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Sinner, quei punti in più di Alcaraz che non sono serviti a nulla

Jannik Sinner (agf)

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La rubrica “E’ sempre domenica”
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Immagina. Che le regole del tennis e del calcio fossero invertite. Ovvero: ogni partita di tennis durasse 90 minuti e premiasse il giocatore che ha fatto più punti, senza conteggio di set e game. E che un incontro di calcio venisse giocato al meglio dei 5 tempi (a livello di grandi finali, 3 per il resto). Ora, che cosa sarebbe successo nei 2 recenti confronti che più ci hanno appassionato? Sinner avrebbe battuto Alcaraz a Parigi. A Monaco invece l’Inter, sotto di due tempi a zero, avrebbe avuto ancora l’occasione di recuperare, giacché vincere il tempo per 1 a 0 o 3 a 0 non farebbe differenza, come non la fa vincere un set 6-0 o al tie-break (sostituito in ipotesi dai rigori se il tempo calcistico finisse in pareggio).

I punti in più fatti da Sinner

Questo paradosso pren…

Immagina. Che le regole del tennis e del calcio fossero invertite. Ovvero: ogni partita di tennis durasse 90 minuti e premiasse il giocatore che ha fatto più punti, senza conteggio di set e game. E che un incontro di calcio venisse giocato al meglio dei 5 tempi (a livello di grandi finali, 3 per il resto). Ora, che cosa sarebbe successo nei 2 recenti confronti che più ci hanno appassionato? Sinner avrebbe battuto Alcaraz a Parigi. A Monaco invece l’Inter, sotto di due tempi a zero, avrebbe avuto ancora l’occasione di recuperare, giacché vincere il tempo per 1 a 0 o 3 a 0 non farebbe differenza, come non la fa vincere un set 6-0 o al tie-break (sostituito in ipotesi dai rigori se il tempo calcistico finisse in pareggio).

I punti in più fatti da Sinner

Questo paradosso prende spunto da due considerazioni. La prima è più logica, perfino fondata. Sinner ha fatto più punti di Alcaraz (il conteggio dipende dalla valutazione di quella palla chiamata erroneamente dentro). Eppure ha perso (chiunque dica “hanno vinto entrambi” o “ha vinto il tennis” “o “la democrazia” dovrebbe riuscire a sentirsi al suo posto, o a quello di Al Gore nel 2000). Non è una cosa inedita. Facendo 14 punti in meno Gaudio battè Coria proprio al Roland Garros nel 2004 e così Djokovic con Federer a Wimbledon nel 2019, la matrigna di tutte le finali. A decidere non è uno scambio (o 14) in più o in meno, ma il momento in cui viene piazzato il colpo (o la serie di colpi) vincente. È una convenzione. Se il calcio vi si adeguasse anche l’andamento delle sue partite e i risultati cambierebbero. Riscriveremmo la storia. Non lo facciamo perché le regole, per quanto in sé bizzarre (i vantaggi sul 40 pari, il recupero discrezionale dopo i 45 minuti) sono date come postulati, che alla terza generazione dopo la fissazione assumono natura di comandamenti. Così capita che un presidente possa essere eletto con meno voti del suo avversario (poi confermato anche dal voto popolare, ma con diverso avversario) o che a decidere in anticipo l’esito di una consultazione sia la larghezza di un’alleanza. Più degli elettori può il sistema elettorale. Cambi le regole del gioco, ne cambi l’esito.

La realtà dolente della sconfitta

La seconda considerazione, illogica e infondata: questa fantasia nasce dal bisogno di riparare una realtà dolente, la sconfitta di Sinner (per altri magari e/o dell’Inter). Un interesse di parte, dunque, lo stesso che porta a voler modificare altre regole, a estendere mandati, in regioni, nazioni o comitati. Alcune fantasie curano la realtà, altre la infettano.

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