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Carlo Mazzone è morto: allenatore simbolo della stagione più romantica del calcio italiano

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Il tecnico è morto oggi, ad Ascoli, all’età di 86 anni. Suo il record di panchine in Serie A. Cresciuto nelle giovanili della Roma, poi l'incontro con la famiglia Rozzi ad Ascoli, fino all'esperienza a Roma con Totti trattato come un figlio. E quel finale drammatico a Brescia immortalato dalla corsa sotto la curva dell'Atalanta
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Addio Carlo Mazzone, è finita. È morto a 86 anni, ad Ascoli, un allenatore simbolo di quella stagione del calcio italiano amata e applaudita in tutto il mondo. Un tecnico capace di sedere 1278 volte su panchine ufficiali, 795 delle quali in Serie A. A leggere i suoi dati, la biografia recita alto 1.90, nato a Roma, classe 1937. Poi a scavare basta poco per entrare nel suo mondo e in quelle caratteristiche che ne hanno fatto un tecnico unico. Mazzone era nato ai bordi del conflitto mondiale in una Roma difficile da immaginare oggi.

Diretta L’Italia piange Carlo Mazzone, la commozione di Totti e della Serie A

Trasteverino puro, di vicolo del Moro con quella parlata da quartiere con le lettere troppo spesso raddoppiate e la erre sempre strascicata: “Santa Maria in Trastevere per me era il Bernabeu – raccontava ogni tanto perdendosi tra i ricordi – da ragazzino era lì che ci si sfidava”. Dai sanpietrini del centro alle giovanili della Roma, e un inizio carriera che vede l’almana…

Addio Carlo Mazzone, è finita. È morto a 86 anni, ad Ascoli, un allenatore simbolo di quella stagione del calcio italiano amata e applaudita in tutto il mondo. Un tecnico capace di sedere 1278 volte su panchine ufficiali, 795 delle quali in Serie A. A leggere i suoi dati, la biografia recita alto 1.90, nato a Roma, classe 1937. Poi a scavare basta poco per entrare nel suo mondo e in quelle caratteristiche che ne hanno fatto un tecnico unico. Mazzone era nato ai bordi del conflitto mondiale in una Roma difficile da immaginare oggi.

Diretta L’Italia piange Carlo Mazzone, la commozione di Totti e della Serie A

Trasteverino puro, di vicolo del Moro con quella parlata da quartiere con le lettere troppo spesso raddoppiate e la erre sempre strascicata: “Santa Maria in Trastevere per me era il Bernabeu – raccontava ogni tanto perdendosi tra i ricordi – da ragazzino era lì che ci si sfidava”. Dai sanpietrini del centro alle giovanili della Roma, e un inizio carriera che vede l’almanacco segnare due presenze in serie A in giallorosso, poi la Spal fino all’incontro che gli cambia la vita: Ascoli, le Marche, la famiglia Rozzi, il rapporto col presidente Costantino.

La celebre corsa di Mazzone sotto la curva dell'Atalanta dopo la rimonta del Brescia firmata Baggio

Carlo Mazzone e Costantino Rozzi, una coppia che riproposta in America sarebbe stata da sola perfetta per sceneggiare un film. Sono gli anni del Processo del Lunedì, Mazzone conquista una salvezza dopo l’altra l’Ascoli sotto la sua guida diventa simbolo di resistenza.

Le partite, gli urlacci, il dialetto romanesco, una sostanziale e inscalfibile descrizione quasi fumettistica del personaggio. Ma di Carlo Mazzone, oggi, in un giorno tanto triste, va ricordata una umanità e un rispetto per il lavoro dei giornalisti (che tanto lo faceva arrabbiare), come raramente se ne sono incontrati. Natale del 1994, pochi giorni prima del via a quella pausa invernale che Carlo odiava perché la considerava veleno nelle gambe dei “suoi ragazzi”. Convocò i giornalisti abituali, quelli che in gergo vengono definiti “campisti”, perché a quei tempi con un po’ di libertà si aveva la possibilità di seguire davvero il lavoro della squadra al campo d’allenamento, tutti i giorni.

