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Ultimo stadio

Strutture fatiscenti, investimenti bloccati, il rischio di perdere Euro 2032. E Abodi vuole un commissario
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ROMA — Un Paese di sessanta milioni di allenatori, ma con gli stadi più vecchi d’Europa. Dietro anni luce rispetto a Inghilterra, Francia, Germania, Spagna e Turchia. Ci si accapiglia per un rigore dato un gol subito, ma nessuno sembra davvero preoccuparsi di dove giocano le nostre squadre: solo uno stadio in tutto il territorio italiano sarebbe pronto per ospitare un Europeo rispettando gli standard dell’Uefa: quello della Juventus. Per il resto nessuno, dicasi nessuno, rientra nei parametri: oggi, a bocce ferme, resterebbero fuori dall’Europeo 2032 che l’Italia dovrà ospitare (si spera) città come Milano, Roma, Napoli. Il Belpaese rischia una figuraccia mondiale se non riuscirà ad arrivare pronto per questo appuntamento almeno con cinque stadi di livello europeo.

Stadio Olimpico, Roma - Google Earth 

A ottobre del 2026 bisognerà presentare al presidente Uefa Aleksander Ceferin il dossier c…

ROMA — Un Paese di sessanta milioni di allenatori, ma con gli stadi più vecchi d’Europa. Dietro anni luce rispetto a Inghilterra, Francia, Germania, Spagna e Turchia. Ci si accapiglia per un rigore dato un gol subito, ma nessuno sembra davvero preoccuparsi di dove giocano le nostre squadre: solo uno stadio in tutto il territorio italiano sarebbe pronto per ospitare un Europeo rispettando gli standard dell’Uefa: quello della Juventus. Per il resto nessuno, dicasi nessuno, rientra nei parametri: oggi, a bocce ferme, resterebbero fuori dall’Europeo 2032 che l’Italia dovrà ospitare (si spera) città come Milano, Roma, Napoli. Il Belpaese rischia una figuraccia mondiale se non riuscirà ad arrivare pronto per questo appuntamento almeno con cinque stadi di livello europeo.

Stadio Olimpico, Roma - Google Earth 

A ottobre del 2026 bisognerà presentare al presidente Uefa Aleksander Ceferin il dossier con i cinque stadi di Euro32, la prima grande manifestazione di calcio assegnato al nostro Paese dai tempi di Italia ‘90, seppur in coabitazione con la Turchia. Accettare quel ticket imbarazzante col sultano Erdogan è stato il salvacondotto per garantirsi di non essere battuti da Ankara, più avanti di noi per infrastrutture e forza di fuoco da mettere in campo per l’organizzazione: tradotto, soldi pubblici e privati. Ora però l’Italia non può permettersi lo smacco di essere esclusa in corsa: perché non è mai successo a nessun organizzatore di non riuscire a rispettare gli standard e perché getterebbe un’ombra preoccupante sull’affidabilità del Paese, ben oltre lo sport. Eppure il rischio è concretissimo e ha una causa del tutto evidente per chiunque abbia provato a seguire dal vivo una squadra di calcio: la situazione delle infrastrutture calcistiche. Secondo un dossier riservato, del quale Repubblica può dare conto, per adeguare ai tempi gli stadi di tutto il Paese occorrerebbe un investimento di 4 miliardi di euro. Soldi che non vogliono mettere le società sportive, molte delle quali già piene di debiti, né il governo Meloni.

