Lucia Montanarella (Cio): "Da Sydney a Tokyo la mia vita per i Giochi"
di Emanuela Audisio , di Emanuela AudisioRomana, 54 anni, laureata in lettere, è a capo delle operazioni media presso il Comitato olimpico internazionali: "Le Olimpiadi si faranno, l'unico dubbio è sul pubblico. Le limitazioni resteranno anche per Pechino 2022"
È la scenografa dei Giochi Olimpici per i media. È italiana. È quella che evita i lost in translation per stampa e tv. È lei che vaglia numeri, posti e postazioni. E organizza anche gli Mpc, i Media Press Center. Ultimo domicilio conosciuto per giornalisti e fotografi che lavorano ai Giochi. Si chiama Lucia Montanarella, è nata a Roma nel 1966, laureata in lettere, parla cinque lingue, prima donna ad occupare il posto di Head of Olympic Games Media Operations al Cio. Grande lavoratrice, molto sportiva, sposata, un figlio e una figlia. Da 15 anni lavora all'estero: Vancouver, Rio, Losanna.
Come ha iniziato?
"A Barcellona '92, collaboravo alla radio e alla rivista Cavallo, è stata la mia prima esperienza da cronista vera, con l'approccio all'esordiente info-system, sistema informatico dove trovavi notizie e biografie degli atleti. Ad Atlanta '96, mentre mi occupo della comunicazione federale degli sport equestri c…
Come ha iniziato?
"A Barcellona '92, collaboravo alla radio e alla rivista Cavallo, è stata la mia prima esperienza da cronista vera, con l'approccio all'esordiente info-system, sistema informatico dove trovavi notizie e biografie degli atleti. Ad Atlanta '96, mentre mi occupo della comunicazione federale degli sport equestri c…
È la scenografa dei Giochi Olimpici per i media. È italiana. È quella che evita i lost in translation per stampa e tv. È lei che vaglia numeri, posti e postazioni. E organizza anche gli Mpc, i Media Press Center. Ultimo domicilio conosciuto per giornalisti e fotografi che lavorano ai Giochi. Si chiama Lucia Montanarella, è nata a Roma nel 1966, laureata in lettere, parla cinque lingue, prima donna ad occupare il posto di Head of Olympic Games Media Operations al Cio. Grande lavoratrice, molto sportiva, sposata, un figlio e una figlia. Da 15 anni lavora all'estero: Vancouver, Rio, Losanna.
Come ha iniziato?
"A Barcellona '92, collaboravo alla radio e alla rivista Cavallo, è stata la mia prima esperienza da cronista vera, con l'approccio all'esordiente info-system, sistema informatico dove trovavi notizie e biografie degli atleti. Ad Atlanta '96, mentre mi occupo della comunicazione federale degli sport equestri conosco dei media-manager che mi portano dentro al comitato organizzatore di Sydney 2000. E lì resto incuriosita e folgorata, il lavoro di squadra mi piace. Tornata in Italia rispondo ad un annuncio di lavoro per i Giochi invernali 2006. È appena morto l'avvocato Agnelli quando arrivo a Torino, il colloquio è al Lingotto all'indomani della camera ardente, vengo assunta, dopo due mesi sono promossa all'Olympic news service".
Momenti tristi o difficili?
"A Vancouver nel 2010 la morte nelle prove dello slittinista georgiano Kumaritashvili a poche ore dalla cerimonia di inaugurazione. A Rio 2016 l'inizio con il bus della stampa preso a sassate da rapinatori, in Brasile è stato subito chiaro che il progetto era complicato per le incertezze finanziarie, ma la gente adorabile. Passando ad argomenti più leggeri: cercare di disciplinare i media indiani. Sono convinti di poter filmare tutto".
Lei è la prima donna ad avere questo incarico internazionale.
