Shevchenko: “La Champions nel mio destino, tutti hanno il diritto di sognarla”
di Enrico Currò , di Enrico CurròIntervista all'ex attaccante del Milan, ora ct dell'Ucraina: "Ci sono tanti Paesi come il mio dove sono nati grandi talenti: nella Superlega non giocherebbero. Cambiamo la regola del fuorigioco: deve basarsi sul baricentro del giocatore, dal ginocchio al petto. La mia infanzia tra la nube di Chernobyl e il quartiere in mano alla criminalità organizzata"
Andryi Shevchenko uguale Champions League: può essere questa la sintesi del libro “Forza gentile”, la sua prima autobiografia scritta a 44 anni?
“L’identificazione è giusta. La mia unica possibilità di farmi vedere fuori dall’Ucraina era la Champions. E siccome con Lobanovskyi la Dynamo Kiev faceva ottimi risultati e io ero al centro di quel progetto, Braida e Galliani sono venuti a vedermi. Per questo poi ho avuto la possibilità di finire al Milan”.
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Che cosa ha pensato, quando ha sentito del progetto Superlega?
“Che così si distrugge il calcio, la tradizione. Io sono venuto fuori dalla Champions League: la formula che hanno inventato non l’ho capita”.
Non è un modello di sport-spettacolo all’americana?
“Se uno guarda bene la struttura degli sport professionistici americani, magari il modello di business è anche migliore di quelli europei. Per&og…
“L’identificazione è giusta. La mia unica possibilità di farmi vedere fuori dall’Ucraina era la Champions. E siccome con Lobanovskyi la Dynamo Kiev faceva ottimi risultati e io ero al centro di quel progetto, Braida e Galliani sono venuti a vedermi. Per questo poi ho avuto la possibilità di finire al Milan”.
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Che cosa ha pensato, quando ha sentito del progetto Superlega?
“Che così si distrugge il calcio, la tradizione. Io sono venuto fuori dalla Champions League: la formula che hanno inventato non l’ho capita”.
Non è un modello di sport-spettacolo all’americana?
“Se uno guarda bene la struttura degli sport professionistici americani, magari il modello di business è anche migliore di quelli europei. Per&og…
Andryi Shevchenko uguale Champions League: può essere questa la sintesi del libro “Forza gentile”, la sua prima autobiografia scritta a 44 anni?
“L’identificazione è giusta. La mia unica possibilità di farmi vedere fuori dall’Ucraina era la Champions. E siccome con Lobanovskyi la Dynamo Kiev faceva ottimi risultati e io ero al centro di quel progetto, Braida e Galliani sono venuti a vedermi. Per questo poi ho avuto la possibilità di finire al Milan”.
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Che cosa ha pensato, quando ha sentito del progetto Superlega?
“Che così si distrugge il calcio, la tradizione. Io sono venuto fuori dalla Champions League: la formula che hanno inventato non l’ho capita”.
Non è un modello di sport-spettacolo all’americana?
“Se uno guarda bene la struttura degli sport professionistici americani, magari il modello di business è anche migliore di quelli europei. Però negli Usa ci sono dei principi base: la squadra peggiore sceglie il migliore giocatore e poi non è vero che non giocano per il successo. Io non ho capito su quali principi si fonda la Superlega”.
Forse sulla presa d’atto che i soldi mandano avanti il sistema.
“Senza soldi il calcio non funzionerebbe, si abbasserebbe il livello: il calcio ha bisogno di spettacolo e lo spettacolo di soldi. Ma come ha detto Guardiola, non ha senso creare un torneo in cui rimani sempre. Ci sono tante cose da chiarire: è stato un progetto presentato malissimo. Fin dall’inizio ho detto che distruggerebbe calcisticamente Paesi come il mio e tanti altri: quelli che non hanno i 5 campionati più importanti. E sarebbe un danno per tutti, più profondo”.
Perché per tutti?
“Perché è un danno verso la cultura del calcio. Anche se il modello della Champions è stato modificato nel tempo, la sua base è di dare a tutti la possibilità di partecipare. E’ successo in passato che in qualcuno dei Paesi che con questo progetto sarebbero rimasti fuori dalla Superlega in un paio d’anni siano nati grandi talenti: è capitato alla Stella Rossa e alla mia Dynamo Kiev. Grazie a una generazione felice e al settore giovanile, sono sbocciati 4-5 ottimi giocatori nello stesso momento. Ricordo che in prima squadra c’eravamo io, classe 1976, e altri 7 di un anno in più. Giocavamo tutti”.
Per lei fu l’inizio delle 100 partite in Champions: un numero da predestinato.
“Per la verità le partite sono di più, contando quelle di qualificazione. Una volta la formula era più dura, si incontrava la squadra campione di ogni Paese, non le prime 4”.
La prima volta, racconta lei nel libro, fu in tribuna a Parigi contro il Psg di Weah: avevate già il Milan nel destino, senza saperlo.
