Futuro remoto: fra Messi e il Psg la notte del destino
di Paolo Condò , di Paolo CondòTorna la Champions League, Leo al Camp Nou contro la squadra che può prenderlo gratis a fine anno. Assenti Neymar e Di Maria, il peso del confronto è sulle spalle di Mbappé
La sera del 10 aprile 2013 il Camp Nou ammutolì per venti lunghi minuti, e ce li ricordiamo uno per uno considerato che quello stadio, quando è riempito dalla brava gente di Barcellona, respira sicronizzato, quasi fosse guidato da un direttore d’orchestra. Quella sera la paura ne tratteneva il fiato, perché dopo il 2-2 dell’andata al Parco dei Principi - stiamo parlando di quarti di Champions - il Paris St.Germain era sceso sulla riviera catalana ambizioso come il suo leader Ibrahimovic e astuto come il suo tecnico Ancelotti, capace di connettere il talento frizzante di due apprendisti stregoni come Marco Verratti e Javier Pastore. Proprio una combinazione fra i due, mediata dall’assist profondo di Zlatan, aveva mandato in gol al 50’ l’argentino.
Allora la gente s’era guardata smarrita negli occhi, rivolgendoli poi verso la panchina del Barça, dove Leo Messi sedeva con le funzioni di uno spaventapasseri: stirato a u…
Allora la gente s’era guardata smarrita negli occhi, rivolgendoli poi verso la panchina del Barça, dove Leo Messi sedeva con le funzioni di uno spaventapasseri: stirato a u…
La sera del 10 aprile 2013 il Camp Nou ammutolì per venti lunghi minuti, e ce li ricordiamo uno per uno considerato che quello stadio, quando è riempito dalla brava gente di Barcellona, respira sicronizzato, quasi fosse guidato da un direttore d’orchestra. Quella sera la paura ne tratteneva il fiato, perché dopo il 2-2 dell’andata al Parco dei Principi - stiamo parlando di quarti di Champions - il Paris St.Germain era sceso sulla riviera catalana ambizioso come il suo leader Ibrahimovic e astuto come il suo tecnico Ancelotti, capace di connettere il talento frizzante di due apprendisti stregoni come Marco Verratti e Javier Pastore. Proprio una combinazione fra i due, mediata dall’assist profondo di Zlatan, aveva mandato in gol al 50’ l’argentino.
Allora la gente s’era guardata smarrita negli occhi, rivolgendoli poi verso la panchina del Barça, dove Leo Messi sedeva con le funzioni di uno spaventapasseri: stirato a una coscia, era lì per spaventare i parigini, non per affrontarli. In svantaggio e senza uno straccio di idea alternativa per risalire la corrente, il povero Tito Vilanova lo guardò implorante e Leo iniziò ad allacciarsi gli scarpini, come rassegnato: entrò camminando, ma la sua sola presenza fu sufficiente per intimidire il Paris, che cadde qualche minuto dopo, trafitto da Pedro - due marcatori della Roma odierna, pensa te - laddove mezza difesa era collassata sul fuoriclasse a scartamento ridotto.
L’incredibile rimonta di quattro anni dopo, il 6-1 del Camp Nou che cancellò lo 0-4 del Parco dei Principi, si è presa ovviamente la copertina della storia ormai ricorrente di confronti fra Barcellona e Psg; ma la genesi dell’innamoramento di Nasser al-Khelaifi, il presidente qatariota del club francese, per Messi risale alla partita che la Pulga indirizzò passeggiando. La reazione all’umiliazione del 2017 fu a suo modo violenta: il ratto di Neymar, pagando i 222 milioni di una clausola che pareva inattaccabile. Messi al Psg sarebbe un’altra cosa, il coronamento di un desiderio antico, di durata ormai limitata, ma in tempo per non farlo apparire uno sfizio senile. Perché un po’ tutti, presi dalle polemiche sulle cifre immani del contratto di Leo, la possibilità che a fine stagione evada da Barcellona e il peso delle sue preferenze sulle imminenti elezioni al Camp Nou (7 marzo), ci eravamo scordati di quanto fosse ancora un giocatore molto, molto forte.
