«Donnie spostati e facci vedere la partita». La premiazione. Le trasmissioni sportive, almeno. Niente. Trump è ovunque. Alla finale dell’Infantino Cup, invece di premiare, si è premiato. Voleva alzare il trofeo con il capitano del Chelsea e non scendere dal podio mentre partivano i coriandoli. Mancava soltanto si portasse a casa il pallone. Un momento. Si è portato a Casa (bianca) la coppa. Era di Tiffany e gli piaceva, ci farà la colazione dei campioni. Agli inglesi hanno consegnato una replica. Succede anche a chi vince i Mondiali, quelli veri, ma lì va in un museo non nel salone di qualcuno.
L’America dello sport di Trump
Tutti avvertiti per l’anno prossimo. La finale si giocherà nello stesso stadio del New Jersey dove Trump aveva una squadra, lui sarà in tribuna e sul carro dei vincitori, ultimo a scendere e non a mani vuote. Già gli è venuta un’idea: perché questo gioco deve chiamarsi football da una parte e soccer dall’altra? Ha deciso per football anche in America. Dev’essersi…
«Donnie spostati e facci vedere la partita». La premiazione. Le trasmissioni sportive, almeno. Niente. Trump è ovunque. Alla finale dell’Infantino Cup, invece di premiare, si è premiato. Voleva alzare il trofeo con il capitano del Chelsea e non scendere dal podio mentre partivano i coriandoli. Mancava soltanto si portasse a casa il pallone. Un momento. Si è portato a Casa (bianca) la coppa. Era di Tiffany e gli piaceva, ci farà la colazione dei campioni. Agli inglesi hanno consegnato una replica. Succede anche a chi vince i Mondiali, quelli veri, ma lì va in un museo non nel salone di qualcuno.
L’America dello sport di Trump
Tutti avvertiti per l’anno prossimo. La finale si giocherà nello stesso stadio del New Jersey dove Trump aveva una squadra, lui sarà in tribuna e sul carro dei vincitori, ultimo a scendere e non a mani vuote. Già gli è venuta un’idea: perché questo gioco deve chiamarsi football da una parte e soccer dall’altra? Ha deciso per football anche in America. Dev’essersi confuso, di sicuro voleva imporre soccer a tutti gli altri, ma farà in tempo ad accorgersene. Dicono che si sia ossessionati da Trump, che non si riesca a parlare d’America senza inciampare in lui. Superman al cinema? Trump. George Clooney a teatro? Trump. Francamente, miei cari, uno se ne infischierebbe, almeno quando si dedica allo sport, ma è lui ad essere ossessionato. Da che cosa? Da quei dilettevoli istanti che non lo comprendono, da quel piacevole vuoto americano in cui nella stanza non c’è l’elefante e sul campo non c’è Trump. Dove sono finiti? Non esiste più tregua.
Trump e le battute sessiste nello sport americano
Trump ha in serbo una legge sullo sport universitario, per “salvarlo” si legge nel titolo. Da che cosa? Da lui stesso, probabilmente. Trump organizza combattimenti estremi. Trump al Super Bowl. Trump a parlare di sport in tv e alla radio. Anche con una certa competenza di base, va detto, che in campagna elettorale gli ha avvicinato molti giovani maschi. Poi ci sarebbe la forma. E lì ha messo al tappeto il politicamente corretto. Vale tutto. I professionisti del settore si sono sentiti autorizzati a seguirlo e scavalcarlo. Se provi oggi a seguire un programma sportivo senti le peggiori battute sessiste. Un esempio? Il presunto comico Shane Gillis si lancia in un monologo prima della consegna di trofei per imprese atletiche: «Tutti criticano l’allenatore Bill Belichick perché lui ha 73 anni e la sua fidanzata 24. Che razza di Paese è diventato questo? Lui ha vinto sei Super Bowl. Li aveste vinti voi non sareste seduti di fianco a una moglie grassa e racchia». Che razza di Paese è diventato questo?