Euro32, il piano Abodi e la contesa “politica”

Di certo c’è che gli Europei di calcio del 2032 rischiano di diventare un flop per il Paese che del calcio fa, anzi faceva, il proprio vanto. Un sistema, quello del pallone, ormai superato da Germania, Inghilterra e Spagna. E la decisione dell’Uefa di ospitare in condivisione con la Turchia gli europei non sembra essere vista come un’occasione di rilancio: a partire dal tema degli impianti. I nostri stadi sono tra i più vecchi del Continente e perfino San Siro al momento non rispetta gli standard necessari a ospitare un grande torneo internazionale. In questo scenario il governo Meloni ha già fatto trapelare che non ci saranno grandi investimenti: di soldi lo Stato ne metterà pochi, anzi pochissimi e non a fondo perduto. La Federcalcio, ossia il motore della candidatura italiana, lo ha scoperto non senza una certa sorpresa a luglio del 2023. Era la prima riunione del comitato interministeriale che il ministro per lo sport Andrea Abodi aveva individuato come strumento per discutere e affrontare la questione degli stadi in Italia in vista di Euro 2032. Gabriele Gravina, che della Federcalcio è il presidente, si sentì gelare il sangue dall’unica, vera dichiarazione di intenti che la politica arrivò a formulargli: «Lo Stato non è disposto a mettere a disposizione risorse significative per rifare gli stadi».

Stadio Diego Armando Maradona, Napoli - Google Earth 

Il costo stimato dal nostro Paese al momento della presentazione della domanda all’Uefa per ospitare da soli Euro32 era di circa due miliardi di euro, tra rifacimento dei dieci stadi da ammodernare e opere accessorie per migliorare la viabilità e i trasporti. All’alba del progetto Europeo, l’ex presidente del Consiglio Mario Draghi si era detto disposto ad aprire una linea di credito proprio fino ai due miliardi stimati per ammodernare gli stadi e i trasporti. Con la candidatura condivisa la stima si è chiaramente dimezzata, un miliardo di euro circa per 5 stadi: ma dal governo fanno sapere che difficilmente sarà coperta questa cifra e comunque la linea è che “lo Stato non finanzierà il rifacimento degli stadi”. Ad eccezione di Firenze dove sono stati rimessi in campo i 55 milioni di euro del Piano nazionale di ripresa e resilienza per rifare il Franchi. Ma qui la scelta ha tutto il sapore elettorale, perché a Firenze si vota per scegliere il sindaco e il centrodestra sogna lo storico sorpasso ai danni dei dem che da decenni coprono questa poltrona.

Il ministro Abodi a Repubblica spiega la filosofia del piano del governo Meloni in vista di Euro32. «L’impostazione del modello che stiamo elaborando — ci ha detto Abodi — è radicalmente diverso da quello che aveva portato lo Stato a investire direttamente negli stadi per il Mondiale del ’90. Innanzitutto, insieme al ministro Giorgetti, abbiamo già istituito e riunito più volte un tavolo tecnico composta da rappresentanti dei due Ministeri, di Cassa depositi e prestiti, Invimit, Sace e Sport e salute. L’obiettivo è quello di configurare un portafoglio di opportunità che favorisca il processo di ammodernamento dei nostri stadi, a partire da quelli che si candideranno a ospitare il programma italiano degli Europei 2032. Stiamo valutando la possibilità di costituire un fondo immobiliare, un fondo equity, e di irrobustire finanziariamente il fondo contributi in conto interessi e quelli di garanzia gestiti, rispettivamente, dalla banca pubblica e da Sace. Rifletteremo su eventuali crediti d’imposta, ma non daremo contributi a fondo perduto.

L’obiettivo è sostenere i comuni e i club che intendono realizzare nuovi stadi o ammodernare quelli esistenti, seguendo linee guida chiare: accessibilità, intelligenza tecnologica ed efficienza energetica, nell’ottica di una sostenibilità ad ampio spettro, nell’ambito di processi di rigenerazione urbana. Il “piano” sul quale stiamo lavorando guarda non solo a Euro32, ma anche all’ammodernamento del sistema, perché gli strumenti finanziari e normativi che metteremo in campo serviranno a tutti i soggetti che vorranno migliorare o realizzare le loro strutture, dimostrando di avere credibilità, contenuti e reputazione. Siamo consapevoli dell’arretratezza dei nostri stadi, della necessità di rispettare gli impegni assunti per Euro32 e della validità del modello che stiamo strutturando, per questo sono fiducioso che raggiungeremo gli obiettivi, a partire da quelli concordati con l’Uefa: la scelta dei cinque stadi con adeguati standard entro ottobre 2026 e apertura dei cantieri entro aprile 2027».

