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Zinedine Zidane, 48 anni (ansa)

Il fattore Zidane sul Real Madrid, come Jordan con i Bulls

Ha vinto, è andato via, è tornato per riprovarci: i giorni di Zizou ricordano "The last dance", la serie sul mito del basket Nba
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Ogni volta che Zinedine Zidane ottiene un bel risultato, cosa che negli ultimi anni è avvenuta spesso, saltano su in molti a dire che i suoi meriti non vengono riconosciuti a sufficienza. È abbastanza vero, e l'antica ruvidezza della persona ha un ruolo in questa dinamica. Appena i discorsi puntano in profondità, Zizou alza il ponte levatoio: stiamo parlando di un uomo che ha avuto la forza di non dire mai mezza parola sull'incidente con Materazzi del 2006, figuratevi cosa possa importargli della giusta luce in cui mettere tre Champions consecutive. E però l'impresa che sta perseguendo in questa folle primavera, dopo essere sopravvissuto in autunno ad almeno tre partite "vinci o muori" - a dar retta ai media spagnoli - lo pone definitivamente sullo stesso piedistallo di Johan Cruyff: quello di chi, dopo essere stato un fuoriclasse in campo, è riuscito a dimostrarsi altrettanto grande nel mestiere di allenatore.

Ça va san…
Ogni volta che Zinedine Zidane ottiene un bel risultato, cosa che negli ultimi anni è avvenuta spesso, saltano su in molti a dire che i suoi meriti non vengono riconosciuti a sufficienza. È abbastanza vero, e l'antica ruvidezza della persona ha un ruolo in questa dinamica. Appena i discorsi puntano in profondità, Zizou alza il ponte levatoio: stiamo parlando di un uomo che ha avuto la forza di non dire mai mezza parola sull'incidente con Materazzi del 2006, figuratevi cosa possa importargli della giusta luce in cui mettere tre Champions consecutive. E però l'impresa che sta perseguendo in questa folle primavera, dopo essere sopravvissuto in autunno ad almeno tre partite "vinci o muori" - a dar retta ai media spagnoli - lo pone definitivamente sullo stesso piedistallo di Johan Cruyff: quello di chi, dopo essere stato un fuoriclasse in campo, è riuscito a dimostrarsi altrettanto grande nel mestiere di allenatore.

Ça va sans dire, i modi sono diversi. L'olandese ha letteralmente impiantato il suo calcio a Barcellona, generando una filosofia di gioco che i suoi successori - Van Gaal, Rijkaard, Guardiola, Luis Enrique - hanno sviluppato e adeguato ai tempi senza mai deviare dal percorso stabilito. Quando Pep vuol dare prova di umiltà dice che Cruyff ha dipinto la Cappella Sistina, e che loro hanno aggiunto qualche pennellata qua e là. Zidane non ha al proprio attivo un'analoga rivoluzione tattica, al Real non sarebbe possibile perché la politica fondante del club è affastellare grandi campioni, si arrangiasse poi il tecnico a farli giocare assieme. Beh, nessuno si è saputo arrangiare come lui, che ha creato linee di comando chiarissime in campo grazie alla fiducia che lo spogliatoio ha riposto in lui dal primo giorno. Il Real è un cavallo di razza che non si lascia montare da chiunque. Benitez, che fece da cuscinetto tra la gestione di Ancelotti e la sua, pur avendo in curriculum una Champions e due edizioni di Liga veniva irriso dai giocatori col nomignolo El Diez perché i suoi rilievi tecnici su posture e movimenti erano considerati offensivi. Ma come si permette? Ma chi è? Zidane non cambiò granché del suo approccio tattico, a partire dalla conferma del mediano Casemiro che Florentino Perez considerava inadeguato; ma con il carisma che si portava dietro, riorganizzò la squadra attorno a Ronaldo e Bale e nel giro di pochi mesi portò a casa la sua prima Champions. Ne seguirono altre due, e per descrivere la funzionalità della gerarchia allestita basterà ricordare ai recenti scopritori di Benzema la sua disponibilità a mettersi al servizio di Cristiano per il bene della squadra. Soltanto un allenatore emotivamente fortissimo può convincere una star ad assisterne un'altra senza scoppiare di gelosia.