A ricordarcelo è arrivata la striscia di sette vittorie consecutive che se non hanno riaggiustato una Liga saldamente in mano all’Atletico - ha otto punti di vantaggio e una gara in meno rispetto alle inseguitrici Barça e Real - ha consentito di parare le ulteriori delusioni stagionali come la sconfitta in Supercoppa spagnola dall’Athletic Bilbao (che poi una finale tra baschi e catalani di spagnolo aveva assai poco) e il 2-0 subito a Siviglia nella semifinale d’andata di Copa del Rey. Ma almeno in campionato Messi, i cui umori sono da sempre il barometro del Barcellona, appare rallegrato dai ragazzini che si muovono attorno a lui: gli piace Pedri, la mezzala delle Canarie con cui dialoga fra le linee avversarie, gli piace Trincao, l’attaccante esterno portoghese che a livello di under 19 era un mal di testa (l’Italia ci perse in finale un Europeo nel 2018) e al Barça si sta sbloccando ora, gli piace Ansu Fati, il baby fenomeno ai box da novembre, ma che a marzo dovremmo rivedere sugli schermi catalani.
C’è sempre una gran quantità di talento fresco, nel Barcellona, e per chi è cresciuto accanto a Puyol, Xavi e Iniesta dev’essere indispensabile come l’ossigeno per non sentirsi l’ultimo dei mohicani - o penultimo: si è rivisto alla Ciutat Esportiva il lungodegente Piqué, magari stasera gioca - e farsi prendere dalla voglia di spegnere la luce e uscire. Dal primo gennaio Messi è libero di accordarsi con chiunque, dando seguito al desiderio di fuga abortito la scorsa estate; malgrado ciò, a dispetto dell’urgenza che all’epoca lo divorava, non ha ancora mosso foglia. Dei tre candidati alla presidenza blaugrana, due (Laporta e Font) hanno inserito il suo rinnovo al primo punto del programma, il terzo (Freixa) è ovviamente più freddino, essendo collegato al “nemico” Bartomeu. È evidente che Messi sta aspettando l’esito delle urne per decidere il da farsi.
Il sorteggio di Champions si è divertito la sua parte a proporre negli ottavi quest’incrocio fra Leo e il Paris St.Germain, che resta appunto la destinazione più probabile - o forse l’unica considerato come sta funzionando il nuovo Manchester City - di un Messi partente. A spingere perché il trasferimento avvenga è anche Neymar, che non vede l’ora di ricongiungersi con quello che resta il suo idolo. Stasera mancherà per infortunio, come gli è successo spesso in questi anni parigini, e senza di lui il Psg non è mai passato. Mancherà pure Angel Di Maria, il raffinato servitore di due padroni - Neymar nel Psg, Messi nella Seleccion - e la cosa finisce di caricare sulle spalle di Mbappé una scimmia grande come un gorilla, perché come ha soffiato all’Equipe un non meglio precisato “vecchio del Psg”, stasera si decide se Kylian è un capitano o soltanto un luogotenente. Particolare non piccolo: il suo contratto scade nel 2022, se non rinnova Leonardo dovrà cederlo subito (al Real?), se venisse Messi il discorso non si porrebbe nemmeno, spazio salariale per tutti non ce n’è, nemmeno in Qatar. Ah, stasera in campo anche due o tre azzurri: Florenzi, Verratti, magari pure Kean. Si chiama esperienza internazionale, ed è tutta manna per Mancini.
Allora la gente s’era guardata smarrita negli occhi, rivolgendoli poi verso la panchina del Barça, dove Leo Messi sedeva con le funzioni di uno spaventapasseri: stirato a una coscia, era lì per spaventare i parigini, non per affrontarli. In svantaggio e senza uno straccio di idea alternativa per risalire la corrente, il povero Tito Vilanova lo guardò implorante e Leo iniziò ad allacciarsi gli scarpini, come rassegnato: entrò camminando, ma la sua sola presenza fu sufficiente per intimidire il Paris, che cadde qualche minuto dopo, trafitto da Pedro - due marcatori della Roma odierna, pensa te - laddove mezza difesa era collassata sul fuoriclasse a scartamento ridotto.
