L'Italia che riparte. Piove sulla cena. “Ma al ristorante non rinunciamo”
di Maurizio Crosetti , di Maurizio Crosetti"Rischiamo il raffreddore ma non importa", dicono due ragazze sedute al tavolo. "Godiamoci questa illusione di semilibertà, finché dura"
TORINO - È una bella libertà in salsa d'acciughe, una strana gioia brasata al Barolo. Scende la pioggia, ma che fa? "Piove ma per noi stasera è estate", dice Irene sfogliando il menù come una lettera d'amore che si è scritta da sola. Il primo tavolo nella prima sera per la prima cena della nuova vita, forse.
Dai lampioni di piazza Vittorio Veneto, cuore della città, si allarga una luce di latte sui tavoli del Porto di Savona, cucina piemontese dal 1863, nientemeno. Il diluvio è come un beffardo battesimo sugli ombrelloni bianchi e sulle capocce degli avventori, comunque contenti e in fila alle 19,30 puntualissimi, si sa che i torinesi mettono presto le gambe sotto il tavolo e poi si va a nanna. Qui il coprifuoco ce l'abbiamo dentro dalla nascita.
Le primissime ad arrivare, tutte in tiro, sono Irene Niang e Caterina Turina, quelle dell'estate anche se gocciola. "Rischiamo il raffreddore ma non importa, us…
Dai lampioni di piazza Vittorio Veneto, cuore della città, si allarga una luce di latte sui tavoli del Porto di Savona, cucina piemontese dal 1863, nientemeno. Il diluvio è come un beffardo battesimo sugli ombrelloni bianchi e sulle capocce degli avventori, comunque contenti e in fila alle 19,30 puntualissimi, si sa che i torinesi mettono presto le gambe sotto il tavolo e poi si va a nanna. Qui il coprifuoco ce l'abbiamo dentro dalla nascita.
Le primissime ad arrivare, tutte in tiro, sono Irene Niang e Caterina Turina, quelle dell'estate anche se gocciola. "Rischiamo il raffreddore ma non importa, us…
TORINO - È una bella libertà in salsa d'acciughe, una strana gioia brasata al Barolo. Scende la pioggia, ma che fa? "Piove ma per noi stasera è estate", dice Irene sfogliando il menù come una lettera d'amore che si è scritta da sola. Il primo tavolo nella prima sera per la prima cena della nuova vita, forse.
Dai lampioni di piazza Vittorio Veneto, cuore della città, si allarga una luce di latte sui tavoli del Porto di Savona, cucina piemontese dal 1863, nientemeno. Il diluvio è come un beffardo battesimo sugli ombrelloni bianchi e sulle capocce degli avventori, comunque contenti e in fila alle 19,30 puntualissimi, si sa che i torinesi mettono presto le gambe sotto il tavolo e poi si va a nanna. Qui il coprifuoco ce l'abbiamo dentro dalla nascita.
Le primissime ad arrivare, tutte in tiro, sono Irene Niang e Caterina Turina, quelle dell'estate anche se gocciola. "Rischiamo il raffreddore ma non importa, uscire ci è mancato tanto. Il ristorante non è solo mangiare, è stare insieme. Godiamoci questa illusione di semilibertà, finché dura".
Però un ristorante italiano su due non ha aperto, senza i tavoli fuori non si può. Qui ce ne sono una ventina, riscaldati dai funghi di fuoco accesi dai camerieri. Xu Pei Jeng e Yang Kan quasi li abbracciano, tremando. Arrivano da Linzhou, Cina, provincia dell'Henan. "Siamo qui da un mese, studiamo politiche sociali all'università e non eravamo mai usciti a cena, naturalmente". Per non sbagliare scelgono il menù Gran Torino: antipasto misto, agnolotti, brasato con cipolline e bonet, euro 42. "In Cina hanno vaccinato prima noi giovani perché siamo i più contagiosi, forse avreste dovuto farlo anche voi. Ora nel nostro Paese il coronavirus è sconfitto, qui in Europa no davvero".
I camerieri vanno e vengono con i piatti in equilibrio, danzando tra i tavoli già quasi pieni alle otto di sera. "Il coprifuoco e la pioggia non aiutano, speriamo nell'estate e nei vaccini". Barbara Nicolai è la responsabile di sala e ha preso lei le prenotazioni: "La gente fa tenerezza perché dimentica che alle 22 dev'essere a casa, così tutti hanno anticipato l'orario di arrivo. Si vive guardando il cielo e il meteo, e sperando in bene".
Questa è l'immensa piazza che incantò De Chirico, qui partivano e arrivavano le carrozze da Savona con le celebri acciughe, ingrediente principe della bagna caoda. Qui, nel 1832 venne illuminato per la prima volta in Italia un locale pubblico con i lampioni a gas, e nel 1928 andò in onda la prima trasmissione radiofonica. Stavolta la storia è meno solenne ma non meno profonda, si tratta di capire se la vita di prima ritorna e come sarà, nel caso, la vita dopo.
