Il 4 maggio del 2013 Bayern e Borussia Dortmund scoprirono di avere un problema: tre settimane dopo si sarebbero affrontate a Wembley nella prima - e finora unica - finale tutta tedesca di Champions League, ma quel giorno si dovevano smazzare un match di Bundesliga del tutto insulso, visto che alla 32esima giornata il Bayern era ampiamente campione di Germania (quell'anno chiuse con 25 punti di vantaggio) mentre il Dortmund era ampiamente qualificato per la successiva Champions (18 punti di margine sulla quinta, in Germania fanno sempre tutto king size). Come affrontare l'inutile prequel della partita più importante dell'anno? Certo non con le formazioni titolari. Jurgen Klopp, che al Borussia maneggiava un organico limitato, schierò quattro riserve, cinque considerato che Gundogan uscì dopo pochi minuti. Jupp Heynckes, che al Bayern lavorava su un organico illimitato, di panchinari ne mise addirittura otto, lasciando soltanto i terzini Lahm e Alaba e …
Il 4 maggio del 2013 Bayern e Borussia Dortmund scoprirono di avere un problema: tre settimane dopo si sarebbero affrontate a Wembley nella prima - e finora unica - finale tutta tedesca di Champions League, ma quel giorno si dovevano smazzare un match di Bundesliga del tutto insulso, visto che alla 32esima giornata il Bayern era ampiamente campione di Germania (quell'anno chiuse con 25 punti di vantaggio) mentre il Dortmund era ampiamente qualificato per la successiva Champions (18 punti di margine sulla quinta, in Germania fanno sempre tutto king size). Come affrontare l'inutile prequel della partita più importante dell'anno? Certo non con le formazioni titolari. Jurgen Klopp, che al Borussia maneggiava un organico limitato, schierò quattro riserve, cinque considerato che Gundogan uscì dopo pochi minuti. Jupp Heynckes, che al Bayern lavorava su un organico illimitato, di panchinari ne mise addirittura otto, lasciando soltanto i terzini Lahm e Alaba e il portiere Neuer. Per la cronaca il match di campionato finì 1-1, mentre tre settimane dopo il Bayern vinse 2-1 a Wembley.
Pep Guardiola e Thomas Tuchel hanno lo stesso problema: Manchester City e Chelsea si giocheranno la Champions il 29 maggio a Istanbul, ottava finale-derby della storia, e come già era successo nel 2013 il match di campionato arriva dopo le semifinali europee, quando le finaliste sono ormai note. Vanno in campo questo pomeriggio all'Etihad Stadium, anche stavolta tre settimane prima della scena madre. Solo che questa partita è molto più rilevante di quella tedesca, e nessuno si aspetta mascherate.
In caso di vittoria il Manchester City alzerà la sua terza Premier in cinque anni. Paradossalmente, però, potrebbe non essere lui il più motivato, perché in classifica ha un vantaggio rassicurante: se non vincesse il titolo oggi, quasi certamente lo farebbe la prossima settimana a Newcastle. È il Chelsea ad avere più urgenza, perché il suo quarto posto gli è ancora conteso dal sorprendente West Ham, distante solo tre punti e che vanta un calendario più semplice. Tuchel, inoltre, deve giocarsi nel prossimo week-end pure la coppa d'Inghilterra contro il Leicester. Per un allenatore che è stato bravo fin qui, maggio è il più crudele dei mesi: deve appoggiare le ultime carte in cima al castello che ha costruito, ma basta che un lieve tremito gli percorra la mano perché del grande lavoro svolto non rimanga più nulla.
Grande davvero, il lavoro di Tuchel. Impressionante perché è arrivato soltanto alla fine di gennaio, eppure non ha mai pronunciato mezza parola del vocabolario fornito agli allenatori appena arrivati: nessuna crescita graduale, nessun piano biennale, niente "tempo di ambientamento". Roman Abramovich gli ha fatto sapere di aver speso sul mercato la bellezza di 240 milioni per vincere subito, e dunque nessun Gosplan please, pensasse piuttosto a riattivare Werner e Havertz - siete connazionali, giusto? - perché con Lampard gli attaccanti tedeschi non andavano neanche a spingere.