L’incredibile rimonta di quattro anni dopo, il 6-1 del Camp Nou che cancellò lo 0-4 del Parco dei Principi, si è presa ovviamente la copertina della storia ormai ricorrente di confronti fra Barcellona e Psg; ma la genesi dell’innamoramento di Nasser al-Khelaifi, il presidente qatariota del club francese, per Messi risale alla partita che la Pulga indirizzò passeggiando. La reazione all’umiliazione del 2017 fu a suo modo violenta: il ratto di Neymar, pagando i 222 milioni di una clausola che pareva inattaccabile. Messi al Psg sarebbe un’altra cosa, il coronamento di un desiderio antico, di durata ormai limitata, ma in tempo per non farlo apparire uno sfizio senile. Perché un po’ tutti, presi dalle polemiche sulle cifre immani del contratto di Leo, la possibilità che a fine stagione evada da Barcellona e il peso delle sue preferenze sulle imminenti elezioni al Camp Nou (7 marzo), ci eravamo scordati di quanto fosse ancora un giocatore molto, molto forte.
A ricordarcelo è arrivata la striscia di sette vittorie consecutive che se non hanno riaggiustato una Liga saldamente in mano all’Atletico - ha otto punti di vantaggio e una gara in meno rispetto alle inseguitrici Barça e Real - ha consentito di parare le ulteriori delusioni stagionali come la sconfitta in Supercoppa spagnola dall’Athletic Bilbao (che poi una finale tra baschi e catalani di spagnolo aveva assai poco) e il 2-0 subito a Siviglia nella semifinale d’andata di Copa del Rey. Ma almeno in campionato Messi, i cui umori sono da sempre il barometro del Barcellona, appare rallegrato dai ragazzini che si muovono attorno a lui: gli piace Pedri, la mezzala delle Canarie con cui dialoga fra le linee avversarie, gli piace Trincao, l’attaccante esterno portoghese che a livello di under 19 era un mal di testa (l’Italia ci perse in finale un Europeo nel 2018) e al Barça si sta sbloccando ora, gli piace Ansu Fati, il baby fenomeno ai box da novembre, ma che a marzo dovremmo rivedere sugli schermi catalani.
C’è sempre una gran quantità di talento fresco, nel Barcellona, e per chi è cresciuto accanto a Puyol, Xavi e Iniesta dev’essere indispensabile come l’ossigeno per non sentirsi l’ultimo dei mohicani - o penultimo: si è rivisto alla Ciutat Esportiva il lungodegente Piqué, magari stasera gioca - e farsi prendere dalla voglia di spegnere la luce e uscire. Dal primo gennaio Messi è libero di accordarsi con chiunque, dando seguito al desiderio di fuga abortito la scorsa estate; malgrado ciò, a dispetto dell’urgenza che all’epoca lo divorava, non ha ancora mosso foglia. Dei tre candidati alla presidenza blaugrana, due (Laporta e Font) hanno inserito il suo rinnovo al primo punto del programma, il terzo (Freixa) è ovviamente più freddino, essendo collegato al “nemico” Bartomeu. È evidente che Messi sta aspettando l’esito delle urne per decidere il da farsi.
Il sorteggio di Champions si è divertito la sua parte a proporre negli ottavi quest’incrocio fra Leo e il Paris St.Germain, che resta appunto la destinazione più probabile - o forse l’unica considerato come sta funzionando il nuovo Manchester City - di un Messi partente. A spingere perché il trasferimento avvenga è anche Neymar, che non vede l’ora di ricongiungersi con quello che resta il suo idolo. Stasera mancherà per infortunio, come gli è successo spesso in questi anni parigini, e senza di lui il Psg non è mai passato. Mancherà pure Angel Di Maria, il raffinato servitore di due padroni - Neymar nel Psg, Messi nella Seleccion - e la cosa finisce di caricare sulle spalle di Mbappé una scimmia grande come un gorilla, perché come ha soffiato all’Equipe un non meglio precisato “vecchio del Psg”, stasera si decide se Kylian è un capitano o soltanto un luogotenente. Particolare non piccolo: il suo contratto scade nel 2022, se non rinnova Leonardo dovrà cederlo subito (al Real?), se venisse Messi il discorso non si porrebbe nemmeno, spazio salariale per tutti non ce n’è, nemmeno in Qatar. Ah, stasera in campo anche due o tre azzurri: Florenzi, Verratti, magari pure Kean. Si chiama esperienza internazionale, ed è tutta manna per Mancini.