Un commissario per gli impianti

Il ministro è fiducioso ma conosce bene la realtà che ha davanti e le tensioni tra gli enti coinvolti. Per queste ragioni, se necessario, mette sul tavolo anche l’ipotesi di attivare lo strumento commissariale: «Se vedremo nell’arco dei prossimi due o tre mesi ancora dei problemi, potremmo nominare un commissario che garantisca il coordinamento dei vari iter amministrativi, svolgendo un ruolo da raccordo tra tutti gli attori coinvolti», dice Abodi, che aggiunge: «La struttura commissariale sarebbe, naturalmente, dotata di tutti gli strumenti per poter garantire l’efficacia della sua azione, ovvero favorire il raggiungimento degli obiettivi realizzativi». Il nome che a Repubblica risulta in ballo per unire il dossier Europei alla mission stadi del territorio è quello di Michele Uva: uomo Uefa, forse la persona che conosce meglio, oggi, cosa serva per farcela. Ma anche profondamente introdotto nel sistema Italia. Abodi ha cucito il riavvicinamento con i suoi nemici istituzionali, il presidente del Coni Malagò e della Federcalcio Gravina, con cui ora il clima è disteso. Ma Uva non ha ancora sciolto le riserve.

Stadio Ennio Tardini, Pama - Google Earth 

Anche sulla scelta degli stadi comunque Abodi va dritto al punto: «Deve essere chiaro che siamo di fronte a una competizione, che avrà tempi certi e nella quale tutte le città che si vorranno candidare dovranno dimostrare, ove necessario, la capacità di realizzare o migliorare i rispettivi stadi, secondo gli standard Uefa. Anche per lo Stadio Olimpico di Roma, di proprietà della nostra società Sport e Salute, e San Siro, nel patrimonio del Comune di Milano, dovranno essere garantiti investimenti che consentano di rispettare i requisiti funzionali e di ospitalità di Euro32. Non prendo in considerazione — dice il ministro — che lo stadio della Capitale possa farsi trovare impreparato alla selezione finale, mentre per quello di Milano vanno fatte scelte d’investimento per migliorarne le aree interne e i servizi. Temo che l’ipotesi di un vincolo della soprintendenza possa rendere tutto più complicato. Ma attenzione, lo ripeto: ci sarà una competizione tra tutte le città che vorranno ospitare questo grande evento sportivo e saranno premiate le migliori candidature, le più affidabili e concrete. Mi auguro che possano esser fatte scelte che rappresentino il più possibile, geograficamente, la nostra Nazione, ma la linea guida principale della selezione sarà quella della valutazione dei progetti. Sono convinto che anche Napoli, Bari, Palermo e Cagliari, con i rispettivi club, daranno il meglio per raggiungere l’obiettivo: Euro32 e non solo».

Il messaggio di Abodi è chiaro: al momento nessuno è garantito. Il ministro parla di merito, giustamente. Ma intanto, sotterraneamente, sta per iniziare la contesa politica. La Lega spinge, via governatore Luca Zaia, per inserire nella lista Verona. Un pezzo del centrodestra, guidato da Giovanni Donzelli di Fratelli d’Italia, chiede che venga inserito il Franchi di Firenze risistemato con i soldi del Pnrr che il ministro Raffaele Fitto, di FdI, ha appena ridato alla città: 55 milioni di euro. Ma c’è anche Bologna che potrebbe ambire a un posto al sole, mentre uno dei due stadi “liberi” da indicare dovrà comunque essere al di sotto di Roma per non fare un Euro32 solo al Nord. E qui lo scontro è tra Napoli (che il governo Meloni vorrebbe tenere fuori dalla partita) e Bari, dove i meloniani e il centrodestra stanno tentando l’assalto al Comune utilizzando tutti i mezzi possibili: vedasi polemica per la commissione prefettizia e per il possibile scioglimento del Comune avviato a tre mesi dal voto. Ma se lo scontro politico sotterraneo si sta accendendo è solo per piazzare la bandierina.

