembra un marziano, soprattutto quando sconfina oltre spogliatoio: l'occhio sarà anche semichiuso o bendato, ma le parole fanno spesso aprire gli occhi. Così è stato dopo la morte di Maradona, quando Napoli trascinava in piazza il proprio dolore: è comprensibile, ma facciamo i bravi e mettiamo la mascherina, c'è il coronavirus. Così è stato per i conti dei club, messi in ginocchio dal Covid: noi siamo privilegiati, pensiamo ad allenarci bene, nel mondo ridimensionato c'è chi non ha più un piatto di pasta a tavola. E così era stato, quando Rino allenava il Milan, per gli attacchi social quasi quotidiani dell'allora vicepremier Salvini in veste di tifoso: tutti hanno il diritto di criticare, ma un governante di un Paese in difficoltà dovrebbe avere altre priorità. 

Ovviamente dire a caldo quello che si pensa ha qualche controindicazione: è capitato da poco per la teoria esposta da Gattuso sulla liceità del mandare a quel paese l'arbitro, come ha fatto contro l'Inter Insigne, che è in nutrita compagnia (il silenzio degli stadi vuoti sta amplificando il sonoro delle parolacce in campo) ma ha poi chiesto scusa.

Di sicuro ci sono due luoghi comuni su Gattuso che Gattuso è riuscito a demolire da quando fa l'allenatore. Il primo è che le sue squadre debbano essere tutte "cuore e grinta", in base alla falsa credenza dell'osmosi tra ruoli completamente diversi: a parte che il mediano campione del mondo non aveva piedi poi così quadrati, il mister predilige il gioco raffinato e i giocatori tecnici. Il secondo luogo comune è appunto quello sull'impulsività irrefrenabile. Il calciatore prese per il collo Jordan, vice allenatore del Tottenham, urlò in faccia a Beckham dopo una simulazione "this is not a swimming pool", non sei in piscina, e a Ronaldo il Fenomeno "l'hai menato, mo' te ne esci" dopo l'espulsione per la gomitata ad Ayala nel derby. Da allenatore in fase di gavetta all'Ofi sintetizzò nel reiterato sfogo intorno al concetto scatologico di malakìa (traduzione dal greco: merda) il fatto che nel club in via di fallimento non funzionasse proprio nulla e a Creta si accorsero presto quanto fosse vero. Su Jordan Rino riconobbe subito in pubblico l'errore: "Merito una squalifica pesante, ho dato un pessimo esempio". Quando Beckham andò al Milan, fu l'ospite d'onore all'inaugurazione della sua pescheria a Gallarate. E Ronaldo, approdato a sua volta a Milanello sul finire della carriera, iniziò una solida amicizia con Ringhio, uno che ringhia fino a un certo punto. 

Conoscerlo meglio sta aiutando i tifosi a capire l'eccezionalità della sua normalità. Che in realtà non è affatto nuova. Era già scritto tutto nella tesi di 81 pagine presentata a Coverciano nel 2014, incentrata sul passaggio alla panchina dal campo, che aveva dovuto abbandonare un po' prima del previsto proprio per la malattia agli occhi. Il terzo capitolo è interamente dedicato alla comunicazione: "Il rapporto coi media deve essere gestito con intelligenza e rispetto reciproco: vanno accettati eventuali confronti anche nell'immediato dopo partita". Gattuso ha linguaggio ruspante e non possiede l'eloquio del conferenziere. Ha però l'intuito, l'onestà e il gusto per la battuta folgorante, come quella famosa sul rischio della squalifica prima della semifinale con la Germania nel 2006: "Il cartellino io me lo mangio". L'introduzione alla sua tesi resta un inno al valore del lavoro: "Anche se sei stato un campione, da allenatore devi ripartire da capo, rimetterti in discussione, accettare il rischio, prepararti al massimo ogni giorno, studiare sempre, non lasciare mai nulla al caso". Una lezione da trasmettere ai ragazzi, al tempo della didattica a distanza.