"Sì ma non ci ho mai dato molta importanza, e non ho mai avuto problemi con i capi uomini, sarà che ne ho avuti di bravi e di cordiali. Non ho un segreto, tranne quello di conquistarsi il rispetto nell'ambito dei comitati organizzatori e di avere cura per le cose e per le persone. Sono le relazioni umane a fare la differenza: a Rio sono arrivata avendo imparato il portoghese, a Vancouver mi ha aiutato aver preso una casa e aver partecipato alla vita della comunità, condividendo un'identità. I Paesi ospitanti hanno giusti orgogli, bene esprimersi in inglese, ma imparare la lingua locale non guasta".
Da dentro come si è vissuto nel 2020 il rinvio di Tokyo?
"È stato un colpo, per tutti. Anche perché eravamo già provati dai molti collegamenti alle 3,30 della mattina, per via del fuso. Pianificare non è semplice, la cultura giapponese è poco flessibile, e le riunioni a distanza complicano gli umori. L'economia del mondo è cambiata, anche il mondo dell'informazione è in crisi, questo aggiunge incertezza. Come si comunicherà e si informerà nel futuro? Si tornerà a volare e a viaggiare? Il numero dei media calerà? Se devi organizzare sale-stampa, ospitalità e trasporti, se devi aiutare a portare la voce e l'immagine degli atleti ovunque, non sono domande indiscrete".
Tokyo sarà un esperimento unico.
"Dovevano essere i Giochi della rinascita, saranno quelli della convivenza forzata con la pandemia. Abbiamo creato diversi scenari per la creazione di bolle sicure, i Paesi sono 206 e difformi nella loro risposta al virus. Per tutti c'è un play-book, un manuale di istruzioni da aggiornare in varie fasi. Saranno Giochi diversi, purtroppo con molte restrizioni, nessuno vuole limitare la libertà dei media, ma le regole sanitarie impongono distanziamento e tracciamento. I seimila media accreditati non potranno muoversi a loro piacere, non abbiamo ancora deciso se potranno usare altri trasporti oltre a quelli garantiti dall'organizzazione. Né dove si potranno fermare, se non in posti predefiniti. E quarantena a parte, si dovranno sottoporre a test medici. Noi e il Giappone stiamo pianificando senza tenere conto dei vaccini e senza nessun dubbio sui Giochi. L'unica domanda ancora irrisolta è quella della presenza del pubblico".
Ci saranno le mixed-zone? Punto d'incontro tra media e atleti.
"Per ora sì. Ma ridisegnate. E non per tutti. Un sistema di prenotazione, a seconda delle priorità, garantirà un certo numero di accessi, fermo restando l'obbligo della mascherina e dei 2 metri di distanza. Ne soffriranno e molto anche i fotografi, abituati a stare in gruppo, nello stesso angolo. Tutto molto triste. Anche perché lo scenario non cambierà per i Giochi Invernali di Pechino 2022. Dove ci stiamo organizzando nello stesso modo".
Si vedranno più donne?
"Il Cio prevede una quota di gender equality per favorire la partecipazione femminile perché sappiamo che in Africa e Medio Oriente spesso alle donne vengono rifiutati accrediti. Siamo pronti a dare aiuto, ma è chiaro che in queste condizioni è più difficile che si alzino mani".
Come ha iniziato?
"A Barcellona '92, collaboravo alla radio e alla rivista Cavallo, è stata la mia prima esperienza da cronista vera, con l'approccio all'esordiente info-system, sistema informatico dove trovavi notizie e biografie degli atleti. Ad Atlanta '96, mentre mi occupo della comunicazione federale degli sport equestri conosco dei media-manager che mi portano dentro al comitato organizzatore di Sydney 2000. E lì resto incuriosita e folgorata, il lavoro di squadra mi piace. Tornata in Italia rispondo ad un annuncio di lavoro per i Giochi invernali 2006. È appena morto l'avvocato Agnelli quando arrivo a Torino, il colloquio è al Lingotto all'indomani della camera ardente, vengo assunta, dopo due mesi sono promossa all'Olympic news service".