Cosa vuole l’Uefa

Quattro volumi: uno sulla candidatura, altri tre sulla situazione nel dettaglio di alcuni stadi italiani. In questi volumi da centinaia di pagine l’uno è racchiusa l’offerta italiana per l’organizzazione congiunta di Euro 2032. C’è un problema: la Turchia ha stadi nuovi, moderni, collegamenti rapidi con le città, uno dei migliori aeroporti d’Europa a Istanbul e una smania incredibile di prendersi tutta la torta. Non ce l’ha fatta finora anche perché la finale di Champions a Istanbul, il 10 giugno 2023, non è stata esattamente un successo organizzativo, con file chilometriche all’esterno dello stadio, la città paralizzata e migliaia di spettatori — anche di quelli che politicamente pesano — che hanno rischiato di perdersi il calcio d’inizio della partita tra Inter e Manchester City. L’Italia, al contrario, è una sicurezza: i tifosi europei adorano le città italiane e le finali da queste parti sono andate sempre benissimo. Idem per le partite dell’Europeo itinerante del 2021 giocate a Roma. Da qui l’idea della Uefa di fondere le due candidature.

Nel dossier della Uefa per i paesi ospitanti, però, gli stadi occupano 17 capitoli: abbastanza per convincersi — se non bastasse la logica — che il cuore della questione sono i luoghi che ospitano le partite. Il dossier prevede quattro richieste da soddisfare: strutture e capienza che siano in linea con gli standard Uefa. Un’area ospitalità adeguata. Un’area media attrezzata e infine il coinvolgimento della città, con aree destinate alle fan zone, collegamenti rapidi per gli impianti, trasferimenti veloci per gli aeroporti, mezzi di trasporto efficienti. Tutte voci su cui è necessario investire. Per ottobre 2026 l’Italia dovrà garantire 5 stadi con progetti approvati, finanziati e verosimilmente pronti per il 2032. E, purtroppo, è indietro. Certo la Uefa un segnale lo ha mandato, al nostro Paese: «Siete in ritardo, avete pronto solo uno stadio e mezzo». La fotografia off-records che filtra da Nyon è spiazzante. Per il massimo organo di controllo del calcio Europeo, l’unica struttura sul territorio italiano che sia pronta, subito, a ospitare una partita di un Europeo è lo Juventus Stadium. Ma ha un difetto: a oggi dispone soltanto di 40 mila posti a sedere. E per ospitare un grande torneo è necessario avere almeno uno, meglio due impianti da oltre 50 mila posti. Se state pensando al Meazza di San Siro, a Milano, e all’Olimpico di Roma, avete fatto centro. Il problema è che, per quanto oggetto di interventi costanti, i due impianti non sono perfetti. Sì, la Uefa ha sollevato per entrambi la necessità di interventi che, per quanto limitati, rappresentano comunque un costo. Contenuto, ma da aggiungere al totale.

Stadio San Siro, Milano - Google Earth 

Perché non basta che siano ottime arene adesso: devono essere stadi livello cinque stelle del 2032. E per adeguarli a quegli standard bisogna spendere: 50 milioni complessivi, euro più euro meno. Anche se poi sarà il tempo a stabilire le cifre necessarie. Il dossier prevede complessivamente dieci strutture. Queste tre le più avanzate. Poi, restano tre progetti già approvati e parzialmente finanziati: quelli di Firenze, per cui sono già iniziati i lavori, Bologna e Cagliari. Gli ultimi quattro sono in itinere, diciamo su carta. Si tratta di Genova, Bari, Verona e Napoli. Ma attualmente è complesso riuscire a farli rientrare tra i 5 che l’Italia dovrà portare sul tavolo della Uefa tra due anni e mezzo. Per fare in modo che l’obiettivo Europeo non abbia le ore contate.