“C’erano anche Leonardo e Raì. Ma guardi che il Milan era già nel mio destino fin da ragazzino, a 15 anni. Giocai il mio ultimo torneo con le giovanili della Dynamo vicino a Milano. Nel giorno libero visitammo la città, pranzando là sotto, vede, in Galleria Vittorio Emanuele. E poi andammo a San Siro, da turisti. Entrando in campo, mi venne spontaneo pensare: io qui ci tornerò per giocare”.
Altra predestinazione: il primo gol in Champions non fu un gol qualsiasi, al Bayern di Trapattoni.
“Sì, ho subito segnato dall’inizio. Avevo 18 anni”.
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Ne saranno passati altri 18, il prossimo 28 maggio, al rigore segnato a Buffon all’Old Trafford, nella finale vinta dal Milan con la Juventus.
“Quella foto è il manifesto della mia carriera, la mia più grande vittoria. La cosa più difficile è non cambiare idea in quei 50 metri dalla metà campo al dischetto: in una frazione di secondo capisci che cosa fa il portiere, che però ti può anche ingannare. Perciò devi aspettare di capire quando lui si muove. Ma se hai deciso di tirare a destra o a sinistra, non devi cambiare idea, altrimenti aumenta la possibilità di sbagliare”.
Poi il Pallone di quel rigore, nel 2004, diventò d’oro: a chi lo darebbe, oggi che sta tramontando l’era di Messi e Cristiano Ronaldo?
“A Mbappé. E’ troppo più forte degli altri. L’ho incontrato da ct dell’Ucraina, contro la Francia. Ha potenzialità incredibili. Fisicamente quando parte è imprendibile, gira a sinistra e a destra, entra in area, attacca lo spazio. Ha il suo stile, è molto più veloce di me, la sua partenza è un po’ come quella di Ronaldo Fenomeno, che era più centravanti. Mbappé va a lato, fiuta lo spazio: è un giocatore unico. Quando nasce un fenomeno, è sempre un giocatore unico, i paragoni non rendono mai l’idea. Lui ha forza, rapidità, movimento, attira l’avversario e poi si butta nello spazio. Si vede che in campo ha la scintilla. Ed è elegante col suo modo di tirare: certo, deve ancora migliorarsi, ma segna già tanti gol, anche in Champions. Anche lui ha cominciato presto a sentire la musichetta dell’inno”.
Che poi è l’adattamento di una musica di Händel, quasi un presagio d’arte: lei si è mai sentito artista?
“Certo: noi facciamo spettacolo, è questo il nostro lavoro”.
Pasolini, che amava il calcio, coniò i “podemi”, i passaggi che con le loro infinite combinazioni formano le parole calcistiche.
“C’è un collegamento tra artisti e calciatori. A me piace la musica, come a un artista, a un cantante, spesso piace il calcio, piacciono gli sport. Questo scambio, per me, è cultura”.
Lei porta il cognome di un poeta: Taras Shevchenko è l’eroe nazionale ucraino.
“E’ un cognome impegnativo. La mia patria è qualcosa a cui io sento di appartenere, con tutta la mia anima”.
Capita che i campioni diventino simboli del loro Paese: Weah è presidente della Liberia, Kaladze sindaco di Tbilisi, perché?
“Perché c’è più possibilità adesso: il mondo sta cambiando e se sei una persona famosa, intelligente, hai studiato, capita che tu possa cambiare lavoro. Come George, che ha lottato tantissimo. Ma tanti altri atleti hanno cambiato lavoro e sono arrivati al successo”.
Lei, nel 2012, entrò in politica.
“Non era una cosa mia. Per questo sono tornato al calcio, io appartengo al calcio, sono uomo di calcio. La politica non è per me”.
C’è anche un’altra forma di politica, quella sportiva: nel governo del calcio ci sono ex campioni, come Boban prima alla Fifa e adesso all’Uefa.
“Certo, il ruolo del calciatore è importante: senza di noi non c’è più spettacolo. Io vedo nei prossimi anni il ruolo del calciatore sempre più centrale. Credo che altri, come ora Zvone, saranno più presenti”.
Boban ha inventato il Var.
“Non lo dico perché è un amico, ma è stata una cosa giusta. A me piacciono la precisione e la giustizia. Se abbiamo la possibilità di essere sicuri al 100% di qualcosa su cui prima rimaneva il dubbio, ora la tecnologia aiuta tutti. E’ solo questione di tempo e di abitudine: se è fuorigioco è fuorigioco, le cose poi magari si possono aggiustare un po’”.
Ad esempio?
“Ad esempio proprio sul fuorigioco. Per me si deve basare sul baricentro del calciatore, diciamo sulla parte del corpo che va dal ginocchio al petto. Togliamo dalla valutazione i piedi: se il baricentro è in fuorigioco, è fuorigioco, altrimenti no”.
Cambierebbe il calendario?
“Ecco, questo è un argomento che rende l’idea di come secondo me bisogna trovare la soluzione ai problemi: con l’equilibrio. Non sono nel board, faccio il ct e sto al mio posto. E’ molto difficile trovare una convergenza, perché io alleno la Nazionale e non ho tempo per lavorare: solo due giorni prima della partita, come si può riuscire a prepararla? Ma se io divento allenatore di club, la mia prospettiva cambia e dico che con quelle delle Nazionali si stanno giocando troppe partite. E poi dobbiamo anche pensare alla salute del giocatore”.
