Non era Marvelous, per niente. Ma a lui piaceva quel soprannome, anzi quell’identità. Così quando un commentatore tv aveva rifiutato di chiamarlo in quel modo, forse per la testa pelata, lui era andato all’anagrafe e si era iscritto come Marvelous (con una sola elle) Marvin Hagler. Non era tipo da lasciar fare, sapeva prendersi le cose. Marvin, morto a 66 anni dopo essersi lamentato di dolori al petto, è stato un grandissimo pugile: duro, resistente, solido. Uno dei più grandi pesi medi della storia. Imbattuto per sette anni, dall’80 all’87, con 12 difese del titolo. In quindici stagioni sul ring solo tre sconfitte, mai al tappeto (contro Roldan, una volta, era scivolato). Chi lo affrontava dopo non era più lo stesso: Antuofermo finì con 70 punti di sutura in faccia, Hamsho con 55, Minter con 15, ma a vedere la sua maschera di sangue sembravano di più. I pugili non hanno quasi mai bisogno di parole per dirlo, inf…
Non era Marvelous, per niente. Ma a lui piaceva quel soprannome, anzi quell’identità. Così quando un commentatore tv aveva rifiutato di chiamarlo in quel modo, forse per la testa pelata, lui era andato all’anagrafe e si era iscritto come Marvelous (con una sola elle) Marvin Hagler. Non era tipo da lasciar fare, sapeva prendersi le cose. Marvin, morto a 66 anni dopo essersi lamentato di dolori al petto, è stato un grandissimo pugile: duro, resistente, solido. Uno dei più grandi pesi medi della storia. Imbattuto per sette anni, dall’80 all’87, con 12 difese del titolo. In quindici stagioni sul ring solo tre sconfitte, mai al tappeto (contro Roldan, una volta, era scivolato). Chi lo affrontava dopo non era più lo stesso: Antuofermo finì con 70 punti di sutura in faccia, Hamsho con 55, Minter con 15, ma a vedere la sua maschera di sangue sembravano di più. I pugili non hanno quasi mai bisogno di parole per dirlo, infatti Hearns lo fotografò così: «Hagler è un pezzo di acciaio, quando lo colpisci con i tuoi colpi migliori e lui continua a venire avanti, ti scoraggi e capisci che dentro tu hai solo alluminio». Aveva resistito tre round con il Meraviglioso, otto minuti di guerra passati alla storia come «The War»: 96 contro 94 i pugni a segno. Hagler non aveva colpito di più, ma aveva assorbito meglio. Non era uno sbruffone, aveva patito molto, la boxe era la sua rivincita. Madre single, sei figli, la loro casa a Newark era bruciata nella rivolta del ’67, così si erano trasferiti a Brockton, in Massachussets, la città di Rocky Marciano. Sintetizzava sulla sua adolescenza: «Running a lot, stealing a little». Niente scuola, furti e fughe. Poi il lavoro in cantiere. Mattoni e calce per tre dollari al giorno. A 15 anni entra nella palestra di Pat e Goody Petronelli, emigranti italiani, che falsificano la sua data di nascita per farlo esordire. Tra i primi avversari nel ’73 un tipo, Dornell Wigfall, che gli aveva fatto un occhio nero in una lite in discoteca. «E il sangue mi aveva sporcato la nuovissima giacca di pelle». A questo serviva la boxe: a sistemare i conti della vita. A Wembley contro l’inglese Minter nell’80 finì in rissa. «Vinsi e mi tirarono di tutto: lattine, bottiglie di birra, una damigiana, perfino uno scarpone. Dovetti fuggire nello spogliatoio. Lui aveva continuato a dire che non avrebbe mai perso il titolo con un nero. Come fossimo una specie inferiore. Ok, venivo da un ghetto, ma volevo riprendermi quello che la società mi aveva tolto».
Hagler era all’antica: affrontava i migliori, non li scansava, voleva dimostrare di valere, quindi avanti con Briscoe, Monroe, Watts, Mugabi, Duran. Il suo era un bisogno continuo di mettersi alla prova. Non capiva i ragazzi che cercano la fama in tv, lui la sua l’aveva costruita nel sacrificio: fatiche in palestra, ritiri duri senza fronzoli (a parte i 1920 cappelli da baseball), allenamenti a Cape Cod, nei motel chiusi per l’inverno, nebbia e tramontana, corse con gli stivali da guerra. Calvari voluti ed accettati. Aveva un destro pesante e un montante che devastava. Non gli mancava nemmeno l’ironia quando sosteneva che l’avversario più duro era stata sua madre: «L’avrei mandata volentieri ko, ma non puoi picchiare la mamma». Ida Mae, la madre, non si perdeva nessuno dei suoi incontri, sedeva in prima fila, e se lui non ci dava troppo dentro con gli avversari lei gli urlava: uccidilo.