C’è un altro problema, solo apparentemente sullo sfondo. E riporta alla famosa idea secondo cui “Ci vorrebbe un Mondiale o un Europeo per rifare i nostri impianti”. Tutti, dalla Federcalcio alla politica, sanno che questa deve essere un’occasione per sistemare non solo le città in cui si giocherà il torneo: è l’ultima possibilità infatti per dare un nuovo impulso all’impiantistica sportiva italiana. I numeri ci dicono che la gente non ha mai avuto così voglia di calcio dal vivo. Soltanto nel 2022 eravamo il 5° campionato d’Europa per incassi dal botteghino. In questa stagione, invece, gli stadi della Serie A hanno registrato circa l’80 per cento di riempimento, con incassi in crescita e che ci proiettano al terzo posto tra chi incassa di più dalla biglietteria. Tutto ciò in prospettiva deve valere come monito: il rischio infatti è che, senza una politica adeguata, ci si ritrovi tra qualche anno con sei stadi di livello europeo in una rete di impianti semi fatiscenti, culla di progetti irrealizzati o in cerca di finanziatori.

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Stadi a perdere

La fotografia degli impianti comunque è pessima. La galassia italiana degli stadi per il calcio conta 91 strutture, quasi tutte — parliamo di oltre il 90 per cento — di proprietà della Pubblica amministrazione: Comuni, Coni, Sport e Salute. Un enorme patrimonio immobiliare, dal valore sconfinato, ma che in molti casi produce pochissime entrate: i più ricchi, quelli della Serie A, non garantiscono più di 20 milioni di entrate all’anno per la Pubblica amministrazione dai canoni di locazione, di cui quasi 16 solo a Roma e Milano. Ma quel patrimonio immobiliare costa. Soprattutto quando servirebbe adeguarlo ai tempi che cambiano. Chiunque sia passato da Verona ricorda di aver visto all’ingresso del Bentegodi ancora tracce della mascotte Ciao, il simbolo delle Notti magiche: gli ultimi interventi strutturali a trazione pubblica degli stadi di calcio risalgono a quei giorni di 34 anni fa. Vi viene in mente qualcos’altro che dal 1990 a oggi non abbia subito restauri che ne hanno stravolto l’aspetto? E lo stadio dell’Hellas non è certo l’unico.

Il Maradona di Napoli ha zone transennate da anni: si chiudono per non doverle restaurare, mentre nel tunnel degli spogliatoi gronda acqua a ogni scroscio di pioggia. Il Sant’Elia di Cagliari aspetta ancora che partano i lavori di demolizione dal 2017, mentre la regione non ha mai prodotto gli atti per mettere a disposizione i soldi pattuiti. Il presidente della Fiorentina Commisso mostrava stupefatto tempo fa come al Franchi cadessero calcinacci sulla testa degli spettatori: «E mia moglie non è voluta entrare nei bagni». I gabinetti sono un tasto dolente in ogni struttura: c’è un orinatoio ogni 125 spettatori e oggi non è possibile nemmeno tenere un cestino, dei rotoli per gli asciugamani, perché potrebbero essere usati come oggetti contundenti, logica inaccettabile da qui a otto anni.

