Un museo per Jackie Robinson, primo nero del baseball americano
di Emanuela Audisio , di Emanuela AudisioI diritti civili, belli. A New York li trovate confezionati al JRM, al 75 di Varick Street, confine di Tribeca, sopra la stazione della metropolitana. Il Jackie Robinson Museum ha aperto in autunno. Dedicato al primo giocatore di baseball nero nella storia della Major League. Robinson debuttò il 15 aprile 1947. E cambiò il panorama dello sport Usa: ora nella foto c'era anche un afroamericano. Detto in inglese che permette più sintesi: barrier breaker, freedom rider, globe changer. Nel 1950 Arthur Mann, segretario dei Brooklyn Dodgers, scrisse la sceneggiatura "Jackie Robinson Story" e la mandò al presidente della società, Branch Rickey, per avere la sua approvazione. La risposta: "Cambia la pagina 51". Il testo diceva: "Era ora che un giocatore nero giocasse nel grande baseball, anche per vedere se fosse possibile rompere i pregiudizi razziali". Erano parole sue, di Rickey, che aveva assunto Robinson, cancellando una tacita tradizione che durava dal 1868: "We don't let in nigras". Non ingaggiamo neri. Rickey corresse: "Nel '45 abbiamo preso Robinson perché volevamo vincere, non certo per risolvere la questione razziale". Meglio il pragmatismo, non voleva altri guai, aveva già tutte le altre squadre contro, lui aveva solo scelto il fuoriclasse giusto, capace di autocontrollo anche davanti agli insulti. "Il primo nero non può fallire, altrimenti non ci sarà il secondo". Al resto ci pensò l'allenatore dei Dodgers, Leo Durocher, con i suoi metodi spicci e la morale sul profitto. In piena notte convocò la squadra, che faceva resistenza a Robinson, nella cucina dell'albergo. Era in vestaglia, ma le sue urla svegliarono molti: "Non mi importa se il ragazzo è giallo o nero, o se ha le strisce come una fottuta zebra. Io sono il manager e dico che lui gioca. C'è dell'altro, io dico che lui ci può rendere tutti ricchi. E se qualcuno di voi non ha bisogno di soldi, farò in modo di cedervi".
Iscriviti alla newsletter S-Print
Non puoi sempre camminare da solo, non basta, anche se sei il più bravo. "Ti ringrazio per tutto quello che hai fatto per me", scrisse Robinson in una lettera del 1947 a un giornalista che si chiamava Smith. Quando Robinson diventa il primo nero a giocare nei Majors, Wendell Smith è il suo migliore alleato: gli fa da autista, da tuttofare, scrive sempre in maniera giusta di Jackie. Era stato un ottimo pitcher, ma la segregazione nel baseball lo aveva fatto deviare verso il giornalismo. Anche perché si sentì dire: "Se solo potessimo dipingerti di bianco". Nemmeno per lui era facile il lavoro: non aveva accesso agli spogliatoi e alla tribuna-stampa. Divenne amico di Jackie e suo ghostwriter nella rubrica sul Pittsburgh Courier. Ralph Branca era un pitcher affermato dei Dodgers, quando nel '47 Robinson entrò a far parte della squadra gli altri giocatori firmarono una petizione contro il suo ingresso. Il solo a non farlo fu Branca, l'unico che mangiava con Jackie e non si vergognava di stargli accanto. Era figlio di un'ebrea, di razzismo ne sapeva qualcosa, con quel nome italiano insultavano anche lui: "Fottuto mangiaspaghetti". Il fratello gli chiese se fosse pazzo a stare così vicino a Robinson: "Se gli sparano e sbagliano colpiscono te", Ralph rispose che ne sarebbe stato onorato. Rachel, la moglie di Robinson, lo ringraziò: "Branca è stato buono con mio marito quando non era di moda esserlo".