Quel che è successo dopo, dalle dimissioni al richiamo in ginocchio di Florentino, sembra un film, e difatti tra un po' ci arriviamo. Zidane torna in corso d'opera nella primavera del 2019, e un anno dopo inizia il lockdown dietro al Barcellona, salvo superarlo suonando il clacson nell'estate della ripartenza. Ma per farlo succedere deve spremere i suoi vecchietti, ai quali oltre tutto ha iniziato a chiedere un gioco nuovo: Ronaldo non c'è più, ma non per questo possiamo arrivare secondi. Si spiegano anche così le estreme difficoltà di dicembre e gennaio, quando il Real si è trovato ad avere fino a 11 punti di distacco dall'Atletico, e questo aver affrontato l'ultimo turno del girone di Champions con la consapevolezza di dover vincere. Ecco, Zidane ha governato quei momenti - e la stagione in generale - come uno che ha visto The Last Dance, e ha poi fatto due calcoli. I Chicago Bulls degli Anni 90 vinsero sei campionati in otto stagioni; ciò che sta provando a fare il Real è qualcosa di molto vicino, cinque Champions in un periodo analogo, quello che parte dal trionfo di Ancelotti a Lisbona (2014), passa per il triennio di Zizou (2016-2018) e arriva a Istanbul. France Football ha già notato mesi fa la somiglianza dei due cicli, e uno sguardo alle formazioni delle finali aiuta a capire. La Champions di Carletto viene conquistata da sette giocatori ancora in rosa: Carvajal, Ramos, Varane, Modric, Benzema in campo, Marcelo e Isco in panchina. Due anni dopo si aggiungono Casemiro, Kroos, Lucas Vazquez e Nacho, in quello successivo arriva Asensio e la rosa è in buona parte rimasta quella. Certo, qualche acquisto fresco si è reso necessario: nella formazione di mercoledì ad Anfield - complice anche la strage di infortunati in difesa - ci sono Courtois, Valverde, Militao, Mendy e Vinicius. Ma il telaio è quello: Ramos (quando c'è), Casemiro, Kroos, Modric, Benzema. Ultratrentenni (eccetto Casemiro, 29) lanciati verso l'ennesima missione. Forse l'ultima da protagonisti assoluti se è vero che l'inseguimento a Mbappé avrà successo, dotando così il Real di un leader assoluto per il prossimo decennio. Con modalità diverse ma non poi così tanto - il gm Jerry Krause aveva annunciato al nucleo storico dei Bulls che la loro epopea si sarebbe conclusa a fine stagione - sembra la storia di Jordan, Pippen, Rodman e Phil Jackson.

Michael Jordan è Zidane, naturalmente. Vince, se ne va e la squadra perde, torna e magari rivince (una Liga l'ha già portata a casa). Jorge Valdano ha scritto che la grande intelligenza di Zizou è stata quella di adeguare il Real alle mutate condizioni ottenendo una squadra diversamente vincente rispetto a quella imperniata su Ronaldo. Molto acuto, e dopo le due brillanti prestazioni offensive dell'andata col Liverpool e del Clásico di sabato, la partita prettamente difensiva di Anfield ha chiuso una settimana perfetta. Il Real è stato un blocco granitico di alta qualità, ha giocato senza paura e con personalità, è stato capace di fare sempre la cosa giusta al momento giusto. Zidane l'ha guidato dalla panchina col suo stile minimalista, mai un gesto fuori posto, sobrio e sicuro di sé. Aveva costruito una grande squadra prima dell'avvento del Liverpool di Klopp, l'ha accompagnato alla porta con un'altra grande squadra, che poi è la stessa rimescolata. Non lo sapremo mai ma chissà se ogni tanto ci ripensa, a quella testata.