Perciò?
“La sintesi si trova studiando bene le questioni, ascoltando tutti e valutando anche le esigenze delle televisioni, sulle quali si regge il sistema calcistico e sportivo professionistico”.
A proposito di altri sport, nel libro c’è un aneddoto: lei ragazzino, chiuso in casa dai suoi per studiare, che si cala dalla finestra per andare a giocare a hockey su ghiaccio sul lago Verbne: è vero che è stato un hockeista mancato?
“Facevo tanti sport, tennis, nuoto, sci, ginnastica nelle palestre all’aperto che a Kiev abbondano, l’Ucraina ha questo genere di cultura. A me piace la sfida, la competizione. Dai 10 anni in su giocavo tanto a hockey d’inverno, sono stato anche chiamato da un paio di allenatori per qualche provino: la mia fortuna è stata che quello sport si gioca solo tre mesi d’inverno, invece il calcio molto più a lungo per tutto l’anno”.
La bocciarono all’università di Fisica e Cultura all’esame di ammissione, che consisteva in passaggi e dribbling: come fu possibile?
“A me tante cose impossibili sono successe: è parte della mia vita”.
La maggior parte dei campioni famosi del calcio è accomunata dalla voglia di uscire da situazioni difficili: lei racconta che del suo gruppo di amici a Obolon, il suo quartiere, solo in due siete sopravvissuti a droga, criminalità e armi.
“La nostra era una vita chiusa: nell’Urss, finché eri bambino, potevi crescere tranquillo. Non era una brutta cosa, facevi tanti sport: quando ci fu la nube di Chernobyl e ci trasferirono sul mar Nero, continuammo ad andare a scuola e a fare sport da un’altra parte. Poi, però, non è stata un’adolescenza serena. Il muro non è caduto all’improvviso”.
Quando cominciò il crollo?
“Tre-quattro anni prima. La vita a Obolon diventò pericolosa. Il quartiere cadde in mano alla criminalità organizzata. Quando un Paese sta andando a pezzi, la prima cosa che noti è quella: l’aumento della criminalità. Passavamo momenti veramente difficili, di vera paura, non era facile come la gente potrebbe pensare. Quando andavo all’allenamento all’Accademia della Dynamo e ritorno, un’ora e mezza cambiando la metropolitana, poteva succedere qualsiasi cosa, era normale e io ero pronto. Avevo 10 anni e i miei non mi potevano accompagnare”.
L’ha salvata il desiderio di uscire da quel mondo?
“Mi ha salvato l’interesse per lo sport, la fame di successo attraverso qualcosa di pulito. Amavo il calcio di un amore smisurato, lo volevo più di qualsiasi cosa. Ovviamente poi serve una combinazione perfetta: talento, personalità, fame di successo”.
Sul confine tra una carriera normale e una da fuoriclasse, magari anche un allenatore come il colonnello Lobanovskyi.
“Era avanti già trent’anni fa, applicava concetti tattici del calcio moderno. Insegnava all’attaccante a fare anche il difensore e viceversa. Ci costringeva a sforzi incredibili per allenare la nostra forza e la nostra resistenza, anche mentale. Nella mia formazione è stato l’allenatore più importante. Poi una carriera è fatta di momenti e di persone: ho incontrato Ancelotti e Zaccheroni e sono stati altrettanto importanti. Senza le persone che ho incontrato, non sarei quello che sono”.
Adesso la pandemia ha chiuso in casa i giovani.
“Il mondo sta cambiando a velocità pazzesca, 10 anni fa il livello delle tecnologia era completamente diverso: che cosa succederà dopo questa pandemia, quale reazione ci sarà nella società dei bambini e dei ragazzi, lo potremo misurare soltanto nei prossimi anni”.
I social sono un pericolo o una risorsa?
“Sono una cosa normale: quello che succede con gli abusi non è un problema dei social, ma delle persone. Certo, ora attaccare qualcuno su internet è molto più semplice ed è giusto bloccare questo tipo di abuso, come ha fatto il calcio inglese con la presa di posizione, lo sciopero social di questi giorni”.
La sua famiglia, quella d’origine e quella creata con sua moglie Kristen, è stata un guscio o un argine?
“La famiglia è fondamentale. Sono quello che sono per come i miei genitori hanno fatto crescere me e mia sorella. Ora ho 4 figli e a tutti ho insegnato a essere gentili, cortesi, rispettosi e ad avere valori giusti”.
I suoi figli sono tutti maschi: c’è un futuro Sheva?
“Per ora gioca a calcio il mio secondogenito, Kristian, negli Under 14 del Chelsea. Il primogenito Jordan è più portato per lo studio”.
Jordan è nato all’apice della sua carriera, due mesi prima del Pallone d’oro: che cos’è per lei il Milan?
