Quel californiano dal rovescio jazz
di Gianni Clerici , di Gianni ClericiRipubblichiamo l'articolo uscito il 27 luglio 1988 su Repubblica. Fu il primo a vincere in un anno i tornei di Australia, Francia, Gran Bretagna e Usa Nel '38 era imbattibile; girava il mondo ascoltando Gershwin e cercando di far liberare von Cramm
IL BEL signore con il triplo mento e la pancetta, si aggira ancora sui luoghi dei suoi trionfi, ed è lietissimo di parlarvi del buon tempo passato, se glielo chiedete. Sempre elegante, predilige giacchette a quadri scozzesi, forse a ricordare l'origine di suo papà Jack, un calciatore dei Glasgow Rangers che il medico e il miraggio dei dollari spedirono verso la dolce California, nel 1905. Proprio lì, Jack affrontò il terremoto di San Francisco del 1906, un disastro che mutò in bianco il rosso fiamma dei capelli di sua moglie, Pearl. Pearl era linotipista del San Fancisco Examiner. Jack lavorò da correttore di bozze e divenne poi proprietario di una lavanderia. A Oakland, dove abitavano i Budge vennero al mondo due figli, e poi, il 13 giugno 1915, un terzo: aveva i capelli di fiamma, come sua madre: lo chiamarono Donald. Ancor oggi, Don ricorda di aver vissuto una infanzia dignitosa, non ricca. Giocava a baseball, sognava di diventare un nu…
IL BEL signore con il triplo mento e la pancetta, si aggira ancora sui luoghi dei suoi trionfi, ed è lietissimo di parlarvi del buon tempo passato, se glielo chiedete. Sempre elegante, predilige giacchette a quadri scozzesi, forse a ricordare l'origine di suo papà Jack, un calciatore dei Glasgow Rangers che il medico e il miraggio dei dollari spedirono verso la dolce California, nel 1905. Proprio lì, Jack affrontò il terremoto di San Francisco del 1906, un disastro che mutò in bianco il rosso fiamma dei capelli di sua moglie, Pearl. Pearl era linotipista del San Fancisco Examiner. Jack lavorò da correttore di bozze e divenne poi proprietario di una lavanderia. A Oakland, dove abitavano i Budge vennero al mondo due figli, e poi, il 13 giugno 1915, un terzo: aveva i capelli di fiamma, come sua madre: lo chiamarono Donald. Ancor oggi, Don ricorda di aver vissuto una infanzia dignitosa, non ricca. Giocava a baseball, sognava di diventare un nuovo Babe Ruth, quando suo fratello maggiore, Lloyd, lo iscrisse ad un torneo Under 15. Non aveva abiti bianchi adatti al tennis, Don, ma suo papà promise scherzando una divisa immacolata, se mai avesse passato un turno. Battè subito il favorito, indossò i lunghi tubi di bianca flanella dai quali non si sarebbe mai più separato. Donald Budge apparve nella classifica mondiale capeggiata dall' inglese Fred Perry nel 1935, al Numero 6. L'anno seguente salì al Numero 3 e, al passaggio di Perry al professionismo, Numero 1. Don aveva appena compiuto 22 anni quando vinse Wimbledon 1937, battendo in finale il suo grande rivale, il barone tedesco Gottfried von Cramm. Nel corso del torneo perse un solo set, e due ne perse ai successivi Campionati Internazionali Usa, a Forest Hills: a quel punto, iniziò ad accarezzare un' idea. Poteva vincere i quattro Grandi Campionati dei soli paesi che avessero, fin lì, conquistata la Coppa Davis: Australia, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Poteva essere il primo. Se gli parlate oggi, Don vi dirà di essere stato l' inventore del Grande Slam nel tennis. Come sanno i giocatori di bridge, il Grande Slam è la giocata che, in zona e contrata, dà il massimo punteggio. A un Grande Slam nel tennis avevano però già accennato i giornalisti del New York Times, John Kieran, e Allison Danzig, quando nel 1933 l' australiano Jack Crawford era arrivato a due set dal completare l' impresa, nella Finale del Campionato degli Stati Uniti. Testardo, il signore dai bianchi capelli ramati ribadirà che Crawford non aveva la minima intenzione di fare Slam. Ce l' avevo io, e ne misi a parte soltanto Gene Mako, il mio partner in doppio, e il mio miglior amico.
