Donatella Scarnati: “Il pallone è cambiato: oggi avvicinare i calciatori è impossibile. Resta il maschilismo: le giornaliste vengono inquadrate dal basso per sottolineare i corpi”
di Maurizio CrosettiLa passione non va in pensione, e neppure il garbo, la preparazione, la serietà nel lavoro. Donatella Scarnati è stata amica di tanti telespettatori per molti anni, ed è stata una delle prime donne a raccontare il calcio in televisione, la prima in assoluto a Novantesimo Minuto dove la volle Paolo Valenti. Dopo i mondiali in Qatar è andata, appunto, in pensione. Peccato.
Donatella, le manca lo sport?
“No, perché mi capita spesso di sognare giocatori e allenatori, le persone che ho conosciuto, i numeri 10 che ho amato non solo nel calcio. Roberto Baggio, Panatta, Gustavo Thoeni. Il numero 10 è fantasia".
Quando scoccò la scintilla del pallone?
“Mondiali del ’70, Italia-Germania 4-3. Ricordo ogni istante di quel giorno, quasi ogni gesto”.
Qual è il vero motore di un giornalista?
“La curiosità, unita allo sguardo. Io cominciai scattando fotografie. Sciavo, giocavo a tennis e anche a calcio nella squadra del liceo, a Cosenza. Squadra è una parola bellissima. Come ha detto qualcuno, da sol…
La passione non va in pensione, e neppure il garbo, la preparazione, la serietà nel lavoro. Donatella Scarnati è stata amica di tanti telespettatori per molti anni, ed è stata una delle prime donne a raccontare il calcio in televisione, la prima in assoluto a Novantesimo Minuto dove la volle Paolo Valenti. Dopo i mondiali in Qatar è andata, appunto, in pensione. Peccato.
Donatella, le manca lo sport?
“No, perché mi capita spesso di sognare giocatori e allenatori, le persone che ho conosciuto, i numeri 10 che ho amato non solo nel calcio. Roberto Baggio, Panatta, Gustavo Thoeni. Il numero 10 è fantasia".
Quando scoccò la scintilla del pallone?
“Mondiali del ’70, Italia-Germania 4-3. Ricordo ogni istante di quel giorno, quasi ogni gesto”.
Qual è il vero motore di un giornalista?
“La curiosità, unita allo sguardo. Io cominciai scattando fotografie. Sciavo, giocavo a tennis e anche a calcio nella squadra del liceo, a Cosenza. Squadra è una parola bellissima. Come ha detto qualcuno, da solo vai veloce ma in squadra vai lontano”.
Ci racconta la sua gavetta?
“Scrivevo trafiletti sulle gare di sci sulla Sila, nelle pagine locali del Tempo, dopo l’Università a Roma: scienze politiche negli anni caldi della contestazione. E correggevo le bozze: quel lavoro mi divertiva e mi ha insegnato l’attenzione per le parole, per le virgole. Quanti refusi nei giornali e nei libri di oggi! Perché i correttori li hanno sostituiti le macchine, vediamo con quali risultati”.
Qual è stata la sua prima redazione?
“Il quotidiano “Olimpico” diretto da Mario Gismondi. Il primo giorno mi disse: ‘Se rimani, dovrai fare tutto, i pezzi, le pagine, tutto’. Io rimasi. E quel primo giorno mi rubarono pure la moto”.
I suoi maestri?
“All’Olimpico c’era Beppe Lopez che la sera, chiuso il giornale, faceva lezione a noi più giovani: mai usare metafore belliche nel racconto dello sport, il missile, la guerra, e occhio alla retorica e alle brutture, tipo la barba al palo, per carità. Per me fu come avere fatto delle ottime scuole elementari. Poi, Tito Stagno mi ha insegnato la bellezza delle immagini e come gestirle, Paolo Valenti a guardare lontano, come sapeva fare lui. Ma qui siamo già in Rai: cominciai al Televideo, ve lo ricordate?”
Una donna in redazione, tra i maschiacci del pallone: come andò?
"Quando passai al Tg1, accanto a me c’erano colleghi bravissimi come Rino Icardi, Fabrizio Maffei, Marco Franzelli, Iacopo Volpi. E telecronisti leggendari come Paolo Rosi, Giampiero Galeazzi e Adriano De Zan. Dovevo essere impeccabile. Quando una donna sbaglia è perché è una donna, non perché ha sbagliato. E il calcio, poi, è maschile e maschilista come pochi altri ambienti. Devo dire che i miei colleghi mi aiutarono molto”.
E gli atleti come la presero?
"Beh, era un altro mondo, senza tutte queste distanze tra noi e loro: oggi, al confronto, è quasi impossibile persino avvicinarli. Il sabato prima delle partite si andava negli alberghi dove le squadre erano in ritiro. E, se i calciatori volevano, parlavano di tutto, anche a lungo, anche cento risposte di seguito. L’iniziale diffidenza credo di averla sconfitta con la competenza: loro vedevano che ci capivo e non cercavo pettegolezzi, ma persone”.
Poi, Novantesimo Minuto. Una rivoluzione.
“Paolo Valenti insistette molto, io non mi sentivo pronta, ero l’ultima arrivata e non c’erano donne. Lui mi convinse, anche se all’inizio è stato un peso notevole. Paolo non voleva il teatrino, voleva qualità. Ho studiato, cercando di raccontare storie che pochi conoscevano. Poi cominciai a seguire la Nazionale: le uniche donne giornaliste a Coverciano eravamo io, Licia Granello e Laura Alari. Pochine”.
Com’è cambiata la presenza delle donne nel giornalismo sportivo e in tivù?