Gli haters non sono un'invenzione moderna. Robinson riceveva molte lettere di minaccia (allora si scriveva), nel '51 giocò in trasferta contro i Cincinnati Reds: "Non provare a entrare in campo, ti uccideremo, ne abbiamo fatti fuori altri come te". Giocò lo stesso e vinse. Un altro che doveva essergli avversario, Hank Greenberg, famosa prima base dei Detroit Tigers, dopo uno scontro di gioco fortuito, gli disse: "Non dare troppa importanza a chi sta cercando di renderti la vita dura, stai andando bene, ci sono passato anch'io e ti aiuterò con dei consigli". Greenberg era stato il primo ebreo a esordire nei Majors e nel 1947 aveva rifiutato di giocare nel giorno di Yom Kippur.
Robinson non si vergognò di cambiare spesso idea. Alle elezioni del '60 appoggiò il candidato democratico Humphrey, quando John Kennedy vinse le nomination, lui scelse Nixon. E quando verso la fine della campagna elettorale Martin Luther King fu condannato a due mesi di prigione, Robinson chiese a Nixon di fare qualcosa. Al suo rifiuto dichiarò: "Nixon non merita di vincere". Nel '63 con una lettera aperta motivò il suo credo politico. "Non sono né repubblicano, né democratico, voto le persone in cui credo, a prescindere dal loro partito". Il 28 agosto di quell'anno era in prima fila con Rosa Parks nella marcia su Washington, ma nel 1967 criticò Martin Luther King per la sua opposizione alla guerra in Vietnam e sostenne il presidente Johnson. Nel '68 suo figlio Jack jr. rientrò ferito e traumatizzato (con dipendenza dalle droghe) dal Vietnam dove aveva salvato la vita ad alcuni compagni e il padre dichiarò che non poteva accettare l'idea che laggiù combattessero per la libertà quando ne avevano così poca in patria. "Ho creduto nell'America, ora sono disilluso".
Anche lui era stato sotto le armi e nel 1944 era stato arrestato dalla polizia militare per "disubbidienza agli ordini". Il sottotenente Robinson aveva rifiutato di andarsi a sedere "dietro" nel bus dei soldati. La Corte Marziale lo aveva poi prosciolto dall'accusa. E nel '57 quando a "The little Rock Nine", a un gruppo di nove studenti neri fu impedito l'ingresso a scuola, Robinson sostenne il loro diritto all'istruzione con una lunga telefonata di solidarietà al gruppo. Dopo il suo ritiro aprì anche una banca, la Freedom National Bank ad Harlem, dove finanziava progetti afroamericani. Appoggiò il repubblicano Nelson Rockefeller che nel '66, rieletto governatore di New York, lo nominò assistente speciale per gli affari della comunità. A 52 anni Jackie e la moglie s'impegnarono in una campagna anti-droghe. Il figlio, Jack jr., nel '69 viene arrestato per possesso di eroina. Condannato, accetta di curarsi in un centro di riabilitazione, ma nel '71 a 24 anni muore in un incidente d'auto. Robinson poteva dare la colpa al destino, invece la diede a sé stesso: "Non sai com'è perdere un figlio, ritrovarlo e perderlo di nuovo. Ho il rimorso di non essere stato molto a casa, credo di aver avuto un impatto maggiore sui figli degli altri che sui miei".
Non ci fu storia quando votarono per farlo entrare nella Baseball Hall of Fame: eletto al primo ballottaggio con il 77,5% dei voti. Primo giocatore nero. La sua ultima apparizione pubblica nella gara 2 delle World Series 1972. Il suo discorso: "Il baseball ha bisogno di integrazione anche a livello dirigenziale". Nove giorni dopo, a 53 anni, un infarto se lo portò via. La moglie Rachel Robinson è ancora viva, ha cento anni, e l'autunno scorso ha inaugurato il JRM. C'erano anche la campionessa di tennis Billie Jean King e il regista Spike Lee. Una palla a volte può uscire dallo stadio, viaggiare nel mondo, finire molto lontano. E aiutarti a giocare (e a capire) altre partite.