"Ci siamo organizzati per bene per due giorni ed eccoci qui". I fratelli Giorgio e Luca Montaldo hanno scelto proprio questa sera e questo tavolo con la tovaglia a scacchi per ritrovarsi: Giorgio vive in Polonia, a Torun, mentre Luca sta in Australia, beato lui, sulla Gold Coast. "Il cibo ci riporta a casa, e stavolta due acciughe al verde non ce le toglie nessuno". Perché chiusure e separazioni sono storie lente e lunghe, a volte intrecciano le vite lontane e i confini. Poi, a dio piacendo si ritorna famiglia così, davanti a un bicchiere di Freisa che "mussa", cioè fa la schiuma e profuma di fiori di campo. "Andare a cena insieme è un atto sociale, è felicità condivisa" dicono i vicinissimi fratelli lontani e poi fanno cin cin.
Alle nove di sera piove sempre di più. Le lingue di fuoco dentro i funghi riscaldano e arrossano i visi, ma anche gli agnolotti al sugo d'arrosto non scherzano. Eppure, dietro questi commensali e questi camerieri ci sono sei locali su dieci che il dehors non ce l'hanno. Domani è pieno di dubbi.
"Abbiamo una ventina di dipendenti, mai fatto l'asporto, siamo rimasti chiusi per tanti mesi ed è dura", racconta Barbara mentre smista la sua truppa. "Se almeno spostassero il coprifuoco alle 23". Ma alle dieci meno un quarto si alzano tutti, Cenerentola finisce la panna cotta e scappa a casa.
Dai lampioni di piazza Vittorio Veneto, cuore della città, si allarga una luce di latte sui tavoli del Porto di Savona, cucina piemontese dal 1863, nientemeno. Il diluvio è come un beffardo battesimo sugli ombrelloni bianchi e sulle capocce degli avventori, comunque contenti e in fila alle 19,30 puntualissimi, si sa che i torinesi mettono presto le gambe sotto il tavolo e poi si va a nanna. Qui il coprifuoco ce l'abbiamo dentro dalla nascita.
Le primissime ad arrivare, tutte in tiro, sono Irene Niang e Caterina Turina, quelle dell'estate anche se gocciola. "Rischiamo il raffreddore ma non importa, uscire ci è mancato tanto. Il ristorante non è solo mangiare, è stare insieme. Godiamoci questa illusione di semilibertà, finché dura".
Però un ristorante italiano su due non ha aperto, senza i tavoli fuori non si può. Qui ce ne sono una ventina, riscaldati dai funghi di fuoco accesi dai camerieri. Xu Pei Jeng e Yang Kan quasi li abbracciano, tremando. Arrivano da Linzhou, Cina, provincia dell'Henan. "Siamo qui da un mese, studiamo politiche sociali all'università e non eravamo mai usciti a cena, naturalmente". Per non sbagliare scelgono il menù Gran Torino: antipasto misto, agnolotti, brasato con cipolline e bonet, euro 42. "In Cina hanno vaccinato prima noi giovani perché siamo i più contagiosi, forse avreste dovuto farlo anche voi. Ora nel nostro Paese il coronavirus è sconfitto, qui in Europa no davvero".
I camerieri vanno e vengono con i piatti in equilibrio, danzando tra i tavoli già quasi pieni alle otto di sera. "Il coprifuoco e la pioggia non aiutano, speriamo nell'estate e nei vaccini". Barbara Nicolai è la responsabile di sala e ha preso lei le prenotazioni: "La gente fa tenerezza perché dimentica che alle 22 dev'essere a casa, così tutti hanno anticipato l'orario di arrivo. Si vive guardando il cielo e il meteo, e sperando in bene".
Questa è l'immensa piazza che incantò De Chirico, qui partivano e arrivavano le carrozze da Savona con le celebri acciughe, ingrediente principe della bagna caoda. Qui, nel 1832 venne illuminato per la prima volta in Italia un locale pubblico con i lampioni a gas, e nel 1928 andò in onda la prima trasmissione radiofonica. Stavolta la storia è meno solenne ma non meno profonda, si tratta di capire se la vita di prima ritorna e come sarà, nel caso, la vita dopo.
"Ci siamo organizzati per bene per due giorni ed eccoci qui". I fratelli Giorgio e Luca Montaldo hanno scelto proprio questa sera e questo tavolo con la tovaglia a scacchi per ritrovarsi: Giorgio vive in Polonia, a Torun, mentre Luca sta in Australia, beato lui, sulla Gold Coast. "Il cibo ci riporta a casa, e stavolta due acciughe al verde non ce le toglie nessuno". Perché chiusure e separazioni sono storie lente e lunghe, a volte intrecciano le vite lontane e i confini. Poi, a dio piacendo si ritorna famiglia così, davanti a un bicchiere di Freisa che "mussa", cioè fa la schiuma e profuma di fiori di campo. "Andare a cena insieme è un atto sociale, è felicità condivisa" dicono i vicinissimi fratelli lontani e poi fanno cin cin.
Alle nove di sera piove sempre di più. Le lingue di fuoco dentro i funghi riscaldano e arrossano i visi, ma anche gli agnolotti al sugo d'arrosto non scherzano. Eppure, dietro questi commensali e questi camerieri ci sono sei locali su dieci che il dehors non ce l'hanno. Domani è pieno di dubbi.
"Abbiamo una ventina di dipendenti, mai fatto l'asporto, siamo rimasti chiusi per tanti mesi ed è dura", racconta Barbara mentre smista la sua truppa. "Se almeno spostassero il coprifuoco alle 23". Ma alle dieci meno un quarto si alzano tutti, Cenerentola finisce la panna cotta e scappa a casa.