Tuchel ha usato i tre mesi successivi per lucidare un po' il talento dei due, ed en passant ha ridisegnato la squadra, blindandola: 18 gare senza gol al passivo su 24 vogliono dire che il 3-4-2-1 funziona come un orologio. E del resto se una quantità di giocatori, da Rudiger a Jorginho, da Christensen a Kante, sta giocando la miglior stagione in carriera, vuol dire che l'empatia tecnico-umana con l'allenatore si è sviluppata benissimo. Reduce da un esonero al Psg ogni giorno meno comprensibile, Tuchel in tre mesi ha battuto sul campo Guardiola, Mourinho, Klopp, Ancelotti, Simeone e adesso anche Zidane. L'ha fatto insistendo senza ansie sugli acquisti multimilionari, e di certo quel che ha ottenuto da loro è ancora poco: il Real, per esempio, andava giustiziato molto prima. Ma il Chelsea è un club che negli anni ha perduto De Bruyne, Salah e Lukaku per non aver avuto la pazienza di aspettarli, e chissà che questo cambio di approccio non gli valga le due coppe di maggio. Certo Abramovich sarebbe lieto di pagare il premio collettivo di 12.5 milioni (in euro) garantito con i due trofei, notizia emersa ieri a gasare ulteriormente un ambiente già parecchio su di giri.
Più vecchia di un giorno, la qualificazione del City alla sua prima finale ha suggerito ai media inglesi un sondaggio sul bilanciamento del tifo in città: inchiesta assai maccheronica, visto che i giornalisti hanno chiesto lumi ai loro figli, ma in più di una classe è emerso un monocolore City, al massimo macchiata da qualche chiazza di rosso Liverpool. Dello United, nessuna traccia: se questa tendenza venisse confermata da un'indagine seria, ci troveremmo davanti a un fatto epocale, un sorpasso eseguito in appena tredici anni. Ai danni del Manchester United. Beh, incredibile.
C'è un'aria totalmente nuova al City, dal superamento dei quarti col Dortmund. "Abbiamo passato il ponte" disse quella sera Guardiola, riferendosi sollevato all'approdo in semifinale sin lì mancato. Di più: eccellente nella gestione dei campionati - tre Premier in cinque anni sono molte - Pep aveva mostrato un'inesauribile creatività nel farsi male in Champions, al punto da meritare l'accusa di overthinking (pensare troppo a una formazione o una mossa tattica, fino a sbagliarla). Col Psg è stato tutto più semplice, e il City va in finale con la migliore media dei gol subiti nelle dodici campagne europee di Guardiola: 4 in dodici partite, 0.33 a gara.
E a conferma che il profeta del calcio offensivo basta a se stesso in fase d'attacco - nel senso che col gioco arriva dovunque - mentre in difesa ha bisogno di talenti individuali, ecco una bella ricerca di Diego Torres sul Pais. Da quando Pep allena il City (2016), il club ha acquistato nove dei venti difensori più costosi della storia (Dias, Cancelo, Laporte, Mendy, Stones, Walker, Aké, Mangala, Otamendi), tre dei venti centrocampisti (De Bruyne, Rodri, Bernardo Silva), soltanto uno dei venti attaccanti (Mahrez). Più chiaro di così: dategli di che difendersi, ad attaccare ci pensa lui.
Pep Guardiola e Thomas Tuchel hanno lo stesso problema: Manchester City e Chelsea si giocheranno la Champions il 29 maggio a Istanbul, ottava finale-derby della storia, e come già era successo nel 2013 il match di campionato arriva dopo le semifinali europee, quando le finaliste sono ormai note. Vanno in campo questo pomeriggio all'Etihad Stadium, anche stavolta tre settimane prima della scena madre. Solo che questa partita è molto più rilevante di quella tedesca, e nessuno si aspetta mascherate.
In caso di vittoria il Manchester City alzerà la sua terza Premier in cinque anni. Paradossalmente, però, potrebbe non essere lui il più motivato, perché in classifica ha un vantaggio rassicurante: se non vincesse il titolo oggi, quasi certamente lo farebbe la prossima settimana a Newcastle. È il Chelsea ad avere più urgenza, perché il suo quarto posto gli è ancora conteso dal sorprendente West Ham, distante solo tre punti e che vanta un calendario più semplice. Tuchel, inoltre, deve giocarsi nel prossimo week-end pure la coppa d'Inghilterra contro il Leicester. Per un allenatore che è stato bravo fin qui, maggio è il più crudele dei mesi: deve appoggiare le ultime carte in cima al castello che ha costruito, ma basta che un lieve tremito gli percorra la mano perché del grande lavoro svolto non rimanga più nulla.