Anche Mako era un new american. Nato a Budapest, i suoi l'avevano portato piccolissimo a Los Angeles dove vive ancora. Sopra il metro e ottanta come Don, biondo quando Budge era rosso, Gene condivideva con l' amico la grande passione per il jazz. I due si spostavano da un torneo all' altro sovraccarichi di dischi e grammofono portatile, e ancora a tarda notte, dalle loro camere d' albergo, filtravano le note di Benny Goodman e Tommy Dorsey. Budge e Mako ebbero modo di mandare a memoria tutti i leit motiv della stagione trascorrendo ventuno giorni su un piroscafo della International Date Line che li portava in Australia. Don aveva in mente di disputare molti incontri di esibizione, match amichevoli con la squadra australiana e quella germanica, le due più forti dei tempi. Ne perse alcuni, ma uno solo lo infastidì, la sconfitta con von Cramm, il suo avversario più duro durante l' anno precedente. Il primo giorno dei Campionati Internazionali d' Australia la forma era però ritornata e il perno del suo gioco, il grande rovescio, trovava le righe. A metà del torneo, Don perse tuttavia improvvisamente la voce, e se i medici diagnosticarono tonsillite, i cronisti australiani si offesero a morte per una presunta non collaborazione. Battè senza perdere un set una muta di giovani australiani, e l' ultimo di questi, il diciannovenne mancino bimane John Bromwich gli tolse fuori von Cramm.
Il primo passo era fatto. Un sorprendente alleato, Adolf Hitler, gli avrebbe eliminato l' avversario più pericoloso, von Cramm. Il 4 marzo del 1938, accusato di omosessualità, il barone antinazista sarebbe finito in carcere. Budge dimostrò tutta la sua sportività raccogliendo le firme di 25 campioni, tra cui Joe Di Maggio, e inviando una petizione al Fuhrer. Hitler non li degnò di una risposta. Era maggio. Con l' inseparabile Mako, Don salì su un piroscafo diretto a Cherbourg. Di lì, col treno, avrebbero raggiunto Parigi, alloggiati nell' imponente hotel Majestic, a due passi dall' Arco di Trionfo. Sembrerà strano al giovane lettore che Budge non avesse mai partecipato ai Campionati di Francia. Nemmeno l' anno precedente, prima di vincere Wimbledon 1937, Donald si era sentito in dovere di metter piede sui campi rossi. Allora, il Roland Garros era l' unico dei Quattro Grandi Tornei che non si svolgesse sull' erba, la superficie tradizionale, la più comune per gli anglosassoni. Tra una cena a Chez Maxim e una puntata alla Closerie des Lilas, il giovane Budge si disponeva a rimanere più a lungo a fondo campo, e ad aver pazienza. Ma le salse e i patè della cucina francese gli riuscirono indigesti, e il povero californiano dovette battersi contro il torcibudella ancor prima che con gli avversari. Un oscuro indiano, Ghaus Mohammed gli tolse un set. Un mancinaccio jugoslavo, Franjo Kukuljevic lo portò addirittura al quinto. Ma Donald era troppo forte e, per un melomane come lui, c' era poi una sorta di miraggio. Pablo Casals, grande aficionado del gioco, aveva promesso un concerto in suo onore. Negli ultimi tre match Don perse solo 28 games, e il grande violoncellista suonò Gershwin per lui e pochi amici, due ore filate, sullo sfondo della Torre Eiffel. Donald sembrava in buona salute, quando ritrovò l'amata erbetta di Wimbledon. Trattava la pallina come uno jo-jo quando, d' un tratto, il rovescio lo abbandonò. Colpito spesso piatto, a volte addirittura liftato come allora non usava, quel colpo era la sua autentica forza, insieme alla battuta e alla determinazione sulla volè. Preoccupatissimo, Don prese a vagare lungo le siepi di rose che fianchieggiano i campi, e finì per arrestarsi vicino a un court appartato, su cui si davano battaglia due mature socie del club. Assente, rifletteva su quel suo colpo inceppato ma, d' un tratto, come un' immgine che va improvvisamente a fuoco, Don fu consapevole che una delle signore colpiva a braccio teso, dal basso in alto, con un leggero lift. Proprio come lui! Costrinse un compagno di squadra, Bitsy Grant a rivestirsi e a palleggiare fin tardi, e da quella sera non sbagliò palla: perse otto games tra la semifinale e la finale e, per gradire, vinse anche doppio e misto. Rimaneva l' ultimo torneo, quello di casa, a New York, al quale avrebbero partecipato i giovani australiani Bromwich e Quist, assenti a Wimbledon. Nel batterli durante la finale di Coppa Davis, Donald si prese un' influenza, e un dente iniziò a farlo soffrire insieme alla gola. Il primo giorno degli Internazionali degli Stati Uniti, aveva perso nuovamente la voce, e avrebbe probabilmente perso anche il torneo, non fosse spuntato un geniale dentista.