“Sono tante, e molte di loro sono bravissime, anche se purtroppo resta a volte il vizio tutto maschile di inquadrarle dal basso in alto, di sottolineare i corpi. Il terreno è minato. Mi arrabbio moltissimo quando vedo che lo spazio dedicato ai social, nei programmi sportivi, viene assegnato solo a giornaliste giovani e carine: non possono parlare d’altro? Quel lavoro non potrebbero farlo anche gli uomini? Così si torna indietro”.
Ci racconta qualche sua intervista speciale?
“Fu emozionante incontrare Hassiba Boulmerka, mezzofondista algerina, oro alle Olimpiadi di Barcellona ’92 ma condannata a morte dal governo del suo paese perché gareggiava in pantaloncini e maglietta. La conobbi ad Atlanta che piangeva per un infortunio, la raggiunsi a Città del Messico dove si allenava in segreto, mi raccontò la storia della sua vita. E non posso dimenticare quando andai nel Laos con Roberto Baggio per un’iniziativa della Fao, cinque giorni tra i bambini poveri, lui che a un certo punto prese la telecamera della Rai e cominciò a filmare. Un amico caro, ci sentiamo ancora. Oppure Sacchi, il mio Arrigo. Quando lo chiamo, magari per gli auguri, lui al telefono mi riassume la storia del calcio mondiale”.
Amicizia, che rarissima parola nel giornalismo di oggi.
“Questi ragazzi frequentano i master, le scuole, diventano professionisti e poi disoccupati. I rapporti sono cambiati. Ho rivisto di recente Ronaldo, quello vero, il brasiliano, non CR7, che in Qatar mi ha premiato per conto della Fifa per i nove mondiali che ho seguito: ci siamo abbracciati forte, e mi sono tornate in mente le ore trascorse ad aspettarlo sotto casa a Barcellona per interviste quasi impossibili, persino il portiere del suo palazzo mi ricordo. Mi spiace per i colleghi giovani che sono costretti, oppure abituati, a fare tutto al computer da seduti, un copia e incolla della vita, mentre noi abbiamo avuto la fortuna e la forza di consumare decine di paia di scarpe. Cosa si sono persi, i giornalisti sportivi di oggi!”.
E noi, pubblico e stampa, cos’abbiamo perduto?
“L’umanità dei rapporti tra le persone. Intervistiamo profili social, copiamo dichiarazioni da Instagram, facciamo interviste su Zoom così nessuno s’incomoda o perde tempo. Ma poi non raccontiamo davvero, è tutto lontano, fasullo. Specialmente nelle interviste televisive non viene fuori nulla, perché giocatori e allenatori ripetono a memoria un compitino. Alla fine ci rimettono pure loro, ragazzi che avrebbero invece un mondo di cose da dire. Il pallone è sgonfio, svuotato”.
La Rai resta un presidio, non trova? Quando trasmette la Nazionale in chiaro, per esempio.
“Credo proprio di sì, c’è ancora una valenza sociale in tutto questo. Gli ultimi mondiali li abbiamo trasmessi senza l’Italia, si temeva un flop e invece è stato un successone: perché la gente ha potuto vedere Messi senza mettere mano al bancomat, in un mondo del calcio dove tutto è ormai un prodotto e dove si sono venduti pure l’aria. Spero che la Rai non smetta mai di investire per gli azzurri, che rappresentano un bene collettivo, un momento di forte identità. Anche se, a mio avviso, si dovrebbe creare un format che duri tutto l’anno, com’è stato fatto per il Festival di Sanremo, e non soltanto quando ci sono le partite”.
Si capisce che lei ama l’azzurro oltre ogni cosa.
“Seguo la Nazionale dal 1986, ops!, ho usato il verbo al presente, un lapsus freudiano. L’ho seguita per tanto tempo, affezionandomi sempre di più. Perché, quando vedi arrivare i ragazzi in ritiro, ti accorgi che hanno qualcosa di speciale negli occhi, una luce diversa. Hanno uno sguardo di felicità, come l’assetato viaggiatore nel deserto che raggiunge l’oasi. Quel ritiro è una miniera di storie, racchiude la vita dei calciatori e i sacrifici delle famiglie che li hanno portati fin lì, a rappresentare con orgoglio l’Italia intera. E, credetemi, non ho mai conosciuto neppure uno di loro che andasse in azzurro controvoglia”.
Lei era anche a Berlino, nel 2006.
“Che mese incredibile, meraviglioso! Tutti erano convinti che dopo tre partite saremmo tornati a casa, tanto che mi portai dietro anche la mia cagnetta Nina. Ma il mondiale invece andava avanti, eccome. A un certo punto scoppiò un incredibile temporale, lasciai Nina in albergo per qualche ora e la ritrovai lì, tranquilla. Le prepararono anche una specie di casacchina azzurra col suo nome! Vidi la finale accanto a Maradona, un altro caro amico. Ogni 9 luglio mando un messaggio a Marcello Lippi, con scritto ‘grazie’”.
E adesso, Donatella?
“Faccio passeggiate in campagna, vedo gli amici, leggo, ho un progetto piccolo e vediamo che succede, però abbiamo dato, va bene così. Non scriverò libri, non sono una scrittrice ma una giornalista. Ma tengo un diario da quand’ero una bambina di sei anni, solo per me. Dopo il lockdown abbiamo ritrovato un po’ di calma, per amore o per forza. Il saluto finale che mi dedicò la Nazionale fu molto bello, una chiusura che mi è piaciuta tanto. Ora mi divido tra Montalcino e Roma, città che sto riscoprendo grazie anche all’aiuto del mio amico Marco Franzelli che sa tutto, è un’enciclopedia vivente, tu metti la moneta e lui parte con la spiegazione. Recupero cose, luoghi, persone e tempo. E poi, con tutto l’affetto per il calcio, avere i sabati e le domeniche liberi non è mica male”.