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(reuters)

Inter capolista pratica e fedele a se stessa. Milan e Juve, la Champions a rischio

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Il commento alla giornata di Serie A
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Gli scudetti si festeggiano con il conforto dell'aritmetica, e altre dieci partite da giocare dicono che all'Inter manca ancora un quarto del suo calendario. Se però ieri notte, sul pullman del ritorno a Milano, qualcuno ha estratto dal frigo-bar una bottiglia di champagne, non pensiamo che Conte l'abbia sequestrata. Anzi, due dita di bollicine le avrà bevute anche lui perché la vittoria di Bologna ha allargato il vantaggio sulle inseguitrici a dimensioni extralarge. A nove vittorie consecutive l'Inter forse non vola più - ieri blocco arretrato in controllo e un gol su rapida verticalizzazione - ma marcia con sicurezza e decisione verso il traguardo. L'ultima sosta per le nazionali mischiata alla nuova diffusione del virus ha rimescolato ancora una volta le carte: ma mentre dietro alcune rivali hanno perso il passo, l'Inter è rimasta fedele a se stessa, pratica e vincente. Ed è per questo che Conte avrà accettato…
Gli scudetti si festeggiano con il conforto dell'aritmetica, e altre dieci partite da giocare dicono che all'Inter manca ancora un quarto del suo calendario. Se però ieri notte, sul pullman del ritorno a Milano, qualcuno ha estratto dal frigo-bar una bottiglia di champagne, non pensiamo che Conte l'abbia sequestrata. Anzi, due dita di bollicine le avrà bevute anche lui perché la vittoria di Bologna ha allargato il vantaggio sulle inseguitrici a dimensioni extralarge. A nove vittorie consecutive l'Inter forse non vola più - ieri blocco arretrato in controllo e un gol su rapida verticalizzazione - ma marcia con sicurezza e decisione verso il traguardo. L'ultima sosta per le nazionali mischiata alla nuova diffusione del virus ha rimescolato ancora una volta le carte: ma mentre dietro alcune rivali hanno perso il passo, l'Inter è rimasta fedele a se stessa, pratica e vincente. Ed è per questo che Conte avrà accettato quel bicchiere.
Oltre tutto resta l'unica squadra ragionevolmente certa del posto in Champions. Gli altri tre ballano fra cinque squadre, immaginando che la sesta - la Roma - dopo il pari col Sassuolo che l'allontana dalla mischia, privilegerà la strada alternativa dell'Europa League. Nel gruppetto delle cinque - la Lazio è rimasta appesa in extremis, ma c'è ancora - si passa dall'evidente stanchezza psicologica del Milan, che da gennaio non riesce più a mettere in fila due prestazioni convincenti, alle paurose oscillazioni dell'impero juventino, che contro il Toro ha salvato l'onore ma non la classifica, sempre meno adeguata a un club reduce da 9 scudetti consecutivi. Perdere il decimo può essere nelle cose, ci mancherebbe, ma non liquefarsi al punto da mettere a rischio il posto Champions. Milan e Juve sono storie diversissime, ma ieri hanno scelto di mettersi nei guai allo stesso modo, ovvero un pallone regalato - semplice passaggio sciagurato, lasciate stare la "partenza dal basso" - che porta allo svantaggio. Il Milan aveva già sofferto le pene dell'inferno contro l'agilità della Samp, e può dirsi sollevato dal pareggio di Hauge. La Juve invece era partita forte con una formazione strana: un solo centrocampista di ruolo, Bentancur, attorniato da difensori avanzati e attaccanti arretrati. Il mix all'inizio ha funzionato grazie al pressing furibondo portato da Morata e Chiesa sull'uscita avversaria: la Juve recuperava palloni su palloni, e dopo tre chance sprecate il solito Chiesa aveva segnato l'1-0. Ma appena la squadra ha rifiatato, l'inferiorità numerica a centrocampo è emersa nella sua enormità, con quel che ne è seguito. Gran pressing davanti, e la mascheri; punte al passo, e il Toro scappa da tutte le parti. L'ovvia furia dell'ultima mezz'ora ha restituito almeno il pari, ma il recupero col Napoli di mercoledì adesso fa paura.
Detto che l'Atalanta è in perfetta velocità da crociera - i gironi di ritorno di Gasperini sono un benchmark d'eccellenza - e con la vittoria sull'Udinese è tornata fra le prime quattro a prescindere dall'esito dei recuperi, il match di mercoledì tra Juve e Napoli è stato derubricato a spareggio Champions, da gara-scudetto che doveva essere. Male per Pirlo, che nelle interviste del post ripete le solite quattro formulette - come altri colleghi, peraltro - ma nello spogliatoio deve trovare in fretta ben altro linguaggio per scuotere i suoi; bene per Gattuso, che ha costruito la quarta vittoria consecutiva con un attacco frizzante (splendida la costruzione del gol di Osimhen) e malgrado gli orrori di una difesa sgasata.
Oltre al bel pareggio del Torino nel derby c'è stato un altro risultato significativo sul fondo della classifica, la vittoria del Verona a Cagliari. La squadra sarda è incappata in una stagione disgraziata, perché i nomi della sua rosa non giustificano tanti stenti: a settembre si parlava di parte sinistra della classifica. La sostituzione di Di Francesco con Semplici, che Giulini ha ritardato quanto ha potuto e qualcosa di più, mostrando serietà gestionale, sembrava aver dato il colpo di timone necessario per riguadagnare almeno la rotta salvezza. Invece, dopo sette punti nelle prime tre gare, tre sconfitte consecutive denudano una situazione di pericolo estremo. Dovuta al fatto che dietro i nomi che autorizzavano certe ambizioni, i bei giocatori di una volta non ci sono più. Succede, e non solo al Cagliari.