Welcome Murray, il re di Wimbledon ricomincia da Biella
dal nostro inviato Maurizio CrosettiL’ex n. 1 in Piemonte durante l’Australian Open: dopo aver trionfato, pianto, sfiorato il ritiro dopo due operazioni all’anca e la discesa fino al n. 839 del ranking, ha scelto un piccolo torneo challenger per ritrovare se stesso
BIELLA - E alla fine eccolo qui, perché alla fine un tennista è un tennista e un campo è un campo. E che importa se il tempo continua a fare il suo sporco lavoro. Così, mentre l'universo del tennis è tutto schiacciato a Melbourne, Australia, sir Andrew Barron Murray ricomincia da Biella, Piemonte. Colui che fu il numero uno al mondo ha giocato (e vinto) contro il numero 203, un tedesco di nome Maximilian Marterer (Murray adesso è il numero 125) e lo ha fatto in un posto che si chiama "PalaPaietta" (Pietro Paietta, partigiano), dove c'è un piccolo bar che serve anice e sambuca, e i seggiolini di plastica sono cementati nei gradoni, e insomma sembra uno di quei palazzetti dove i nostri figli giocavano a basket da piccolini. Ma lo sport è sport ovunque, e un uomo è un uomo anche quando il suo sole sta tramontando, forse anzi lo è di più.
Cammina lentamente, un po' zoppicando. Sono millimet…
Cammina lentamente, un po' zoppicando. Sono millimet…
BIELLA - E alla fine eccolo qui, perché alla fine un tennista è un tennista e un campo è un campo. E che importa se il tempo continua a fare il suo sporco lavoro. Così, mentre l'universo del tennis è tutto schiacciato a Melbourne, Australia, sir Andrew Barron Murray ricomincia da Biella, Piemonte. Colui che fu il numero uno al mondo ha giocato (e vinto) contro il numero 203, un tedesco di nome Maximilian Marterer (Murray adesso è il numero 125) e lo ha fatto in un posto che si chiama "PalaPaietta" (Pietro Paietta, partigiano), dove c'è un piccolo bar che serve anice e sambuca, e i seggiolini di plastica sono cementati nei gradoni, e insomma sembra uno di quei palazzetti dove i nostri figli giocavano a basket da piccolini. Ma lo sport è sport ovunque, e un uomo è un uomo anche quando il suo sole sta tramontando, forse anzi lo è di più.
Cammina lentamente, un po' zoppicando. Sono millimetri del corpo, cose infinitesimali da intuire, però la smorfia dolente e il viso imperlato di stanchezza si vedono bene, come il benedetto asciugamano che dà sollievo e su cui Murray indugia non poco. Trionfare, cadere, soffrire, piangere, quasi ritirarsi, farsi operare due volte all'anca, precipitare nel ranking al posto 839 che sa di abisso, poi ricominciare come se sulla mensola del salotto non ci fossero le due coppe d'oro di Wimbledon, né il trofeo dell'Us Open e nemmeno quello delle Atp Finals, e meno che mai due medaglie d'oro olimpiche (ci sarebbe anche una Davis, en passant, quella però non sta in salotto). Tutto glorioso, tutto cancellato. Perché ogni partita vuole la sua luce o il suo buio, dietro non c'è niente, non c'è niente davanti.
Il posto è piccolo e ricco, è il Piemonte del distretto del tessile. Mai un atleta come Murray era venuto fin qui. C'è chi ricorda Pantani a Oropa, gli salta la catena ma li sorpasserà tutti (Oropa è da queste parti), oppure Manu Ginobili sempre sotto questo tetto di tubi, sopra il linoleum che manda strida animalesche quando le scarpette dei tennisti lo lisciano. Ma nessuno come il sir col berretto blu: l'alone della chierica già appare quando Andy se lo leva.
Lo hanno sistemato in un relais a quattro stelle, una vecchia cascina trasfigurata nel lusso, ci sono anche i campi per allenarsi e l'amato sushi, e la sauna a 40 gradi per lo yoga. "Ma lui è uno qualunque, mai una bizza da star, mai un capriccio", racconta Cosimo Napolitano, organizzatore di questa incredibile apparizione (e papà di Stefano, oggi n.280 del mondo): "Ora che vedo Murray giocare qui, a Biella, posso crederci davvero".
Era fermo da quattro mesi, e il corpo lo sa. Perde il primo set al tie-break, vince il secondo (6-2) e il terzo (6-3) spezzando una pagnotta di pane duro, la gloria è un ricordo lucente e viscido, quasi mai un lasciapassare. "So di non essere finito e voglio tornare a dormire nel mio letto, a Wimbledon" aveva detto a Sky. Un buon modo di raccontare casa e desiderio.