L’America però non era sedotta da Hagler, troppo concreto, poco fascinoso, per niente chiacchierone. The marginal Hagler, così lo chiamavano. E questo a lui dava fastidio, anche quando era il campione, sembrava sempre lo sfidante. Joe Frazier gli aveva spiegato: «Hai tre difetti, sei mancino, sei nero e picchi». In più nessuno gli aveva mai regalato niente. Era rispettato, ma non amato. La prova fu la notte mondiale a Las Vegas nell’87 contro Ray Leonard, il cocco a stelle e strisce, che rientrava dopo un solo incontro in cinque anni. Leonard vinse con un verdetto non unanime, ma più che un match sembrò un’esibizione. Hagler aveva acconsentito a tutti i desideri dell’altro (12 riprese, guantoni con il pollice attaccato), ma sul ring dimostrò di subire la personalità dell’avversario che si presentò ai giornalisti in canottiera bianca e con l’aria elegante del lord che esce dalla doccia. Hagler invece era il proletario che schiumava rabbia: «La boxe è dominata dalla politica, sono stato derubato, non avrebbero dovuto farmi questo affronto, per tutto quello che ho dato al pugilato». Restò Meraviglioso, ma una creatura da mondo dei vinti. La rivincita non si fece, Hagler smise: «Non si può sempre andare controcorrente». Si risposò con una donna italiana, Caterina, si trasferì per dei periodi in Lombardia, da attore lavorò in due film, Indio. Si era ripromesso di non perdere la dignità fuori dal ring: «Mi è servito vedere Joe Louis nell’atrio di un albergo a Las Vegas in attesa che gli mollassero qualche dollaro e anche Joe Walcott ad Atlantic City, quasi a chiedere l’elemosina. Non farò questa fine». Ci è riuscito. Si era ricreduto sulla boxe femminile. «All’inizio l’idea che le ragazze prendessero colpi non mi piaceva. Però le donne oggi hanno fame: si sacrificano, restano in palestra, lavorano duramente. Usano i pugni per riscattarsi. Come me». Marvelous.
Hagler era all’antica: affrontava i migliori, non li scansava, voleva dimostrare di valere, quindi avanti con Briscoe, Monroe, Watts, Mugabi, Duran. Il suo era un bisogno continuo di mettersi alla prova. Non capiva i ragazzi che cercano la fama in tv, lui la sua l’aveva costruita nel sacrificio: fatiche in palestra, ritiri duri senza fronzoli (a parte i 1920 cappelli da baseball), allenamenti a Cape Cod, nei motel chiusi per l’inverno, nebbia e tramontana, corse con gli stivali da guerra. Calvari voluti ed accettati. Aveva un destro pesante e un montante che devastava. Non gli mancava nemmeno l’ironia quando sosteneva che l’avversario più duro era stata sua madre: «L’avrei mandata volentieri ko, ma non puoi picchiare la mamma». Ida Mae, la madre, non si perdeva nessuno dei suoi incontri, sedeva in prima fila, e se lui non ci dava troppo dentro con gli avversari lei gli urlava: uccidilo.
L’America però non era sedotta da Hagler, troppo concreto, poco fascinoso, per niente chiacchierone. The marginal Hagler, così lo chiamavano. E questo a lui dava fastidio, anche quando era il campione, sembrava sempre lo sfidante. Joe Frazier gli aveva spiegato: «Hai tre difetti, sei mancino, sei nero e picchi». In più nessuno gli aveva mai regalato niente. Era rispettato, ma non amato. La prova fu la notte mondiale a Las Vegas nell’87 contro Ray Leonard, il cocco a stelle e strisce, che rientrava dopo un solo incontro in cinque anni. Leonard vinse con un verdetto non unanime, ma più che un match sembrò un’esibizione. Hagler aveva acconsentito a tutti i desideri dell’altro (12 riprese, guantoni con il pollice attaccato), ma sul ring dimostrò di subire la personalità dell’avversario che si presentò ai giornalisti in canottiera bianca e con l’aria elegante del lord che esce dalla doccia. Hagler invece era il proletario che schiumava rabbia: «La boxe è dominata dalla politica, sono stato derubato, non avrebbero dovuto farmi questo affronto, per tutto quello che ho dato al pugilato». Restò Meraviglioso, ma una creatura da mondo dei vinti. La rivincita non si fece, Hagler smise: «Non si può sempre andare controcorrente». Si risposò con una donna italiana, Caterina, si trasferì per dei periodi in Lombardia, da attore lavorò in due film, Indio. Si era ripromesso di non perdere la dignità fuori dal ring: «Mi è servito vedere Joe Louis nell’atrio di un albergo a Las Vegas in attesa che gli mollassero qualche dollaro e anche Joe Walcott ad Atlantic City, quasi a chiedere l’elemosina. Non farò questa fine». Ci è riuscito. Si era ricreduto sulla boxe femminile. «All’inizio l’idea che le ragazze prendessero colpi non mi piaceva. Però le donne oggi hanno fame: si sacrificano, restano in palestra, lavorano duramente. Usano i pugni per riscattarsi. Come me». Marvelous.