Stadio Artemio Franchi, Firenze - Google Earth 

Ma quanto costa rifare gli stadi italiani? Se parliamo di restauri, adeguamenti al tempo corrente, servirebbero 4 miliardi di euro: una cifra che emerge da uno studio approfondito sul patrimonio pubblico di strutture per il calcio. Il problema è che non c’è nessuno disposto a tirarli fuori. “Ci vorrebbe un Mondiale o un Europeo per rifare i nostri impianti”, dicevamo, no? Il problema è che, a forza di pronunciarla, quella frase è invecchiata male. Al punto che, adesso, potrebbe quasi ribaltarsi: perdere un Europeo per colpa di stadi troppo vecchi. La domanda a questo punto è inevitabile: quanto costa ristrutturare un impianto, in Italia? Ovviamente dipende dal tipo di sviluppo, dai materiali, dalle innovazioni. E quello che serve è un’evoluzione già in chiave 2032, ossia proiettarsi nel futuro quanto a illuminazione, consumo energetico, connettività, comfort delle sedute, accessi e sicurezza. Ma una stima razionale indica la cifra necessaria tra i 1500 euro e i 2000 euro a seggiolino, con punte anche fino a 4000: un metro da prendere solo come unità di misura ovviamente.

L’Udinese ha iniziato prima della pandemia ed è riuscita a contenere le spese nella forbice più bassa, intorno ai 1500 euro per ogni posto a sedere: ha terminato il restyling del vecchio Friuli nel 2018 rinnovandolo e dotandolo di 22 mila metri quadri all’interno delle nuove tribune per ospitare palestre, sale da bowling, cinema, piscine, locali di ristoro con vista sul campo, aree benessere, il museo della squadra e dello sport friulano e gli uffici del comitato provinciale del Coni. Saldo totale: una cinquantina di milioni. L’Atalanta ne spenderà in tutto un centinaio. Tutti, anche il Frosinone, lo hanno fatto ottenendo un diritto di superficie sull’area per alcuni decenni e un finanziamento del Credito Sportivo. Senza queste condizioni oggi è impossibile immaginare di farcela. E l’Italia ne ha un enorme bisogno. Di tempo per non perdere Euro 2032 non ne resta poi molto.

Stadio Marcantonio Bentegodi, Verona - Google Earth 

Burocrazia, società che chiedono soldi pubblici e progetti invadenti

In diverse città da tempo si discute di nuovi stadi con dibattiti animati e in alcuni casi con indagini delle procure che hanno fermato tutto per corruzione: basti pensare a quanto è accaduto poco tempo fa a Roma. La procura lo scorso ottobre ha chiesto la condanna di tutti i 22 imputati nel maxi processo sullo Stadio della Roma che doveva sorgere a Tor di Valle e si attende a breve la sentenza. Al termine della requisitoria le pm Giulia Guccione e Luigia Spinelli hanno sollecitato condanne che vanno dagli 11 anni e mezzo per l’ex presidente dell’assemblea capitolina Marcello De Vito allora dei 5 stelle, e per l’avvocato Camillo Mezzacapo, agli 8 anni e 8 mesi per l’imprenditore Luca Parnasi che ha optato per il rito abbreviato. Nove anni sono stati chiesti invece per Luca Lanzalone, 3 anni e 4 mesi per Giulio Centemero, deputato della Lega, due anni e 8 mesi per Francesco Bonifazi, ex tesoriere del Pd adesso in Italia viva. E adesso?

Il progetto del nuovo stadio del Bologna

I nuovi proprietari della Roma, i Friedkin avevano siglato due anni fa una intesa con il sindaco Roberto Gualtieri e addirittura a favore di telecamere entrambi avevano annunciato la posa della prima pietra entro il 2024 nella zona di Pietralata. Nel frattempo un progetto preliminare approvato e uno definitivo ancora da presentare. I terreni sono del Comune, i soldi li dovrebbero mettere i proprietari della Roma. Si parla di un costo complessivo del nuovo stadio intorno ai 600 milioni di euro, ma sul proprio bilancio la società potrebbe mettere un valore immobiliare da 300 milioni. Dal Campidoglio attendono notizie dai Friedkin: ma al momento nulla. Anche perché il solo completamento del progetto definito, e poi esecutivo, costerebbe intorno ai 40 milioni. Insomma al momento, di concreto non c’è moltissimo.

