Inimitabile Totti, campione troppo grande per stare in una fiction
di
Enrico Sisti
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di Enrico Sisti
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Dal 19 marzo su Sky la serie 'Speravo de morì prima'. Protagonista Pietro Castellitto, ripercorre gli ultimi mesi della carriera del fuoriclasse, dalle liti con Spalletti al giorno dell’addio al calcio
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Lo sport è crudele. Non si fa raccontare. Ripudia la finzione. “Speravo de morì prima”, sei puntate su Francesco Totti in onda su Sky Atlantic da venerdì 19 marzo, è un coraggioso tentativo di restituire il pathos dell'apice e soprattutto dell’addio al calcio del “capitano”, dopo anni d’amore incontaminato e vagamente incompiuto. Coraggioso, il tentativo, ma destinato a sconfinare nel didascalico. Non c’è fiction che possa riprodurre la verità sudata ed emozionata di uno sport o di una sua stella. E non è trascorso ancora abbastanza tempo dal Totti autentico, non c’è ancora abbastanza margine tra Totti e il “coraggioso” Pietro Castellitto per fare a meno dello sguardo originale di Checco.
'Speravo de mori' prima', Gianmarco Tognazzi è Spalletti: "Ho raccontato il suo disagio nel dover gestire la situazione"ntesi"
Lo sport è crudele. Non si fa raccontare. Ripudia la finzione. “Speravo de morì prima”, sei puntate su Francesco Totti in onda su Sky Atlantic da venerdì 19 marzo, è un coraggioso tentativo di restituire il pathos dell'apice e soprattutto dell’addio al calcio del “capitano”, dopo anni d’amore incontaminato e vagamente incompiuto. Coraggioso, il tentativo, ma destinato a sconfinare nel didascalico. Non c’è fiction che possa riprodurre la verità sudata ed emozionata di uno sport o di una sua stella. E non è trascorso ancora abbastanza tempo dal Totti autentico, non c’è ancora abbastanza margine tra Totti e il “coraggioso” Pietro Castellitto per fare a meno dello sguardo originale di Checco.
'Speravo de mori' prima', Gianmarco Tognazzi è Spalletti: "Ho raccontato il suo disagio nel dover gestire la situazione"ntesi"
Non è colpa di nessuno. Accadde un po’ la stessa cosa quando si tentò di raccontare Mennea, che pure era assai più lontano nei ricordi. I due, Checco e Pietro, hanno trascorso giorni a dirsi le cose, a confrontarsi, a trasmettersi la voglia di Roma che li accomunava e per sempre li accomunerà. Nella speranza, commendevole ma vana, di fondersi. Impossibile. Il volto del vero “Checco” qui non c’è. Come la sua voce. Sono ancora ovunque, là fuori, nelle pubblicità, nei pensieri, per strada, in rete, nell’anima dei tifosi. Ma non qui.
Il racconto ruota attorno alla sua esistenza agonistica e privata, con una particolare attenzione agli ultimi giorni, quando il sogno di Francesco rischiò, nell’ordine, di farsi confuso, sgretolarsi e infine costringere il suo autore ad un atroce risveglio, sudato e affannato. Il punto nevralgico della vicenda, lo snodo cruciale, è proprio la fine della carriera: un momento tremendo che nessun atleta vorrebbe vivere e di cui egli sa pochissimo, prima che avvenga, un momento che per sua natura sfugge come un pallone bagnato sotto la pioggia. Chi gioca è il campione, chi smette è l’uomo.
Quel che sappiamo è che Totti ha febbrilmente vissuto, da atleta e da uomo, un tramonto sbilenco, inquinato nei colori e nei toni dalla pessima relazione con l’ultimo Spalletti, un lungo addio avvelenato da mille malinconie e tormentato dai dubbi. Totti ha giocato sino a 41 anni perché era Totti. Nemmeno Spalletti (impersonato da un fantastico Gianmarco Tognazzi che ha trasformato il tecnico toscano in una figura della commedia dell’arte, saccente e rancorosa) è riuscito a fare a meno di lui nelle ultime partite disponibili, pensiamo ad Atalanta e Torino, tra spogliatoi bollenti e litigate epocali, minuti contati, interviste incrociate, ingenuità ed invidie contrapposte.
Un altro avrebbe lasciato a 35 anni, in piena luce. Totti no. Ha voluto raschiare il fondo del barile, “colpevole” di immaginarsi eternamente giovane. Speravano (speravamo) tutti di non assistere a quel passo finale reso amaro da rapporti sbagliati, interni alla Roma, tra le radio, tra chi pensava che Totti fosse diventato il piombo che affossava la squadra e chi invece non riusciva a dimenticarne la grandezza, presente e passata. Tutti, chi più chi meno, auspicavamo di non dovere oltrepassare quel limite: non vederlo più in campo. Ma dov’era quel limite?
Alcuni personaggi secondari funzionano (soprattutto lo Spalletti “tognazziano” e il papà di Checco, scomparso da poco, interpretato da Giorgio Colangeli che ha conservato intatta la dolce ironia, quasi indifferente, di Papà Enzo): però manca l’odore della sofferenza e della felicità (che a volte sembrano un odore solo), manca l’illuminazione del più grande talento del calcio italiano, dell’uomo che ha lottato contro i suoi infortuni, senza paura, del “semplice a vita” che rinuncia al Real Madrid e alla cioccolata. La fiction è un’esibizione, il calcio di Totti è visceralità. Non si potevano incontrare. Infatti c’è un altro al posto suo.
In questa miniserie, ispirata al libro Un capitano di Paolo Condò, calcio e dintorni non producono né affaticamento né adrenalina. Non nascono dalla passione e dal talento geneticamente donato bensì dai conflitti umani, scritti e non vissuti: gli unici che si possono spostare dalla vita reale alla finzione narrativa, pur perdendo intensità. Domina una visione western dell’esistenza, io contro te, con tanto di musica pronta a evocare il binomio Leone-Morricone. Totti che parla con il pallone ai piedi, il Totti autentico di cui è ancora pieno il mondo, incluso il recente docufilm di Infasacelli che ha fatto tremare i polsi, la nostra emotività, la nostra fantasia e i nostri ricordi, il Totti carne ossa legamenti e lacrime che abbandona il calcio dentro uno stadio che piange all’unisono, il Totti che ha lasciato sul campo e nel cuore un vuoto spaventoso, all’interno del quale per anni e anni rimbomberanno i suoi capolavori, sono un’altra cosa.