Carlo Mazzone, quella volta che Pep Guardiola lo invitò alla finale di Champions League

Si pensava fosse una chiamata per qualche comunicazione da spogliatoio. Mazzone si presentò accompagnato, con una serie di scatole: “Spesso mi fate incazzare, ma siete gente che lavora duro, ve lo riconosco, giornalisti abituati a macinare chilometri di marciapiede per una notizia e allora ho pensato di regalare a tutti un paio di scarpe. Un piccolo regalo: potrò dire tutta la vita di aver fatto le scarpe ai giornalisti”. Sì un paio di scarpe eleganti, modello Church’s. Carlo era fatto così, un gesto simbolico per dire: “Ci siamo capiti”.

Ti sorprendeva e poi con una battuta in romanesco ci rideva sopra, come quando ai bordi del campo di Trigoria fece montare un piccolo computer col quale analizzava migliaia di dati sui suoi giocatori, per leggerne meglio il comportamento in partita: “Embé? Sì, me chiamano “Magara” ma uso pure il computer, perché nun se po’?”.

Carlo è stato per la Roma l’allenatore che incarnava una triade impossibile: tecnico, tifoso e padre dei giocatori. Quando si presentò a Trigoria nell’estate del 1993, voluto da Franco Sensi, gli occhi brillavano dall’emozione, l’impatto fu uno shock. Al punto che la stagione cominciò col tecnico in campo in vestito grigio, giacca e pantaloni da manager che deve gestire un cda. Invece era lì che si sbracciava a ogni tocco del pallone. A fine partita era trasfigurato, la camicia ridotta uno straccio, la giacca da buttare, le scarpe di cuoio macchiate da erba e terra. Durò una partita, una recita finita male: “Ragazzi non fa per me, io dalla prossima torno in tuta. Mi hanno chiamato per essere Mazzone, altrimenti chiamavano uno più bello”.

La sfuriata di Carlo Mazzone in Brescia-Atalanta protagonista nel Carnevale di Ascoli Piceno

Carlo Mazzone negli anni Ottanta e Novanta si era trasformato nell’allenatore tipico di quella storia del calcio, professionista di serie A da un lato, ma al tempo stesso quasi una figura di famiglia per chi era abituato a vederlo tra Novantesimo Minuto e Domenica Sportiva. Grande amico di Trapattoni, nato in un calcio romantico e scolpito nelle certezze: il 5 fa lo stopper, il 6 gioca libero, il 9 deve segnare, il 7 e l’11 corrono ai lati per talento, il 10 è il più bravo, l’8 e il 4 fanno muro, il 2 e il 3 marcano le ali opposte e se l’1 non para allora metti un altro col 12.

Mazzone ha attraversato l’oceano del cambiamento calcistico, rimanendo al centro di una tempesta quasi culturale che vedeva nel pareggio un’offesa e trovava nella vittoria l’unico credo da seguire. Lo stravolgimento delle classifiche con la vittoria che valeva 3 punti e il pareggio 1, dopo che per cento anni tra i due risultati c’era stata una differenza minima, aveva di fatto stravolto anche il modo di interpretare il calcio di Mazzone. Che con le nuove regole si era trovato costretto ad aprire i suoi schemi a un gioco meno fisico e che di fatto ha regalato al tecnico le più belle soddisfazioni della sua carriera. Moriero, Oliveira, Bisoli, Pusceddu, Cappioli e Francescoli sono la spina dorsale di quel Cagliari che nel 1993 chiuse al sesto posto arrivando in Europa e proponendo un calcio a tratti spettacolare.