“Un amore, una grande parte della mia vita”.
A giudicare dalle idee calcistiche sue, di Gattuso, di Inzaghi, di Pirlo, il Milan vi ha inculcato il gusto per il bel gioco.
“Sicuramente la possibilità di alzare il livello del gioco, il gusto per l’estetica: quando entri in squadre che competono per vincere tutto, la scala è grande ma in cima si restringe. Il successo del Milan era basato sulla qualità, ma ancora di più sulla personalità individuale: non è per caso che tanti di noi dopo il calcio giocato, siano diventati persone di successo, dirigenti importanti, allenatori, presidenti, politici”.
Lei da ct ha riportato l’Ucraina al calcio d’attacco: 5-0 alla Serbia, Portogallo e Spagna battute.
“Ho cercato di rompere certe abitudini. Il progetto è partito nel 2016 per riportare la squadra a un livello più alto. Ma per riuscirci, serviva una rivoluzione, un calcio moderno non dipendente dal risultato, che si può raggiungere in diversi modi. Il calcio moderno richiede di giocare in un modo che piace alla gente, ma con equilibrio, finalizzato al risultato: posto che quello che conta è vincere, giocando bene hai più possibilità”.
Altro suo chiodo fisso, i giovani: l’1-1 di marzo in casa della Francia campione del mondo, nella prima partita delle qualificazioni al Mondiale, era con tre giovanissimi in campo e altri tre in panchina.
“Sto puntando tanto sui giovani: se ne vedo uno bravo, non ho paura di farlo giocare. In cinque anni abbiamo costruito una struttura seria di lavoro congiunto con le giovanili, in particolare con l’Under 21, che è messa in campo come la mia Nazionale”.
Esiste un sistema di gioco vincente?
“Esiste un’identità nella duttilità. Con la Francia, per la seconda volta in cinque anni, abbiamo usato la difesa a 5, di solito facevamo il 4-3-3. Ma mi mancavano gli esterni alti e in Nations League avevo già sperimentato che contro chi ha un livello più alto del nostro, per compensare, dobbiamo chiuderci un po’. Questo non vuole dire che non si debba cercare di tenere il baricentro abbastanza alto. Con la Francia ci siamo riusciti”.
Un giovane ucraino sul quale scommettere?
“Ne abbiamo già di bravi: Shaparenko, Zabarnyi, Mykolenko. E tra quelli più grandi, da tre anni, ci sono giocatori solidi, come Malinovskyi e Zinchenko”.
Nel girone dell’Europeo di giugno l’Ucraina giocherà subito con l’Olanda, poi avrà Macedonia del nord e Austria: dove può arrivare?
“L’obiettivo è passare la prima fase, sarebbe un buon risultato di partenza”.
Al Mondiale 2006 lei si fermò ai quarti di finale con l’Italia futura campione: fare il ct è un modo per arrivare più lontano di quanto non le sia riuscito da calciatore?
“No, non sto cercando questo. Nel 2006 ero fisicamente a pezzi. Ma l’Italia era più forte. La partita fu molto più equilibrata del risultato, 3-0 per voi, ma sinceramente avevamo fatto il massimo: anche se avessimo passato il turno, non saremmo stati pronti come quella squadra di Lippi”.
All’Europeo, se arriverete secondi nel vostro girone e l’Italia prima nel suo, la troverete negli ottavi.
“Non ho la possibilità di guardare così lontano, devo guardare partita per partita”.
Da avversario a Genova, ottobre 2018, lei ha assistito dal vivo all’inizio ufficiale della riuscita rivoluzione tattica di Mancini: si capiva già allora?
“Lo dissi in conferenza stampa dopo quell’1-1: non giudicate solo dal risultato. Il lavoro e la potenzialità del calcio italiano, la sua crescita, si vedevano benissimo. E’ una Nazionale con talenti, ora la squadra è cresciuta tanto. Ha un livello medio alto e giocatori di qualità soprattutto a centrocampo: Verratti, Jorginho, Insigne. E sa mettere energia in campo, fa un pressing molto alto: per riuscirci, serve tanta intensità”.
Il Milan è fuori dalla Champions da 7 anni: un’enormità.
“Spero che finalmente ci torni, soprattutto per i tifosi: 10 anni fa avrei detto che era impossibile un’assenza così lunga. Ma tante cose sono successe in questo periodo, a cominciare dal fatto che Silvio Berlusconi ha venduto la società”.
Ne ha mai parlato col suo amico Paolo Maldini?
“Ci sentiamo spesso. Il suo lavoro da direttore tecnico è ottimo. La competitività nel calcio italiano è alta, a parte l’Inter, che ha fatto la differenza anche perché la Juventus è calata. E’ un campionato equilibratissimo, lo dimostra proprio la lotta per la Champions”.
Però la Serie A è scaduta, da quella finale all’Old Trafford, dal 2003 con Milan, Juventus e Inter in semifinale: quest’anno nessuna squadra è andata oltre gli ottavi di finale e a parte l’Atalanta di Gasperini non ha mostrato innovazioni di gioco.