Dall'inzio dell'anno, fu la diagnosi, quello straordinario atleta soffriva di un ascesso a un dente, e ciò aveva provocato una intossicazione dell' organismo: gli antibiotici, vale ricordarlo, ancora non esistevano. Rigenerato, Budge passò come una lama traverso cinque turni senza perdere un set. In finale c'era, ad attenderlo, proprio Gene Mako, il più caro amico, l' unico a conoscenza del Progetto Grande Slam. Da 57 anni, era la prima volta che un giocatore non incluso tra le teste di serie raggiungeva la finale. Bastò, questo, ad appagare Gene Mako? L' irresistibile Budge perse il secondo set 6-8, ma non fu mai in pericolo. La volta che, raccogliendo tutta la mia impudenza, ne chiesi all' amabile Mako lui mi sorrise: Se proprio si vuol fare omaggio di un set, si regala il terzo: più sicuro, non è vero?. Poi, dopo una pausa. No, non c' era modo di farcela con Don, nel 1938. Il solo set che perse, nei tre Grandi Slam sull' erba, fu quello contro di me. L' uomo al quale strinsi la mano, dopo l' ultima palla ha scritto Donald Budge nelle sue memorie era l' unico che sapesse davvero che cosa avessi voluto fare, e quanto mi fosse costato. LA CARRIERA Donald Budge è nato il 13 giugno 1915 a Oakland, nella baia di San Francisco in California. Anticipando di un anno la conquista del Grand Slam, nel 1937, Budge ne aveva già conquistato i due tornei allora più importanti, Wimbledon e Forest Hills, battendo in entrambe le occasioni il tedesco Von Cramm. Sia nel ' 37 che nel ' 38, a Wimbledon, Budge avrebbe vinto, oltre al singolare, anche il doppio e il doppio misto. Fu il primo a vincere tutti e tre i tornei cedendo un solo set. Nel singolare del 1938 in sette incontri concesse solo 47 games. Non avrebbe perduto nemmeno un set, un' impresa che, dopo Reggie Doherty nel 1897, non era più riuscita a nessun campione dopo l' abolizione della formula del Challenge Round (la sfida al detentore). A fine carriera Budge si mise in società con Sidney Wood in un' impresa di lavanderia.
Anche Mako era un new american. Nato a Budapest, i suoi l'avevano portato piccolissimo a Los Angeles dove vive ancora. Sopra il metro e ottanta come Don, biondo quando Budge era rosso, Gene condivideva con l' amico la grande passione per il jazz. I due si spostavano da un torneo all' altro sovraccarichi di dischi e grammofono portatile, e ancora a tarda notte, dalle loro camere d' albergo, filtravano le note di Benny Goodman e Tommy Dorsey. Budge e Mako ebbero modo di mandare a memoria tutti i leit motiv della stagione trascorrendo ventuno giorni su un piroscafo della International Date Line che li portava in Australia. Don aveva in mente di disputare molti incontri di esibizione, match amichevoli con la squadra australiana e quella germanica, le due più forti dei tempi. Ne perse alcuni, ma uno solo lo infastidì, la sconfitta con von Cramm, il suo avversario più duro durante l' anno precedente. Il primo giorno dei Campionati Internazionali d' Australia la forma era però ritornata e il perno del suo gioco, il grande rovescio, trovava le righe. A metà del torneo, Don perse tuttavia improvvisamente la voce, e se i medici diagnosticarono tonsillite, i cronisti australiani si offesero a morte per una presunta non collaborazione. Battè senza perdere un set una muta di giovani australiani, e l' ultimo di questi, il diciannovenne mancino bimane John Bromwich gli tolse fuori von Cramm.