È il successo che spalanca a Mazzone le porte della Roma, della sua Roma, quasi a chiudere un viaggio che, segnato dalle stelle, lo doveva riportare nella sua terra. Tra la sua gente. Mazzone a Roma vive tre stagioni indimenticabili, per passione, voglia di rinascita, senso di appartenenza e perché in quei giorni si va a comporre un quadro familiare che neanche a volerlo immaginare sembrava possibile. Mazzone trova in Sensi una figura dalla straordinaria umanità, una famiglia di innamorati del pallone: lui il presidente che aveva voluto salvare la squadra dal fallimento, sua moglie Maria, sua cognata, le tre figlie, una delle quali Rosella sarà un giorno chiamata a sostituire proprio suo padre nel ruolo di presidente. È il gruppo perfetto, manca solo un dettaglio, manca un figlio maschio.

Ma la storia per essere straordinaria alla fine pensa anche ai dettagli: a Mazzone raccontano la favola di un fenomeno biondo, un ragazzino che fa diventare matti quelli più grandi. Che a 16 anni Boskov aveva già voluto far esordire in serie A, un novello Rivera con un fisico già da uomo. Mazzone aveva chiesto dettagli tecnici e poi aveva deciso di lasciar perdere, di non ascoltare: lo voleva vedere di persona giorno per giorno. Nasce così la convocazione a 16 anni al ritiro di Lavarone. Un allenatore e un sedicenne. In quello spogliatoio, un padre e un figlio. Mazzone fece tutto ciò che era in suo potere per proteggere la crescita di quel ragazzo, quasi a voler allontanare i riflettori che poi diverranno il centro della vita di Totti. Erano gli anni in cui una delle stelle di prima grandezza del calcio europeo giocava ad Amsterdam e alla fine Sensi, che già in quei giorni ragionava sognando lo scudetto, si presentò da Mazzone: “Carlo, mi consigliano di prendere Litmanen, che faccio?”. Argomento chiuso con meno di dieci parole: “Presidente, perché buttare i soldi, abbiamo il ragazzino”. 

Intuito, esperienza, lavoro e una grandissima empatia. Mazzone trasformava il suo ambiente in una famiglia. Leonardo Menichini, il suo vice storico, non era solo un vice, era un confidente, una spalla, la cinghia di collegamento con la squadra nei giorni più duri, un amico con cui dividere le cene al lago di Nemi dove Carlo amava rifugiarsi. Perimetrare il suo lavoro quasi si trattasse sempre di una famiglia allargata, è stata una caratteristica che Mazzone si è portato dietro per tutta la carriera. Maggio 1994, la Roma ha un’ultima possibilità di arrivare in Europa: il Parma deve vincere la Coppa delle Coppe nella finale che l’attende contro l’Arsenal. È una sera importante, per la Roma, per i giocatori che cercano un palcoscenico internazionale e per Mazzone stesso. Quel giorno il tecnico fece un gesto oggi impensabile: disse al gruppo di giornalisti che lo aveva seguito tutta la stagione, di raggiungerlo ad Ascoli. “Ci giochiamo l’Europa, siete invitati a casa mia: la partita se volete la vediamo insieme”. Nessun lieto fine, vinsero gli inglesi: sull’uscio  di casa Mazzone prima dei saluti regalò a ciascuno una scatola di olive ascolane. “Pensavo fossero buone per festeggiare. Sono buone comunque”.

Con la Roma la sua avventura dura tre anni, poi Mazzone abbraccia Bologna e comincia un capitolo diverso della sua carriera. È una svolta in cui si intravedono i primi indizi di un cambiamento che culminerà a Brescia e che di fatto ne segnerà la fine della carriera. Corioni lo chiama in Lombardia quando Mazzone ha 63 anni e voglia di stupire ancora. Qui la storia si diverte a trovare inchiostro per un’altra pagina. Il tecnico chiama Baggio, ormai a fine viaggio. Lui dice sì ma a una condizione che impone al club: “Se doveste mai cacciare l’allenatore, io me ne vado”.  E lo fece scrivere sul contratto.