“Sono semplicemente cicli. Certo, i campionati hanno un diverso peso economico e quello della Premier League è molto superiore. Ma credo che sia uno stimolo per competere più in alto. L’Italia ha alzato il livello del suo calcio attraverso la grande preparazione degli allenatori. Se hai meno soldi, compensi con la metodologia di lavoro, con l’esperienza di un movimento che ha una storia unica, con i suoi calciatori e i suoi allenatori. Considero la serie A un eccezionale laboratorio”.
Quanto stanno pesando gli stadi vuoti?
“Tanto. Giocare in un ambiente senza pubblico è difficile: il calcio ha bisogno dei tifosi, c’è tanta differenza tra uno stadio pieno e uno vuoto: nelle due partite di Nations League con Germania e Spagna abbiamo avuto il 25% del pubblico e si sentiva. Un calciatore pensa positivo: non ai fischi se sbaglia, ma all’emozione che trasmette il pubblico”.
Shevchenko, lei allenerà un club?
“Sì. Mi diverto, mi piace il mio lavoro di allenatore. Richiede tanta energia. Non mi chieda a quale, ma voglio passare a un club di livello internazionale”.
“L’identificazione è giusta. La mia unica possibilità di farmi vedere fuori dall’Ucraina era la Champions. E siccome con Lobanovskyi la Dynamo Kiev faceva ottimi risultati e io ero al centro di quel progetto, Braida e Galliani sono venuti a vedermi. Per questo poi ho avuto la possibilità di finire al Milan”.
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Che cosa ha pensato, quando ha sentito del progetto Superlega?
“Che così si distrugge il calcio, la tradizione. Io sono venuto fuori dalla Champions League: la formula che hanno inventato non l’ho capita”.
Non è un modello di sport-spettacolo all’americana?
“Se uno guarda bene la struttura degli sport professionistici americani, magari il modello di business è anche migliore di quelli europei. Però negli Usa ci sono dei principi base: la squadra peggiore sceglie il migliore giocatore e poi non è vero che non giocano per il successo. Io non ho capito su quali principi si fonda la Superlega”.
Forse sulla presa d’atto che i soldi mandano avanti il sistema.
“Senza soldi il calcio non funzionerebbe, si abbasserebbe il livello: il calcio ha bisogno di spettacolo e lo spettacolo di soldi. Ma come ha detto Guardiola, non ha senso creare un torneo in cui rimani sempre. Ci sono tante cose da chiarire: è stato un progetto presentato malissimo. Fin dall’inizio ho detto che distruggerebbe calcisticamente Paesi come il mio e tanti altri: quelli che non hanno i 5 campionati più importanti. E sarebbe un danno per tutti, più profondo”.
Perché per tutti?
“Perché è un danno verso la cultura del calcio. Anche se il modello della Champions è stato modificato nel tempo, la sua base è di dare a tutti la possibilità di partecipare. E’ successo in passato che in qualcuno dei Paesi che con questo progetto sarebbero rimasti fuori dalla Superlega in un paio d’anni siano nati grandi talenti: è capitato alla Stella Rossa e alla mia Dynamo Kiev. Grazie a una generazione felice e al settore giovanile, sono sbocciati 4-5 ottimi giocatori nello stesso momento. Ricordo che in prima squadra c’eravamo io, classe 1976, e altri 7 di un anno in più. Giocavamo tutti”.
Per lei fu l’inizio delle 100 partite in Champions: un numero da predestinato.
“Per la verità le partite sono di più, contando quelle di qualificazione. Una volta la formula era più dura, si incontrava la squadra campione di ogni Paese, non le prime 4”.
La prima volta, racconta lei nel libro, fu in tribuna a Parigi contro il Psg di Weah: avevate già il Milan nel destino, senza saperlo.
“C’erano anche Leonardo e Raì. Ma guardi che il Milan era già nel mio destino fin da ragazzino, a 15 anni. Giocai il mio ultimo torneo con le giovanili della Dynamo vicino a Milano. Nel giorno libero visitammo la città, pranzando là sotto, vede, in Galleria Vittorio Emanuele. E poi andammo a San Siro, da turisti. Entrando in campo, mi venne spontaneo pensare: io qui ci tornerò per giocare”.
Altra predestinazione: il primo gol in Champions non fu un gol qualsiasi, al Bayern di Trapattoni.
“Sì, ho subito segnato dall’inizio. Avevo 18 anni”.
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Ne saranno passati altri 18, il prossimo 28 maggio, al rigore segnato a Buffon all’Old Trafford, nella finale vinta dal Milan con la Juventus.
“Quella foto è il manifesto della mia carriera, la mia più grande vittoria. La cosa più difficile è non cambiare idea in quei 50 metri dalla metà campo al dischetto: in una frazione di secondo capisci che cosa fa il portiere, che però ti può anche ingannare. Perciò devi aspettare di capire quando lui si muove. Ma se hai deciso di tirare a destra o a sinistra, non devi cambiare idea, altrimenti aumenta la possibilità di sbagliare”.
