Retegui e Chaarabi, l'azzurro a due tinte e una legge da cambiare
di Maurizio Crosetti , di Maurizio CrosettiLui è nato in Argentina e non si era mai mosso da lì, ma in tre giorni ha avuto la maglia azzurra per via di un nonno di Canicattì. Lei è nata in Tunisia, vive in Italia da quando aveva 18 mesi e ha dovuto aspettare fino a 21 anni per ottenere cittadinanza e passaporto: tutti i suoi avi sono infatti tunisini, genitori compresi. Lui gioca a calcio, si chiama Mateo Retegui, ha 23 anni ed è il nuovo centravanti della Nazionale italiana, anche se l’italiano non lo capisce ancora e non ne conosce neppure una parola. Lei tira di boxe, si chiama Sirine Chaarabi, ha 23 anni, un bellissimo accento casertano e oggi potrebbe dare all’Italia un titolo mondiale nel pugilato. Vite parallele, ma quanto diverse. Colpa di una legge vecchia e ingiusta che ancora parla solo di ius sanguinis, come se il sangue degli antenati fosse un merito, e invece nega lo ius soli, come se essere nati in Italia, avere frequentato le nostre scuole, parlare la nostra l…
Lui è nato in Argentina e non si era mai mosso da lì, ma in tre giorni ha avuto la maglia azzurra per via di un nonno di Canicattì. Lei è nata in Tunisia, vive in Italia da quando aveva 18 mesi e ha dovuto aspettare fino a 21 anni per ottenere cittadinanza e passaporto: tutti i suoi avi sono infatti tunisini, genitori compresi. Lui gioca a calcio, si chiama Mateo Retegui, ha 23 anni ed è il nuovo centravanti della Nazionale italiana, anche se l’italiano non lo capisce ancora e non ne conosce neppure una parola. Lei tira di boxe, si chiama Sirine Chaarabi, ha 23 anni, un bellissimo accento casertano e oggi potrebbe dare all’Italia un titolo mondiale nel pugilato. Vite parallele, ma quanto diverse. Colpa di una legge vecchia e ingiusta che ancora parla solo di ius sanguinis, come se il sangue degli antenati fosse un merito, e invece nega lo ius soli, come se essere nati in Italia, avere frequentato le nostre scuole, parlare la nostra lingua non contasse niente.
L'attaccante e la pugile
Lo sport è sempre un formidabile indicatore di realtà, a volte si limita a segnalarla, altre volte la manda in tilt smascherandone le ipocrisie. In questi giorni, Mateo e Sirine hanno incrociato le loro storie in modo emblematico e quasi speculare. Mateo Retegui gioca in Nazionale a pieno titolo normativo, però ha sopreso e impressionato la sua intervista con l’interprete: suonavano ancora come le frasi di uno straniero. Sirine Chaarabi da piccola ha frequentato le scuole italiane, a 5 anni era già in palestra a San Prisco di Caserta, a 14 ha vinto il primo titolo tricolore ed è stata convocata in Nazionale, ma senza poter rappresentare il suo e nostro Paese all’estero, visto che le mancava la cittadinanza: le compagne partivano per le trasferte e lei scendeva dal pullman. Quando è diventata maggiorenne, quella cittadinanza l’ha richiesta come prevede la legge: iter burocratico infinito, lunghissima attesa e finalmente, un bel giorno ma sempre troppo tardi, ecco il passaporto.
Il diritto di cittadinanza
A Sirine, che a differenza di Mateo non aveva un nonno siciliano emigrato, per oltre vent’anni non è bastato essere italiana in tutto e per tutto, per poterlo essere anche per lo Stato. Ma cosa definisce, nel profondo, un diritto di cittadinanza? Probabilmente la lingua che si parla, il luogo in cui si cresce, le persone con cui si viene a contatto, la scuola che si frequenta: tutto ciò che forma quanto chiamiamo cultura ed è davvero molte cose insieme. Non è di tale opinione una legge fuori sintonia rispetto ai tempi, come se il Parlamento ignorasse il tessuto sociale che compone ormai le aule scolastiche di ogni ordine e grado, e aggiungiamo per fortuna, perché si tratta di una grande ricchezza italiana. Lo sport, che non mente quasi mai, dimostra ogni giorno come invece siano del tutto italiani centinaia di migliaia di bambini e ragazzi dentro palestre, piscine e campi di gara, anche se mamma e papà arrivano da lontano. Nulla contro Mateo Retegui, anzi: è meraviglioso che lui coltivi il suo sogno azzurro con il suo legittimo passaporto, in fondo l’ultimo Mondiale ha visto in campo 137 giocatori con una maglia diversa dal Paese di nascita e al prossimo l’Italia proverà ad esserci anche con lui. Nel frattempo ci auguriamo che Sirine salga sul podio di Parigi 2024, e che bandiera e inno garriscano e risuonino per entrambi, dal momento che l’Italia è una soltanto e lo è per tutti. Ma non lo è di meno per quei bambini e quei ragazzi, figli di genitori stranieri, nati qui, vissuti qui, italiani qui.