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La gioia di Darmian dopo il gol (fotogramma)

Il segreto della cavalcata nerazzurra: cambiare pelle, ritmo e uomini chiave

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Il commento alla giornata di Serie A
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In genere l'apertura del dibattito sulla qualità del gioco di chi vince segnala che il campionato è finito. Succedeva lo stesso ai tempi della Juve di Allegri e del Napoli di Sarri per non parlare di storie antiche come il disfattismo che circondava Capello e Trapattoni. Naturalmente non è soltanto una questione di "risultatisti" irrisi dai "giochisti" - ci scusiamo per la distinzione ormai abusata, ma resta la più chiara - , perché da Michels a Sacchi fino a Guardiola ogni allenatore fedele a un calcio offensivo basato sul possesso è stato liquidato come vincente soltanto perché dotato dei campioni necessari, Cruyff e company per Rinus, i tre olandesi per Arrigo mentre Messi era il segreto, peraltro notissimo, del Pep. Sono contrapposizioni che hanno un preciso senso commerciale - chi ha vinto se la gode, chi ha perso riceve un alibi - e che si basano sulla malintesa esistenza di un calcio "etico", ovv…
In genere l'apertura del dibattito sulla qualità del gioco di chi vince segnala che il campionato è finito. Succedeva lo stesso ai tempi della Juve di Allegri e del Napoli di Sarri per non parlare di storie antiche come il disfattismo che circondava Capello e Trapattoni. Naturalmente non è soltanto una questione di "risultatisti" irrisi dai "giochisti" - ci scusiamo per la distinzione ormai abusata, ma resta la più chiara - , perché da Michels a Sacchi fino a Guardiola ogni allenatore fedele a un calcio offensivo basato sul possesso è stato liquidato come vincente soltanto perché dotato dei campioni necessari, Cruyff e company per Rinus, i tre olandesi per Arrigo mentre Messi era il segreto, peraltro notissimo, del Pep. Sono contrapposizioni che hanno un preciso senso commerciale - chi ha vinto se la gode, chi ha perso riceve un alibi - e che si basano sulla malintesa esistenza di un calcio "etico", ovvero che giocare in un modo sia moralmente più degno che farlo in un altro. Beh, non scherziamo. Esistono le preferenze - chi scrive non ha mai nascosto la sua ammirazione per Guardiola - ma l'unico limite ai mezzi utilizzabili per vincere è il regolamento. Nient'altro. La tattica, del resto, è stata inventata per consentire al più debole di competere e magari battere il più forte. Altrimenti sai che noia.
Questo lungo preambolo serve a introdurre il discorso sull'Inter, che ha compiuto un altro passo verso lo scudetto mantenendo inalterate - ma con una giornata in meno - le comode distanze. Quest'anno ha giocato in più di un modo, e soprattutto a differente intensità a seconda del periodo: finché era in Champions ha corso alla velocità delle altre - l'11 dicembre aveva tre punti meno del Milan, era alla pari col Napoli e un punto sopra la Juve - fra dicembre e la ripresa delle coppe ha allungato (Inter 50, Milan 49, Juve 45 il 12 febbraio), da lì in poi ha scavato il solco che oggi le dà 11 punti sul Milan e 12 sulla Juve. Sono numeri che dimostrano l'assoluta superiorità di Conte quando può lavorare su un ciclo settimanale, e la riuscita di un'operazione delicata come l'allargamento dall'interno della rosa una volta recepito il messaggio che il mercato di gennaio non esisteva: il recupero di Eriksen e Perisic, ma anche di Sanchez, è una spiegazione centrale nella lunga striscia di vittorie. Undici successi consecutivi non arrivano gratis, soprattutto in questa stagione: costano una fatica che trasforma la squadra agile e sfrontata di Inter-Juve e del derby - il prequel e l'episodio 4 della serie - in quella prudente per contenere l'Atalanta - episodio 7 - fino alla versione in risparmio energetico che alla decima puntata ha lasciato palla (ma non punti) al Sassuolo. Ieri col Cagliari sono state necessarie molta pazienza e una buona mano sui cambi, ed è un'ottima notizia il fatto che Eriksen abbia dettato i tempi a un centrocampo inedito, perché in questo finale c'è necessità di controllare i ritmi, e il danese lo sa fare. Pensate agli ultimi due giri di pista di un 10 mila metri: chi ci arriva con un buon margine, come l'Inter, si gira spesso a controllare quanto le accade alle spalle per evitare strappi inutili e conservare una riserva di benzina ove mai dovesse servirle.
A tre quarti abbondanti di campionato, nessuno cambia più il proprio dna. Nel trentesimo turno si è verificata una circostanza fin qui inedita: le prime sette hanno vinto tutte, ciascuna alla sua maniera. Il Milan proseguendo il rodeo di prestazioni del 2021, e a Parma toccava il picco positivo, tanto che malgrado l'ultima mezz'ora in 10 non ha corso gravi rischi; la Juve giocando alla grande per un tempo solo - stavolta il primo - e rischiando un po' troppo nell'altro; l'Atalanta costringendosi a rivincere una partita già messa in ghiaccio e poi dilapidata; il Napoli dominando il campo con leggerezza e precisione come spesso le accade da quando ha recuperato gli infortunati; la Lazio aggrappandosi all'ultimo respiro al suo leader stagionale, l'irresistibile Milinkovic (e la vittoria a Verona è il risultato più significativo dei sette); la Roma sopravvivendo a un primo tempo nel quale mancava solo che esponesse il cartello "chiuso per Ajax", ma meritando il vantaggio nella ripresa. Bene così. Giovedì è in missione per lei, ma anche per noi.