Poi il Pallone di quel rigore, nel 2004, diventò d’oro: a chi lo darebbe, oggi che sta tramontando l’era di Messi e Cristiano Ronaldo?
“A Mbappé. E’ troppo più forte degli altri. L’ho incontrato da ct dell’Ucraina, contro la Francia. Ha potenzialità incredibili. Fisicamente quando parte è imprendibile, gira a sinistra e a destra, entra in area, attacca lo spazio. Ha il suo stile, è molto più veloce di me, la sua partenza è un po’ come quella di Ronaldo Fenomeno, che era più centravanti. Mbappé va a lato, fiuta lo spazio: è un giocatore unico. Quando nasce un fenomeno, è sempre un giocatore unico, i paragoni non rendono mai l’idea. Lui ha forza, rapidità, movimento, attira l’avversario e poi si butta nello spazio. Si vede che in campo ha la scintilla. Ed è elegante col suo modo di tirare: certo, deve ancora migliorarsi, ma segna già tanti gol, anche in Champions. Anche lui ha cominciato presto a sentire la musichetta dell’inno”.
Che poi è l’adattamento di una musica di Händel, quasi un presagio d’arte: lei si è mai sentito artista?
“Certo: noi facciamo spettacolo, è questo il nostro lavoro”.
Pasolini, che amava il calcio, coniò i “podemi”, i passaggi che con le loro infinite combinazioni formano le parole calcistiche.
“C’è un collegamento tra artisti e calciatori. A me piace la musica, come a un artista, a un cantante, spesso piace il calcio, piacciono gli sport. Questo scambio, per me, è cultura”.
Lei porta il cognome di un poeta: Taras Shevchenko è l’eroe nazionale ucraino.
“E’ un cognome impegnativo. La mia patria è qualcosa a cui io sento di appartenere, con tutta la mia anima”.
Capita che i campioni diventino simboli del loro Paese: Weah è presidente della Liberia, Kaladze sindaco di Tbilisi, perché?
“Perché c’è più possibilità adesso: il mondo sta cambiando e se sei una persona famosa, intelligente, hai studiato, capita che tu possa cambiare lavoro. Come George, che ha lottato tantissimo. Ma tanti altri atleti hanno cambiato lavoro e sono arrivati al successo”.
Lei, nel 2012, entrò in politica.
“Non era una cosa mia. Per questo sono tornato al calcio, io appartengo al calcio, sono uomo di calcio. La politica non è per me”.
C’è anche un’altra forma di politica, quella sportiva: nel governo del calcio ci sono ex campioni, come Boban prima alla Fifa e adesso all’Uefa.
“Certo, il ruolo del calciatore è importante: senza di noi non c’è più spettacolo. Io vedo nei prossimi anni il ruolo del calciatore sempre più centrale. Credo che altri, come ora Zvone, saranno più presenti”.
Boban ha inventato il Var.
“Non lo dico perché è un amico, ma è stata una cosa giusta. A me piacciono la precisione e la giustizia. Se abbiamo la possibilità di essere sicuri al 100% di qualcosa su cui prima rimaneva il dubbio, ora la tecnologia aiuta tutti. E’ solo questione di tempo e di abitudine: se è fuorigioco è fuorigioco, le cose poi magari si possono aggiustare un po’”.
Ad esempio?
“Ad esempio proprio sul fuorigioco. Per me si deve basare sul baricentro del calciatore, diciamo sulla parte del corpo che va dal ginocchio al petto. Togliamo dalla valutazione i piedi: se il baricentro è in fuorigioco, è fuorigioco, altrimenti no”.
Cambierebbe il calendario?
“Ecco, questo è un argomento che rende l’idea di come secondo me bisogna trovare la soluzione ai problemi: con l’equilibrio. Non sono nel board, faccio il ct e sto al mio posto. E’ molto difficile trovare una convergenza, perché io alleno la Nazionale e non ho tempo per lavorare: solo due giorni prima della partita, come si può riuscire a prepararla? Ma se io divento allenatore di club, la mia prospettiva cambia e dico che con quelle delle Nazionali si stanno giocando troppe partite. E poi dobbiamo anche pensare alla salute del giocatore”.
Perciò?
“La sintesi si trova studiando bene le questioni, ascoltando tutti e valutando anche le esigenze delle televisioni, sulle quali si regge il sistema calcistico e sportivo professionistico”.
A proposito di altri sport, nel libro c’è un aneddoto: lei ragazzino, chiuso in casa dai suoi per studiare, che si cala dalla finestra per andare a giocare a hockey su ghiaccio sul lago Verbne: è vero che è stato un hockeista mancato?
“Facevo tanti sport, tennis, nuoto, sci, ginnastica nelle palestre all’aperto che a Kiev abbondano, l’Ucraina ha questo genere di cultura. A me piace la sfida, la competizione. Dai 10 anni in su giocavo tanto a hockey d’inverno, sono stato anche chiamato da un paio di allenatori per qualche provino: la mia fortuna è stata che quello sport si gioca solo tre mesi d’inverno, invece il calcio molto più a lungo per tutto l’anno”.