Ed è stato bello, non pietoso, è stato dignitoso e non patetico setacciare nella polvere del presente le pagliuzze d'oro di una classe che ancora, se vuole e se può, brilla: la proverbiale smorzata, il rovescio quando entra, il soliloquio e quel modo di arrabbiarsi senza interlocutore, forse è il giudice di sedia, forse è dio onnipotente in persona, forse è soltanto lui che sbaglia la misura di un colpo e non si perdona, i campioni non si perdonano mai.
Andy Murray aveva addirittura rischiato di dover passare le qualificazioni, poi è arrivata la wild card e comunque a Biella giocherà due tornei Challenger fino al 21 febbraio, era l'unico luogo disponibile per riprendere in mano la racchetta, pensando a quel morbido letto londinese che prima o poi lo riaccoglierà. Naturalmente nel vecchio palazzetto non c'era pubblico, ma qualcuno è riuscito ad entrare e ha portato i bambini. Beati loro, che ricorderanno questo magnifico pomeriggio su un'altra Luna.
Cammina lentamente, un po' zoppicando. Sono millimetri del corpo, cose infinitesimali da intuire, però la smorfia dolente e il viso imperlato di stanchezza si vedono bene, come il benedetto asciugamano che dà sollievo e su cui Murray indugia non poco. Trionfare, cadere, soffrire, piangere, quasi ritirarsi, farsi operare due volte all'anca, precipitare nel ranking al posto 839 che sa di abisso, poi ricominciare come se sulla mensola del salotto non ci fossero le due coppe d'oro di Wimbledon, né il trofeo dell'Us Open e nemmeno quello delle Atp Finals, e meno che mai due medaglie d'oro olimpiche (ci sarebbe anche una Davis, en passant, quella però non sta in salotto). Tutto glorioso, tutto cancellato. Perché ogni partita vuole la sua luce o il suo buio, dietro non c'è niente, non c'è niente davanti.
Il posto è piccolo e ricco, è il Piemonte del distretto del tessile. Mai un atleta come Murray era venuto fin qui. C'è chi ricorda Pantani a Oropa, gli salta la catena ma li sorpasserà tutti (Oropa è da queste parti), oppure Manu Ginobili sempre sotto questo tetto di tubi, sopra il linoleum che manda strida animalesche quando le scarpette dei tennisti lo lisciano. Ma nessuno come il sir col berretto blu: l'alone della chierica già appare quando Andy se lo leva.
Lo hanno sistemato in un relais a quattro stelle, una vecchia cascina trasfigurata nel lusso, ci sono anche i campi per allenarsi e l'amato sushi, e la sauna a 40 gradi per lo yoga. "Ma lui è uno qualunque, mai una bizza da star, mai un capriccio", racconta Cosimo Napolitano, organizzatore di questa incredibile apparizione (e papà di Stefano, oggi n.280 del mondo): "Ora che vedo Murray giocare qui, a Biella, posso crederci davvero".
Era fermo da quattro mesi, e il corpo lo sa. Perde il primo set al tie-break, vince il secondo (6-2) e il terzo (6-3) spezzando una pagnotta di pane duro, la gloria è un ricordo lucente e viscido, quasi mai un lasciapassare. "So di non essere finito e voglio tornare a dormire nel mio letto, a Wimbledon" aveva detto a Sky. Un buon modo di raccontare casa e desiderio.
Ed è stato bello, non pietoso, è stato dignitoso e non patetico setacciare nella polvere del presente le pagliuzze d'oro di una classe che ancora, se vuole e se può, brilla: la proverbiale smorzata, il rovescio quando entra, il soliloquio e quel modo di arrabbiarsi senza interlocutore, forse è il giudice di sedia, forse è dio onnipotente in persona, forse è soltanto lui che sbaglia la misura di un colpo e non si perdona, i campioni non si perdonano mai.
Andy Murray aveva addirittura rischiato di dover passare le qualificazioni, poi è arrivata la wild card e comunque a Biella giocherà due tornei Challenger fino al 21 febbraio, era l'unico luogo disponibile per riprendere in mano la racchetta, pensando a quel morbido letto londinese che prima o poi lo riaccoglierà. Naturalmente nel vecchio palazzetto non c'era pubblico, ma qualcuno è riuscito ad entrare e ha portato i bambini. Beati loro, che ricorderanno questo magnifico pomeriggio su un'altra Luna.