Stesso discorso per l’altra sponda del Tevere, quella della Lazio. Il presidente Claudio Lotito vorrebbe realizzare uno stadio più grande di quello attuale, con almeno 45 mila posti. Nel mirino ha messo il vecchio Flaminio, struttura abbandonata da decenni nel cuore della città con un budget per il rifacimento di circa 100 milioni di euro: ma ci sono diversi vincoli, sia sul numero dei posti, circa 35 mila, sia sulle possibili opere accessorie come una copertura del tetto. Lotito è stato chiaro: «Se non posso fare 45 mila posti e una copertura allora cambiamo progetto». E addio nuovo stadio della Lazio a breve.

Stadio Renato Dall'Ara, Bologna 

Molte chiacchiere, nulla di concreto. Stesso discorso a Milano: Milan e Inter, con le proprie incerte proprietà, annunciano progetti faraonici per realizzare stadi propri e abbattere San Siro. Ma intanto dopo anni di dibattito sulla costruzione di nuovi impianti all’avanguardia non lontano da quelle che avrebbero dovuto essere le ceneri del vecchio Meazza, è risaltata fuori l’ipotesi di una sua riqualificazione. Il Comune ha affidato uno studio di fattibilità a WeBuild, la società di costruzioni che sta completando la nuova linea Blu della metropolitana milanese e che ha decine di grandi progetti aperti in Italia e nel mondo. L’obiettivo è quello di arrivare a giugno con un disegno di massima che spieghi come e in che tempi si possa ammodernare la Scala del Calcio senza far traslocare le partite. Perché affinché Inter e Milan tolgano il veto sulla riqualificazione del Meazza (è da anni che ripetono di non volerlo ristrutturare ma di puntare a un impianto completamente nuovo) serve la certezza di poter giocare a cantiere aperto con una riduzione minima della capienza. Sembra una missione impossibile, ma ci sono ingegneri e architetti convinti che si possa fare.

Rimettere a nuovo San Siro significa rifare gli impianti, i servizi, creare più postazioni vip, migliorare l’accessibilità, rivoluzionare il sistema degli ingressi e creare un piccolo distretto commerciale che renda al portafogli dei club. Una stima dei costi si aggira a grandi linee intorno ai 300 milioni di euro (l’investimento per costruire un nuovo impianto a San Siro, comprese le operazioni immobiliari intorno, era stato quantificato in 1,2 miliardi).

Stadio Luigi Ferraris, Genova - Google Earth 

A Napoli siamo ancora ai discorsi di massima. Il Comune spinge per la ristrutturazione dello stadio Maradona ma il presidente della società di calcio Aurelio De Laurentiis si è detto pronto a un progetto alternativo, perché secondo lui non ci sarebbero le garanzie sui tempi della ristrutturazione del vecchio San Paolo e sui costi, e nel frattempo la squadra sarebbe costretta a giocare in trasferta sempre: «Non mi interessa ristrutturare il Maradona. Ci vorrebbero tre anni per costruire uno stadio nello stadio e non sapremmo dove andare a giocare. Ne costruirò uno a Bagnoli, assieme ad un centro sportivo». Bene, ma non benissimo: i terreni di Bagnoli sono di Invitalia e solo le bonifiche dell’area industriale secondo alcuni esperti richiederebbero anni. Allora De Laurentiis minaccia di andare altrove e perfino in un altro Comune: ad Afragola. Schermaglie, annunci, di concreto nulla. Come accade anche in altre grandi città con squadre sportive seguite da migliaia di tifosi. In Italia nel 2024 esiste solo uno stadio moderno paragonabile alle realtà europee. Ed è incredibile per un Paese che ha nel calcio il principale sport come tifo e seguito.

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