La bocciarono all’università di Fisica e Cultura all’esame di ammissione, che consisteva in passaggi e dribbling: come fu possibile?
“A me tante cose impossibili sono successe: è parte della mia vita”.
La maggior parte dei campioni famosi del calcio è accomunata dalla voglia di uscire da situazioni difficili: lei racconta che del suo gruppo di amici a Obolon, il suo quartiere, solo in due siete sopravvissuti a droga, criminalità e armi.
“La nostra era una vita chiusa: nell’Urss, finché eri bambino, potevi crescere tranquillo. Non era una brutta cosa, facevi tanti sport: quando ci fu la nube di Chernobyl e ci trasferirono sul mar Nero, continuammo ad andare a scuola e a fare sport da un’altra parte. Poi, però, non è stata un’adolescenza serena. Il muro non è caduto all’improvviso”.
Quando cominciò il crollo?
“Tre-quattro anni prima. La vita a Obolon diventò pericolosa. Il quartiere cadde in mano alla criminalità organizzata. Quando un Paese sta andando a pezzi, la prima cosa che noti è quella: l’aumento della criminalità. Passavamo momenti veramente difficili, di vera paura, non era facile come la gente potrebbe pensare. Quando andavo all’allenamento all’Accademia della Dynamo e ritorno, un’ora e mezza cambiando la metropolitana, poteva succedere qualsiasi cosa, era normale e io ero pronto. Avevo 10 anni e i miei non mi potevano accompagnare”.
L’ha salvata il desiderio di uscire da quel mondo?
“Mi ha salvato l’interesse per lo sport, la fame di successo attraverso qualcosa di pulito. Amavo il calcio di un amore smisurato, lo volevo più di qualsiasi cosa. Ovviamente poi serve una combinazione perfetta: talento, personalità, fame di successo”.
Sul confine tra una carriera normale e una da fuoriclasse, magari anche un allenatore come il colonnello Lobanovskyi.
“Era avanti già trent’anni fa, applicava concetti tattici del calcio moderno. Insegnava all’attaccante a fare anche il difensore e viceversa. Ci costringeva a sforzi incredibili per allenare la nostra forza e la nostra resistenza, anche mentale. Nella mia formazione è stato l’allenatore più importante. Poi una carriera è fatta di momenti e di persone: ho incontrato Ancelotti e Zaccheroni e sono stati altrettanto importanti. Senza le persone che ho incontrato, non sarei quello che sono”.
Adesso la pandemia ha chiuso in casa i giovani.
“Il mondo sta cambiando a velocità pazzesca, 10 anni fa il livello delle tecnologia era completamente diverso: che cosa succederà dopo questa pandemia, quale reazione ci sarà nella società dei bambini e dei ragazzi, lo potremo misurare soltanto nei prossimi anni”.
I social sono un pericolo o una risorsa?
“Sono una cosa normale: quello che succede con gli abusi non è un problema dei social, ma delle persone. Certo, ora attaccare qualcuno su internet è molto più semplice ed è giusto bloccare questo tipo di abuso, come ha fatto il calcio inglese con la presa di posizione, lo sciopero social di questi giorni”.
La sua famiglia, quella d’origine e quella creata con sua moglie Kristen, è stata un guscio o un argine?
“La famiglia è fondamentale. Sono quello che sono per come i miei genitori hanno fatto crescere me e mia sorella. Ora ho 4 figli e a tutti ho insegnato a essere gentili, cortesi, rispettosi e ad avere valori giusti”.
I suoi figli sono tutti maschi: c’è un futuro Sheva?
“Per ora gioca a calcio il mio secondogenito, Kristian, negli Under 14 del Chelsea. Il primogenito Jordan è più portato per lo studio”.
Jordan è nato all’apice della sua carriera, due mesi prima del Pallone d’oro: che cos’è per lei il Milan?
“Un amore, una grande parte della mia vita”.
A giudicare dalle idee calcistiche sue, di Gattuso, di Inzaghi, di Pirlo, il Milan vi ha inculcato il gusto per il bel gioco.
“Sicuramente la possibilità di alzare il livello del gioco, il gusto per l’estetica: quando entri in squadre che competono per vincere tutto, la scala è grande ma in cima si restringe. Il successo del Milan era basato sulla qualità, ma ancora di più sulla personalità individuale: non è per caso che tanti di noi dopo il calcio giocato, siano diventati persone di successo, dirigenti importanti, allenatori, presidenti, politici”.
Lei da ct ha riportato l’Ucraina al calcio d’attacco: 5-0 alla Serbia, Portogallo e Spagna battute.
“Ho cercato di rompere certe abitudini. Il progetto è partito nel 2016 per riportare la squadra a un livello più alto. Ma per riuscirci, serviva una rivoluzione, un calcio moderno non dipendente dal risultato, che si può raggiungere in diversi modi. Il calcio moderno richiede di giocare in un modo che piace alla gente, ma con equilibrio, finalizzato al risultato: posto che quello che conta è vincere, giocando bene hai più possibilità”.
