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La sconfitta degli Yankees che fa felice l’America

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La rubrica “È sempre domenica”
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I New York Yankees sono stati eliminati dai play-off del campionato di baseball americano. E fin qui. Li ha buttati fuori una squadra canadese. Strano, ma non impossibile (Toronto vinse il torneo nel 1992 e 1993). La cosa straordinaria è l’entusiasmo che questo evento genera. È un fenomeno da osservare perché ha un valore simbolico. Chi festeggia adduce ogni sorta di motivazione. Geopolitica: il Canada in questo momento è minacciato dagli Usa, il cui presidente vuole farne il cinquantunesimo stato. Politica: per gli Yankees tifa Donald Trump, in tribuna addirittura l’11 settembre, pur con bordate di fischi. Di classe: loro sono i poteri forti, quelli che comandano il gioco; sono gli elegantoni con la divisa a righe; sono la storia dalla parte dei vincitori, la mitologia che va da Babe Ruth a Joe Di Maggio, da Mickey Mantle fino a Aaron Judge con il record di fuori campo. In cambio hanno lasciato un cappellino con le iniziali NY stilizzate che indossano i ragazzini di mezzo mondo anche…

I New York Yankees sono stati eliminati dai play-off del campionato di baseball americano. E fin qui. Li ha buttati fuori una squadra canadese. Strano, ma non impossibile (Toronto vinse il torneo nel 1992 e 1993). La cosa straordinaria è l’entusiasmo che questo evento genera. È un fenomeno da osservare perché ha un valore simbolico. Chi festeggia adduce ogni sorta di motivazione. Geopolitica: il Canada in questo momento è minacciato dagli Usa, il cui presidente vuole farne il cinquantunesimo stato. Politica: per gli Yankees tifa Donald Trump, in tribuna addirittura l’11 settembre, pur con bordate di fischi. Di classe: loro sono i poteri forti, quelli che comandano il gioco; sono gli elegantoni con la divisa a righe; sono la storia dalla parte dei vincitori, la mitologia che va da Babe Ruth a Joe Di Maggio, da Mickey Mantle fino a Aaron Judge con il record di fuori campo. In cambio hanno lasciato un cappellino con le iniziali NY stilizzate che indossano i ragazzini di mezzo mondo anche senza aver mai impugnato o capito una mazza.

L’odio dell’America

Yankee go home, tornatevene a casa. Il punto di non ritorno di questo sentimento è stato raggiunto con la pubblicazione di un trionfante editoriale sul New York Times dopo l’ultima sconfitta. Titolo: “Amo vedere i tifosi degli Yankees soffrire”. Come se il Corriere della Sera, con sede a Milano, avesse celebrato lo 0 a 5 dell’Inter contro i francesi del Psg. In quel caso almeno (per la dimensione del risultato) si trattava di “un uomo che morde il cane”, mentre che gli Yankees perdano è come “un cane che morde l’uomo”: non fa più notizia, però fa piacere. Nel tempo hanno trovato molti modi di farsi addentare: in rimonta da Boston, all’ultimo stadio da Los Angeles, fino ai canadesi. E allora, perché questo fremito irresistibile? La spia è proprio nell’articolo citato, in cui l’autore scrive che “quando li vedo giocare riconosco i peggiori stereotipi dei newyorchesi: arroganza, scortesia, impazienza, onniscienza”. Non sta parlando di una squadra, né di una città. Si riferisce alle élite, il bersaglio immobile di questo tempo. Ora, gli Yankees non vincono un torneo dal 2009. L’ultima serie dominante (tre in fila) risale alla fine del secolo scorso. Come nel confronto tra le élite e i loro detrattori, gli ultimi non si sono accorti di essere attualmente primi, di aver preso il potere che contestano, di governare. Fanno opposizione alla minoranza, assaltano un’ombra, un vestito a righe con dentro nessuno, una candela nel vento (Norma Jean, maritata Di Maggio: anche lei si erano presa).

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