Grande davvero, il lavoro di Tuchel. Impressionante perché è arrivato soltanto alla fine di gennaio, eppure non ha mai pronunciato mezza parola del vocabolario fornito agli allenatori appena arrivati: nessuna crescita graduale, nessun piano biennale, niente "tempo di ambientamento". Roman Abramovich gli ha fatto sapere di aver speso sul mercato la bellezza di 240 milioni per vincere subito, e dunque nessun Gosplan please, pensasse piuttosto a riattivare Werner e Havertz - siete connazionali, giusto? - perché con Lampard gli attaccanti tedeschi non andavano neanche a spingere.
Tuchel ha usato i tre mesi successivi per lucidare un po' il talento dei due, ed en passant ha ridisegnato la squadra, blindandola: 18 gare senza gol al passivo su 24 vogliono dire che il 3-4-2-1 funziona come un orologio. E del resto se una quantità di giocatori, da Rudiger a Jorginho, da Christensen a Kante, sta giocando la miglior stagione in carriera, vuol dire che l'empatia tecnico-umana con l'allenatore si è sviluppata benissimo. Reduce da un esonero al Psg ogni giorno meno comprensibile, Tuchel in tre mesi ha battuto sul campo Guardiola, Mourinho, Klopp, Ancelotti, Simeone e adesso anche Zidane. L'ha fatto insistendo senza ansie sugli acquisti multimilionari, e di certo quel che ha ottenuto da loro è ancora poco: il Real, per esempio, andava giustiziato molto prima. Ma il Chelsea è un club che negli anni ha perduto De Bruyne, Salah e Lukaku per non aver avuto la pazienza di aspettarli, e chissà che questo cambio di approccio non gli valga le due coppe di maggio. Certo Abramovich sarebbe lieto di pagare il premio collettivo di 12.5 milioni (in euro) garantito con i due trofei, notizia emersa ieri a gasare ulteriormente un ambiente già parecchio su di giri.
Più vecchia di un giorno, la qualificazione del City alla sua prima finale ha suggerito ai media inglesi un sondaggio sul bilanciamento del tifo in città: inchiesta assai maccheronica, visto che i giornalisti hanno chiesto lumi ai loro figli, ma in più di una classe è emerso un monocolore City, al massimo macchiata da qualche chiazza di rosso Liverpool. Dello United, nessuna traccia: se questa tendenza venisse confermata da un'indagine seria, ci troveremmo davanti a un fatto epocale, un sorpasso eseguito in appena tredici anni. Ai danni del Manchester United. Beh, incredibile.
C'è un'aria totalmente nuova al City, dal superamento dei quarti col Dortmund. "Abbiamo passato il ponte" disse quella sera Guardiola, riferendosi sollevato all'approdo in semifinale sin lì mancato. Di più: eccellente nella gestione dei campionati - tre Premier in cinque anni sono molte - Pep aveva mostrato un'inesauribile creatività nel farsi male in Champions, al punto da meritare l'accusa di overthinking (pensare troppo a una formazione o una mossa tattica, fino a sbagliarla). Col Psg è stato tutto più semplice, e il City va in finale con la migliore media dei gol subiti nelle dodici campagne europee di Guardiola: 4 in dodici partite, 0.33 a gara.
E a conferma che il profeta del calcio offensivo basta a se stesso in fase d'attacco - nel senso che col gioco arriva dovunque - mentre in difesa ha bisogno di talenti individuali, ecco una bella ricerca di Diego Torres sul Pais. Da quando Pep allena il City (2016), il club ha acquistato nove dei venti difensori più costosi della storia (Dias, Cancelo, Laporte, Mendy, Stones, Walker, Aké, Mangala, Otamendi), tre dei venti centrocampisti (De Bruyne, Rodri, Bernardo Silva), soltanto uno dei venti attaccanti (Mahrez). Più chiaro di così: dategli di che difendersi, ad attaccare ci pensa lui.