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La scelta di Buongiorno, il cuore Toro davanti a tutto

(agf)
Il vice-capitano granata, torinese e tifoso granata, ha rifiutato di andare all’Atalanta, che offriva 25 milioni, rinunciando all’Europa e a qualche soldo in più: non se l’è sentita di lasciare la maglia che veste da quando aveva otto anni
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TORINO – Passi l’Arabia Saudita, dal cui denaro non tutti si sono lasciati sedurre, ma nei rari rivoli che percorrono controcorrente il flusso schiumoso del calciomercato c’è anche chi ha rifiutato di spostarsi duecento chilometri più in là e rinunciato a qualche soldo pur di rimanere ancorato alle ragioni (e alla regione) del cuore. C’è di sicuro chi si prenderà gioco di lui e chi si legherà al dito la sua testarda ostinazione, perché in fondo il Torino ci rimette 25 milioni e il suo procuratore le commissioni di conseguenza, ma Alessandro Buongiorno non ha fatto calcoli, nonostante la laurea in Economia e Commercio: ha preferito restare nella società per cui tifa e in cui è cresciuto, rimanere nella città in cui è nato e dare ascolto a un popolo in subbuglio perché non accettava l’idea di staccarsi dall’ultima bandiera cui era abbarbicato.

Buongiorno ci rimetterà 500 mila euro l’anno (e Cairo 25 milioni)

L’Atalanta gli offriva quasi mezzo milione in più a stagione (guadagna 900 mila…

TORINO – Passi l’Arabia Saudita, dal cui denaro non tutti si sono lasciati sedurre, ma nei rari rivoli che percorrono controcorrente il flusso schiumoso del calciomercato c’è anche chi ha rifiutato di spostarsi duecento chilometri più in là e rinunciato a qualche soldo pur di rimanere ancorato alle ragioni (e alla regione) del cuore. C’è di sicuro chi si prenderà gioco di lui e chi si legherà al dito la sua testarda ostinazione, perché in fondo il Torino ci rimette 25 milioni e il suo procuratore le commissioni di conseguenza, ma Alessandro Buongiorno non ha fatto calcoli, nonostante la laurea in Economia e Commercio: ha preferito restare nella società per cui tifa e in cui è cresciuto, rimanere nella città in cui è nato e dare ascolto a un popolo in subbuglio perché non accettava l’idea di staccarsi dall’ultima bandiera cui era abbarbicato.

Buongiorno ci rimetterà 500 mila euro l’anno (e Cairo 25 milioni)

L’Atalanta gli offriva quasi mezzo milione in più a stagione (guadagna 900 mila euro, e fino a giugno erano soltanto 300 mila), un salto di qualità dal punto di vista tecnico e un affaccio sul calcio internazionale, ma nemmeno le insistenti telefonate di Gasperini e del ds D’Amico lo hanno smosso, come neppure quella valutazione (25 milioni) che vale come il riconoscimento di un valore assoluto. Non ci ha dormito una notte e ha chiesto tempo per rifletterci, fino a rendersi conto che la riflessione stessa era già una risposta di per sé: il dubbio gli diceva che voleva restare dove cuore e pelle si sentono a casa, per il resto c’è comunque tempo.

Il popolo del Toro innamorato dell’ultima bandiera

Buongiorno è in controtendenza soprattutto al Toro, dove da anni c’è stato un progressivo distacco dai valori storici del club, basati essenzialmente su due pilastri: il legame sentimentale con quel passato di gloria e tragedia, e che impone di mettere le questioni di cuore al centro, e la connessione intima con il settore giovanile, che per decenni ha rappresentato la linfa vitale della società e adesso al massimo esprime un Buongiorno ogni tanto. A lui la gente granata si è legata come a nessun altro, come fosse l’ultima speranza di coltivare il senso d’appartenenza: è l’unico giocatore che riceva cori personalizzati, è l’esempio indicato ai bambini, è la speranza che diventi seme di un futuro. Buongiorno a queste cose ha voluto credere, lui che è nato a Torino in una famiglia che tifa Toro e che veste il granata da quando era un bambino di otto anni.

Dall’esordio fortunato al pomeriggio di Superga

All’esordio in serie A, quando ne aveva diciotto (fu Mazzarri a lanciarlo), si ruppe un gomito dopo pochi minuti: pensò che si è del Toro anche per cose così. Dopo una stagione e mezza in prestito tra Carpi e Trapani si è però preso piano piano il suo spazio, fino a diventare una colonna della squadra e a meritarsi il battesimo (ottimo) in Nazionale nel giugno scorso contro l’Olanda. Della squadra è vice-capitano dopo Rodriguez, ma ormai è considerato il leader morale, tant’è che lo svizzero ha lasciato a lui l’onore (è però anche un onere) di leggere i nomi dei caduti nella cerimonia del 4 maggio a Superga in onore del Grande Torino: è uno dei momenti più sentiti dalla gente granata e in molti si sono commossi nell’ascoltare le vibrazioni della voce stentorea di Buongiorno in quel pomeriggio di primavera in collina. Dicono che fosse dai tempi di Cravero, l’ultimo capitano torinese e tifoso (uno che spesso sale a Superga di notte per rileggere i nomi al lume di un accendino), che nessuno ci avesse messo l’anima in quella maniera.

Quando Juric disse: “Tutti hanno un prezzo, tranne Buongiorno”

Non a caso Juric un paio di mesi fa disse che “tutti gli altri hanno un prezzo, mentre Buongiorno per me è l’unico intoccabile, perché rappresenta il Toro”. Difatti l’allenatore croato era imbufalito, quando gli hanno comunicato della trattativa con l’Atalanta, che porterà in granata Soppy e Zapata: coi soldi di Buongiorno sarebbe stato acquistato un difensore non meno forte (Elvedi o Hien), ma con un prezzo. L’immaterialità economica di Buongiorno, che persino la tesi di laurea l’ha scritta sul Torino, era invece insostituibile anche secondo il tecnico, che sa che le squadre non sono fatte soltanto di tecnica e tattica ma che hanno bisogno di un’anima, e quella sul mercato non la si trova ma la si forma nella quotidianità con cura e pazienza, soprattutto in questi tempi in cui il legame con la storia, e con l’essenza del club, è vicino alla recisione, anche perché Cairo non ha mai fatto nulla per consolidarlo: è infatti per questo che la tifoseria granata, magari esageratamente sentimentale, è da anni in rotta con un presidente da cui non si sente rappresentata, se non addirittura svillaneggiata.

Cairo è sotto di 40 milioni: venderà Schurrs o Ricci?

Juric è convinto che il valore sentimentale di Buongiorno porterà dei punti. Forse porterà addirittura degli abbonamenti in una piazza sempre più fredda, distaccata, indifferente e anzi diffidente, tant’è che la media spettatori è tra le più basse della serie A. Rimanendo, dunque, Buongiorno si è caricato di una responsabilità enorme, ma ha preferito prendersi il tempo per capire se nel Toro ci sia ancora spazio per gente come lui, benché una volta ci fosse quasi solo gente come lui. Un giorno, certo, se ne andrà, ma non sarà alla chetichella nelle ultime ore di mercato: accadrà quando si sarà reso conto di non poter alimentare nuove fiammelle, un po’ come ha fatto Belotti un anno fa. Ora bisognerà vedere come reagirà Cairo, che sul mercato è sotto di una quarantina di milioni, inclusi gli otto che dovrà spendere per Zapata, e potrebbe decidere di recuperarli vendendo in extremis Schurrs o Ricci che però sono soltanto calciatori, non lievito madre di un impasto di anime. Hanno un prezzo, come quasi tutti.

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