Il primo passo era fatto. Un sorprendente alleato, Adolf Hitler, gli avrebbe eliminato l' avversario più pericoloso, von Cramm. Il 4 marzo del 1938, accusato di omosessualità, il barone antinazista sarebbe finito in carcere. Budge dimostrò tutta la sua sportività raccogliendo le firme di 25 campioni, tra cui Joe Di Maggio, e inviando una petizione al Fuhrer. Hitler non li degnò di una risposta. Era maggio. Con l' inseparabile Mako, Don salì su un piroscafo diretto a Cherbourg. Di lì, col treno, avrebbero raggiunto Parigi, alloggiati nell' imponente hotel Majestic, a due passi dall' Arco di Trionfo. Sembrerà strano al giovane lettore che Budge non avesse mai partecipato ai Campionati di Francia. Nemmeno l' anno precedente, prima di vincere Wimbledon 1937, Donald si era sentito in dovere di metter piede sui campi rossi. Allora, il Roland Garros era l' unico dei Quattro Grandi Tornei che non si svolgesse sull' erba, la superficie tradizionale, la più comune per gli anglosassoni. Tra una cena a Chez Maxim e una puntata alla Closerie des Lilas, il giovane Budge si disponeva a rimanere più a lungo a fondo campo, e ad aver pazienza. Ma le salse e i patè della cucina francese gli riuscirono indigesti, e il povero californiano dovette battersi contro il torcibudella ancor prima che con gli avversari. Un oscuro indiano, Ghaus Mohammed gli tolse un set. Un mancinaccio jugoslavo, Franjo Kukuljevic lo portò addirittura al quinto. Ma Donald era troppo forte e, per un melomane come lui, c' era poi una sorta di miraggio. Pablo Casals, grande aficionado del gioco, aveva promesso un concerto in suo onore. Negli ultimi tre match Don perse solo 28 games, e il grande violoncellista suonò Gershwin per lui e pochi amici, due ore filate, sullo sfondo della Torre Eiffel. Donald sembrava in buona salute, quando ritrovò l'amata erbetta di Wimbledon. Trattava la pallina come uno jo-jo quando, d' un tratto, il rovescio lo abbandonò. Colpito spesso piatto, a volte addirittura liftato come allora non usava, quel colpo era la sua autentica forza, insieme alla battuta e alla determinazione sulla volè. Preoccupatissimo, Don prese a vagare lungo le siepi di rose che fianchieggiano i campi, e finì per arrestarsi vicino a un court appartato, su cui si davano battaglia due mature socie del club. Assente, rifletteva su quel suo colpo inceppato ma, d' un tratto, come un' immgine che va improvvisamente a fuoco, Don fu consapevole che una delle signore colpiva a braccio teso, dal basso in alto, con un leggero lift. Proprio come lui! Costrinse un compagno di squadra, Bitsy Grant a rivestirsi e a palleggiare fin tardi, e da quella sera non sbagliò palla: perse otto games tra la semifinale e la finale e, per gradire, vinse anche doppio e misto. Rimaneva l' ultimo torneo, quello di casa, a New York, al quale avrebbero partecipato i giovani australiani Bromwich e Quist, assenti a Wimbledon. Nel batterli durante la finale di Coppa Davis, Donald si prese un' influenza, e un dente iniziò a farlo soffrire insieme alla gola. Il primo giorno degli Internazionali degli Stati Uniti, aveva perso nuovamente la voce, e avrebbe probabilmente perso anche il torneo, non fosse spuntato un geniale dentista.
Dall'inzio dell'anno, fu la diagnosi, quello straordinario atleta soffriva di un ascesso a un dente, e ciò aveva provocato una intossicazione dell' organismo: gli antibiotici, vale ricordarlo, ancora non esistevano. Rigenerato, Budge passò come una lama traverso cinque turni senza perdere un set. In finale c'era, ad attenderlo, proprio Gene Mako, il più caro amico, l' unico a conoscenza del Progetto Grande Slam. Da 57 anni, era la prima volta che un giocatore non incluso tra le teste di serie raggiungeva la finale. Bastò, questo, ad appagare Gene Mako? L' irresistibile Budge perse il secondo set 6-8, ma non fu mai in pericolo. La volta che, raccogliendo tutta la mia impudenza, ne chiesi all' amabile Mako lui mi sorrise: Se proprio si vuol fare omaggio di un set, si regala il terzo: più sicuro, non è vero?. Poi, dopo una pausa. No, non c' era modo di farcela con Don, nel 1938. Il solo set che perse, nei tre Grandi Slam sull' erba, fu quello contro di me. L' uomo al quale strinsi la mano, dopo l' ultima palla ha scritto Donald Budge nelle sue memorie era l' unico che sapesse davvero che cosa avessi voluto fare, e quanto mi fosse costato. LA CARRIERA Donald Budge è nato il 13 giugno 1915 a Oakland, nella baia di San Francisco in California. Anticipando di un anno la conquista del Grand Slam, nel 1937, Budge ne aveva già conquistato i due tornei allora più importanti, Wimbledon e Forest Hills, battendo in entrambe le occasioni il tedesco Von Cramm. Sia nel ' 37 che nel ' 38, a Wimbledon, Budge avrebbe vinto, oltre al singolare, anche il doppio e il doppio misto. Fu il primo a vincere tutti e tre i tornei cedendo un solo set. Nel singolare del 1938 in sette incontri concesse solo 47 games. Non avrebbe perduto nemmeno un set, un' impresa che, dopo Reggie Doherty nel 1897, non era più riuscita a nessun campione dopo l' abolizione della formula del Challenge Round (la sfida al detentore). A fine carriera Budge si mise in società con Sidney Wood in un' impresa di lavanderia.