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Shavon Shields (a sinistra) e Zach Leday (al centro) della Olimpia Milano nel match contro il Baskonia
  (ansa)

Milano nell’Europa che conta: così Messina l’americano sveglia la bella addormentata

Ai quarti di Eurolega dopo sette anni: 64 partite già fatte dall’Ax, la Supercoppa e la Coppa Italia già vinte, lo scudetto possibile e ora un traguardo che mancava da tempo. Merito anche del tecnico che ha già vinto 4 coppe maggiori, ed è tornato arricchito dall'esperienza a San Antonio
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Mancavano da sette anni, a Milano, i play-off di Eurolega: 2014, fuori col Maccabi poi campione. Fatto, stavolta l'Olimpia i suoi play-off li giocherà. Manca da ventinove una Final Four: Istanbul '92, eliminati dal Partizan. E manca infine da trentatré una Coppa dei Campioni: Gand '88, vinta sul Maccabi. I pensieri già galoppano, ad annodare speranze e ricordi, all'indomani del primo traguardo raggiunto: è umano, sofferte tante carestie e siccità. L'Eurolega dell'Olimpia era stata, anche nell'imperiale era Armani, una catena di ambizioni frustrate e torride delusioni. Un anno ultimi e uno penultimi, perfino.

Da martedì sera, vincendo a Belgrado con la Stella Rossa, Milano è certa di essere fra le prime otto d'Europa, e da stasera ad Atene, sfidando il Panathinaikos, prima delle due gare in agenda per chiudere la prima fase, proverà a stare nelle prime quattro, con beneficio della bella in casa ai …
Mancavano da sette anni, a Milano, i play-off di Eurolega: 2014, fuori col Maccabi poi campione. Fatto, stavolta l'Olimpia i suoi play-off li giocherà. Manca da ventinove una Final Four: Istanbul '92, eliminati dal Partizan. E manca infine da trentatré una Coppa dei Campioni: Gand '88, vinta sul Maccabi. I pensieri già galoppano, ad annodare speranze e ricordi, all'indomani del primo traguardo raggiunto: è umano, sofferte tante carestie e siccità. L'Eurolega dell'Olimpia era stata, anche nell'imperiale era Armani, una catena di ambizioni frustrate e torride delusioni. Un anno ultimi e uno penultimi, perfino.

Da martedì sera, vincendo a Belgrado con la Stella Rossa, Milano è certa di essere fra le prime otto d'Europa, e da stasera ad Atene, sfidando il Panathinaikos, prima delle due gare in agenda per chiudere la prima fase, proverà a stare nelle prime quattro, con beneficio della bella in casa ai playoff. Blinderà almeno il terzo posto, vincendole entrambe. Si sta giocando tanto in Europa, non solo contro il virus, le depressioni da arene vuote e le migliori nemiche di una vita. Non come nella Nba, ma quasi: 64 partite già fatte dall'Ax, di quattro tornei diversi, 48 vinte e 16 perse, Supercoppa e Coppa Italia già alzate, e adesso ancora di corsa per lo scudetto e per la coppa maggiore. S'ammazzano così i cavalli, mormora nelle sere più tetre Ettore Messina, che pure veniva da cinque stagioni americane. A Milano fa l'allenatore e anche il presidente, dopodiché Gianni Petrucci lo vorrebbe pure come ct. Qualcosa prima o poi dovrà metterlo da parte. "Disegnerò anche collezioni per Giorgio Armani", ha provato a buttarla sul ridere. Non adesso, con questi venti nelle vele.

È Messina l'uomo chiave di questa rigogliosa rinascita, il migliore di quanti nel Belpaese vanno in panchina, per opinione unanime, stratega sommo da palestra e pastore d'anime che l'età non ha reso un dittatore meno esigente, ma ammorbidito, ai suoi bei 62, nei modi, nei rapporti, nella digestione delle sconfitte. A Milano è alla seconda stagione, la prima fu un compromesso complicato fra quel che dentro l'Olimpia ci trovò, e quel che ci aggiunse, non tutto azzeccato. Tardando a realizzarsi la fusione, non gli spiacque che il Covid e la politica troncassero quell'annata come un coitus interruptus. Poteva vincervi o perdervi, avendone troppi dubbi. Di più, sinistri sospetti sui possibili epiloghi. In estate ha molto rifatto la squadra, sommando veterani come Hines, Delaney e Datome, levati alle concorrenza, ma azzeccando pure talenti in sboccio come Punter, Leday e Shields, ad allargare una rosa che molto avrebbe dovuto spendersi su una stagione logorante. Tanti viaggi, diversi infortuni, qualche morso del virus, i conti sono già stati salati e comunque siamo solo a due terzi del viaggio: potrebbero esserci, andando tutto bene, un'altra trentina di partite. Quasi tutte di playoff, con minimi margini di rimedio.

Imbarcati tanti uomini, il coach ha battezzato leader e gregari, misurandosi con quotidiane prove di equilibrio. All'Ax si va anche in tribuna, come nel calcio: tre stranieri ogni domenica di campionato, tre italiani ogni gara di coppa. E bastava guardare la formazione di domenica a Venezia, tappa non decisiva in serie A, per capire che Messina stava cominciando a vincere lì la vitale partita di Belgrado: fuori Rodriguez, Hines e Datome, oltre all'infortunato Delaney. Circa otto milioni, letti sul libro paga, o i quattro punti cardinali, letti sul campo: gli uomini che, avendo già vinto altrove, fra Grecia e Spagna, Russia e Turchia, sono stati presi per trapiantare quel Dna in un gruppo che ha lasciato tanti premi in giro: pure in Italia, tra Sassari e Venezia. Venuta dopo la sulfurea dinastia senese per rimpiazzarla, Milano non ne ha avuto la cinica continuità, cercando in Messina proprio il cannibale per mutarsi in belva vorace. Quattro Euroleghe in carriera, quattro scudetti, altri sei titoli nazionali russi, l'uomo è in missione, forse soltanto partito. In ogni caso avanti, dove da tanto la squadra più titolata del basket italiano non riusciva più a spingersi.