Altro suo chiodo fisso, i giovani: l’1-1 di marzo in casa della Francia campione del mondo, nella prima partita delle qualificazioni al Mondiale, era con tre giovanissimi in campo e altri tre in panchina.
“Sto puntando tanto sui giovani: se ne vedo uno bravo, non ho paura di farlo giocare. In cinque anni abbiamo costruito una struttura seria di lavoro congiunto con le giovanili, in particolare con l’Under 21, che è messa in campo come la mia Nazionale”.
Esiste un sistema di gioco vincente?
“Esiste un’identità nella duttilità. Con la Francia, per la seconda volta in cinque anni, abbiamo usato la difesa a 5, di solito facevamo il 4-3-3. Ma mi mancavano gli esterni alti e in Nations League avevo già sperimentato che contro chi ha un livello più alto del nostro, per compensare, dobbiamo chiuderci un po’. Questo non vuole dire che non si debba cercare di tenere il baricentro abbastanza alto. Con la Francia ci siamo riusciti”.
Un giovane ucraino sul quale scommettere?
“Ne abbiamo già di bravi: Shaparenko, Zabarnyi, Mykolenko. E tra quelli più grandi, da tre anni, ci sono giocatori solidi, come Malinovskyi e Zinchenko”.
Nel girone dell’Europeo di giugno l’Ucraina giocherà subito con l’Olanda, poi avrà Macedonia del nord e Austria: dove può arrivare?
“L’obiettivo è passare la prima fase, sarebbe un buon risultato di partenza”.
Al Mondiale 2006 lei si fermò ai quarti di finale con l’Italia futura campione: fare il ct è un modo per arrivare più lontano di quanto non le sia riuscito da calciatore?
“No, non sto cercando questo. Nel 2006 ero fisicamente a pezzi. Ma l’Italia era più forte. La partita fu molto più equilibrata del risultato, 3-0 per voi, ma sinceramente avevamo fatto il massimo: anche se avessimo passato il turno, non saremmo stati pronti come quella squadra di Lippi”.
All’Europeo, se arriverete secondi nel vostro girone e l’Italia prima nel suo, la troverete negli ottavi.
“Non ho la possibilità di guardare così lontano, devo guardare partita per partita”.
Da avversario a Genova, ottobre 2018, lei ha assistito dal vivo all’inizio ufficiale della riuscita rivoluzione tattica di Mancini: si capiva già allora?
“Lo dissi in conferenza stampa dopo quell’1-1: non giudicate solo dal risultato. Il lavoro e la potenzialità del calcio italiano, la sua crescita, si vedevano benissimo. E’ una Nazionale con talenti, ora la squadra è cresciuta tanto. Ha un livello medio alto e giocatori di qualità soprattutto a centrocampo: Verratti, Jorginho, Insigne. E sa mettere energia in campo, fa un pressing molto alto: per riuscirci, serve tanta intensità”.
Il Milan è fuori dalla Champions da 7 anni: un’enormità.
“Spero che finalmente ci torni, soprattutto per i tifosi: 10 anni fa avrei detto che era impossibile un’assenza così lunga. Ma tante cose sono successe in questo periodo, a cominciare dal fatto che Silvio Berlusconi ha venduto la società”.
Ne ha mai parlato col suo amico Paolo Maldini?
“Ci sentiamo spesso. Il suo lavoro da direttore tecnico è ottimo. La competitività nel calcio italiano è alta, a parte l’Inter, che ha fatto la differenza anche perché la Juventus è calata. E’ un campionato equilibratissimo, lo dimostra proprio la lotta per la Champions”.
Però la Serie A è scaduta, da quella finale all’Old Trafford, dal 2003 con Milan, Juventus e Inter in semifinale: quest’anno nessuna squadra è andata oltre gli ottavi di finale e a parte l’Atalanta di Gasperini non ha mostrato innovazioni di gioco.
“Sono semplicemente cicli. Certo, i campionati hanno un diverso peso economico e quello della Premier League è molto superiore. Ma credo che sia uno stimolo per competere più in alto. L’Italia ha alzato il livello del suo calcio attraverso la grande preparazione degli allenatori. Se hai meno soldi, compensi con la metodologia di lavoro, con l’esperienza di un movimento che ha una storia unica, con i suoi calciatori e i suoi allenatori. Considero la serie A un eccezionale laboratorio”.
Quanto stanno pesando gli stadi vuoti?
“Tanto. Giocare in un ambiente senza pubblico è difficile: il calcio ha bisogno dei tifosi, c’è tanta differenza tra uno stadio pieno e uno vuoto: nelle due partite di Nations League con Germania e Spagna abbiamo avuto il 25% del pubblico e si sentiva. Un calciatore pensa positivo: non ai fischi se sbaglia, ma all’emozione che trasmette il pubblico”.
Shevchenko, lei allenerà un club?
“Sì. Mi diverto, mi piace il mio lavoro di allenatore. Richiede tanta energia. Non mi chieda a quale, ma voglio passare a un club di livello internazionale”.