Momenti tristi o difficili?
"A Vancouver nel 2010 la morte nelle prove dello slittinista georgiano Kumaritashvili a poche ore dalla cerimonia di inaugurazione. A Rio 2016 l'inizio con il bus della stampa preso a sassate da rapinatori, in Brasile è stato subito chiaro che il progetto era complicato per le incertezze finanziarie, ma la gente adorabile. Passando ad argomenti più leggeri: cercare di disciplinare i media indiani. Sono convinti di poter filmare tutto".
Lei è la prima donna ad avere questo incarico internazionale.
"Sì ma non ci ho mai dato molta importanza, e non ho mai avuto problemi con i capi uomini, sarà che ne ho avuti di bravi e di cordiali. Non ho un segreto, tranne quello di conquistarsi il rispetto nell'ambito dei comitati organizzatori e di avere cura per le cose e per le persone. Sono le relazioni umane a fare la differenza: a Rio sono arrivata avendo imparato il portoghese, a Vancouver mi ha aiutato aver preso una casa e aver partecipato alla vita della comunità, condividendo un'identità. I Paesi ospitanti hanno giusti orgogli, bene esprimersi in inglese, ma imparare la lingua locale non guasta".
Da dentro come si è vissuto nel 2020 il rinvio di Tokyo?
"È stato un colpo, per tutti. Anche perché eravamo già provati dai molti collegamenti alle 3,30 della mattina, per via del fuso. Pianificare non è semplice, la cultura giapponese è poco flessibile, e le riunioni a distanza complicano gli umori. L'economia del mondo è cambiata, anche il mondo dell'informazione è in crisi, questo aggiunge incertezza. Come si comunicherà e si informerà nel futuro? Si tornerà a volare e a viaggiare? Il numero dei media calerà? Se devi organizzare sale-stampa, ospitalità e trasporti, se devi aiutare a portare la voce e l'immagine degli atleti ovunque, non sono domande indiscrete".
Tokyo sarà un esperimento unico.
"Dovevano essere i Giochi della rinascita, saranno quelli della convivenza forzata con la pandemia. Abbiamo creato diversi scenari per la creazione di bolle sicure, i Paesi sono 206 e difformi nella loro risposta al virus. Per tutti c'è un play-book, un manuale di istruzioni da aggiornare in varie fasi. Saranno Giochi diversi, purtroppo con molte restrizioni, nessuno vuole limitare la libertà dei media, ma le regole sanitarie impongono distanziamento e tracciamento. I seimila media accreditati non potranno muoversi a loro piacere, non abbiamo ancora deciso se potranno usare altri trasporti oltre a quelli garantiti dall'organizzazione. Né dove si potranno fermare, se non in posti predefiniti. E quarantena a parte, si dovranno sottoporre a test medici. Noi e il Giappone stiamo pianificando senza tenere conto dei vaccini e senza nessun dubbio sui Giochi. L'unica domanda ancora irrisolta è quella della presenza del pubblico".
Ci saranno le mixed-zone? Punto d'incontro tra media e atleti.
"Per ora sì. Ma ridisegnate. E non per tutti. Un sistema di prenotazione, a seconda delle priorità, garantirà un certo numero di accessi, fermo restando l'obbligo della mascherina e dei 2 metri di distanza. Ne soffriranno e molto anche i fotografi, abituati a stare in gruppo, nello stesso angolo. Tutto molto triste. Anche perché lo scenario non cambierà per i Giochi Invernali di Pechino 2022. Dove ci stiamo organizzando nello stesso modo".
Si vedranno più donne?
"Il Cio prevede una quota di gender equality per favorire la partecipazione femminile perché sappiamo che in Africa e Medio Oriente spesso alle donne vengono rifiutati accrediti. Siamo pronti a dare aiuto, ma è chiaro che in queste condizioni è più difficile che si alzino mani".