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Non bastano tre decimi per dire tutto

Gara-1 della finale Nba tra Oklahoma e Indiana 

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La rubrica “È sempre domenica”
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In una prossima riforma del codice penale andrebbe aggiunta una nuova causa di giustificazione per la commissione di un reato. “L’ha preso a padellate”, “Sì, ma aveva appena affermato: lo sport è metafora della vita”, “Comprensibile reazione”. Tuttavia resta lecito interrogarsi se certi andamenti o esiti non abbiano valenza istruttiva. Per dire: l’accaduto in gara-1 della finale Nba di basket tra Oklahoma e Indiana. Ha vinto la seconda. Di tutti i 48 minuti di gioco è stata avanti per 3 decimi di secondo, gli ultimi e decisivi. L’importante è dunque finire? O meglio, finire bene?

C’è nella trama di un incontro di pallacanestro un dramma sotteso che ricorda la costruzione di un castello di sabbia in riva al mare: quand’è compiuto e si è in procinto di staccare le mani per contemplare l’opera si sente il rumore dell’onda in arrivo. Poi può fermarsi a un centimetro o travolgere tutto. Per questo c’è chi guarda soltanto l’ultimo minuto, tanto quel che accade prima non resterà. A volte è…

In una prossima riforma del codice penale andrebbe aggiunta una nuova causa di giustificazione per la commissione di un reato. “L’ha preso a padellate”, “Sì, ma aveva appena affermato: lo sport è metafora della vita”, “Comprensibile reazione”. Tuttavia resta lecito interrogarsi se certi andamenti o esiti non abbiano valenza istruttiva. Per dire: l’accaduto in gara-1 della finale Nba di basket tra Oklahoma e Indiana. Ha vinto la seconda. Di tutti i 48 minuti di gioco è stata avanti per 3 decimi di secondo, gli ultimi e decisivi. L’importante è dunque finire? O meglio, finire bene?

C’è nella trama di un incontro di pallacanestro un dramma sotteso che ricorda la costruzione di un castello di sabbia in riva al mare: quand’è compiuto e si è in procinto di staccare le mani per contemplare l’opera si sente il rumore dell’onda in arrivo. Poi può fermarsi a un centimetro o travolgere tutto. Per questo c’è chi guarda soltanto l’ultimo minuto, tanto quel che accade prima non resterà. A volte è così che viviamo. Si dice che una unione è stata un fallimento perché dopo dieci o vent’anni ci si è separati, trascurando quel che ha dato in quel lungo frattempo. Si assolve in limine mortis per una conversione che sa di scorciatoia o di scommessa a banco chiuso, perdonando un’esistenza contromano. Ci si valuta per quel che rimane al traguardo e non per la media nel percorso. Si finisce così ingiustamente insoddisfatti o viceversa. Basterebbe questo ad annullare ogni possibilità di metafora.

Si aggiunga: non ci manca qualcuno o qualcuna “in grado di saltare l’uomo”. Non ci identifichiamo con la nazionale di calcio dandole del noi: ci sarà anche un diavolo in me, ma nessun Zappacosta. Eppure nello straordinario play-off giocato dagli Indiana Pacers resta una fiamma di possibilità, quella che accende l’ultimo equivoco. È vera la più catalanesca delle constatazioni, quella per cui “non è finita finché non è finita”, ma se con i canestri sulla sirena Indiana ha seminato vittorie (e pure un paio di sconfitte con New York), se quello che li realizza (Haliburton) sta diventando una leggenda, è perché i conti sportivi restano sempre (o quasi) aperti, mentre la vita può diventare irreparabile, nel bene o nel male, già dal primo tempo. Stanotte va in scena gara-2 a Oklahoma City. Non abbiamo particolari passioni da un lato o dall’altro, ma trepidiamo per quello svolgimento, per quel secondo infinito, anche se vale una partita e non una vita; anche se non assolve, ma risolve. Dopo, restano soltanto giudizi e ricordi: metafora della fine.

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