Gli anni di Brescia sono una favola nella favola, di fatto, anche se la sua carriera andrà avanti ancora un po’, fanno calare il sipario sull’avventura di Mazzone nel calcio italiano. Sono i giorni in cui il tecnico accoglie un giocatore dalla parlata veloce e che gioca “a compasso” al centro del campo, è lì quasi a prendere appunti: capelli neri, cortissimi, ha già vinto tutto, si chiama Josep: “Mister mi chiamano tutti Pep, sono qui per fare quello che dice lei”. Era Josep Guardiola, forse il più grande allenatore del calcio contemporaneo che di quella esperienza conserva ancora un ricordo indelebile.

Mazzone stesso si divertiva a raccontare un aneddoto che a tratti lo commuoveva: “Era il 2009, qualche giorno prima della finale di Champions League a Roma, una delle partite più attese della storia: il Manchester United di Ferguson contro il Barcellona dei terribili ragazzi di Guardiola. Squilla il telefono della mia casa di Ascoli, risponde mio nipote: ‘Nonno, c’è Guardiola al telefono‘. Io sbuffo, prendo la cornetta: “Pronto, chi è?”. E lui: “Mister, sono Pep”. “Sì, e io sono Garibaldi”. I miei amici di Ascoli mi fanno spesso degli scherzi, pensavo fossero loro. “No, mister, sono davvero Pep. Volevo invitarla alla finale”. “Pep, ma tu tra quattro giorni giochi la finale di Champions e pensi a me?”. “Sì, mister: penso a lei e la voglio in tribuna”. Un attimo per prendere fiato, le emozioni restano tali anche dopo mille partite in panchina: “Ci andai. E lui vinse”.

L’immagine che chiude la carriera di Mazzone è datata 30 settembre 2001. E fa il giro del mondo. Il Brescia perde in casa 3-1, i tifosi dell’Atalanta in curva pestano duro con la voce. Il bersaglio è Mazzone. Quel derby è qualcosa di particolare in un angolo particolare di Lombardia. Non c’è solo passione calcistica, non solo difesa dei colori. Sono due città divise dalla politica, dalle aziende, dal modo di interpretare la vita stessa. Un urlo dopo l’altro, un’offesa dopo l’altra: Carlo ci era abituato, da tutta la vita. Come si dice in gergo, “fa parte del gioco”. Brutto, volgare e irrispettoso, ma così è quando la curva ti prende di mira. Mazzone non fa calcoli, Baggio segna e accorcia: 2-3. Mazzone sibila una frase con un tono freddo, gelido, e chi gli è accanto capisce: “Se facciamo 3-3 vado sotto la curva”. È un attimo, finale al cardiopalma, secondo minuto di recupero, punizione di Baggio, mischia furiosa in area, autorete di Rinaldi. E lì succede l’imponderabile, Mazzone non ci pensa, per una volta nella vita non fa calcoli e di fatto gli costerà la carriera. È paonazzo, non ce la fa neanche a esultare, semplicemente si trasforma. Cala un velo nero sulla razionalità, si chiude la vena che aiuta a restare lucidi, resta la follia, la liberazione da cinema di un uomo che diventa una furia: una sbracciata contro un dirigente una mezza finta per saltare il suo vice, poi una corsa pazza verso la curva dell’Atalanta per prendersi una rivincita personale, per una rivalsa che di fatto si concretizza in un gigantesco urlo contro la curva.

Il finale è surreale e forse unico nella storia, Mazzone torna indietro e guarda l’arbitro Collina, non aspetta il suo gesto, gli dice solo: ”Lo so, me ne vado”. Si è autoespulso, non c’è stato bisogno del cartellino rosso. Seguirà una squalifica di cinque giornate, le parole dure di biasimo dell’allora presidente del Coni Gianni Petrucci, un fiume di polemiche. Il giorno dopo, a freddo, davanti al suo rifugio nelle Marche, Carlo Mazzone era scosso, provato ma con un lampo negli occhi che accompagnava una sola frase: “Ne è valsa la pena”.

Ciao Carlo, conoscerti in quegli anni di Roma è stato un privilegio.  

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