La minaccia della violenza che lo sport non vuole vedere
di Gabriele RomagnoliPalazzetti dello sport a porte chiuse, scontri fra tifoserie nelle strade, assalti a bar e pullman. A Rimini, Trieste, Venezia. Alleanze trasversali, infiltrazioni, Daspo. Biglietti nominali, vincoli agli acquisti per le trasferte, conseguenti proteste. Ma c’è voluto il morto perché ci si accorgesse che davvero la pallacanestro si gioca in un clima di violenza che non si registrava da trent’anni e che l’accomuna al calcio, di cui anzi assume l’eredità. Ora bisognerebbe fare un altro passo e concludere che esiste una miccia distesa sotto la superficie come un fiume carsico, destinata a emergere dove e quando potrà. Una prova? Nelle stesse ore di domenica si sono verificati scontri analoghi, con lancio di pietre e bombe carta: a Rieti dopo il basket, a Fasano dopo il calcio. La tragedia è un’evenienza a cui il caso attribuisce un luogo. Si agisce con dolo eventuale, ossia accettando la possibilità che accada.
Palazzetti dello sport a porte chiuse, scontri fra tifoserie nelle strade, assalti a bar e pullman. A Rimini, Trieste, Venezia. Alleanze trasversali, infiltrazioni, Daspo. Biglietti nominali, vincoli agli acquisti per le trasferte, conseguenti proteste. Ma c’è voluto il morto perché ci si accorgesse che davvero la pallacanestro si gioca in un clima di violenza che non si registrava da trent’anni e che l’accomuna al calcio, di cui anzi assume l’eredità. Ora bisognerebbe fare un altro passo e concludere che esiste una miccia distesa sotto la superficie come un fiume carsico, destinata a emergere dove e quando potrà. Una prova? Nelle stesse ore di domenica si sono verificati scontri analoghi, con lancio di pietre e bombe carta: a Rieti dopo il basket, a Fasano dopo il calcio. La tragedia è un’evenienza a cui il caso attribuisce un luogo. Si agisce con dolo eventuale, ossia accettando la possibilità che accada.
Del basket circola una immagine idilliaca dovuta alla versione principale, quella della Nba americana, uno spettacolo familiare, condito da giochi e cotillon, kiss cam e cori (“De-fen-se” De-fen-se!”) scanditi dall’altoparlante. Nei siderali spazi degli Stati Uniti la trasferta per seguire la propria squadra è una poco pratica utopia, per cui non ci sono curve sugli spalti, soltanto rettilinei. La penisola italica accorcia e affolla. Attribuisce a piazze che non hanno grande calcio il privilegio del basket, vissuto come occasione da Varese, Sassari, Pesaro, Cantù. Porta la gioia dei successi in stazioni dove i treni dello sport nazionale non fermano. Da qualche tempo tuttavia si sofferma sulla nota rotta Bologna-Milano, ma finora, perfino nei derby delle due torri, lo sfottò ha prevalso sul gesto aggressivo. Che cosa sta dunque cambiando?
I violenti intorno al parquet sono un reflusso. Derivano da altre succursali dove la loro attività è stata bloccata. Sono quelli con il Daspo agli stadi, i segnalati alle questure, gli agitatori senza una causa, piccoli chimici che puntano all’esplosione della miscela. Non è una coincidenza che l’accaduto di Rieti abbia seguito di pochi giorni i limiti imposti all’ingresso nei palazzetti e ai trasferimenti per ragioni di tifo. I controlli agli ingressi hanno imposto lunghe file e ritardi, come sempre accade ovunque in questi casi: nel calcio ci sono state finali di Champions, di Copa America e di Campionato del mondo per club slittate di ore. La sicurezza ha un costo, ma anche quando lo si paga il risultato non è garantito. L’assalto criminale viene semplicemente spostato altrove: da dentro a fuori, dai bordi alla periferia del gioco, che è un pretesto, convenzionale e come tale sfruttato. Non bisognerebbe chiedersi come mai la pallacanestro, ma soltanto: come mai? Che cosa agita frange di società, a quali altri settori sono collegate e a che tipo di stress test la stanno sottoponendo. Ogni circostanza può fungere da detonatore con cassa di risonanza di qualsiasi dimensione.
Esiste una statistica che sarebbe ridicola se non fosse drammatica: in seguito a una sconfitta nel basket aumenta in America la violenza domestica, ancor più se le partite si sono disputate nei fine settimana e in prossimità dei play-off, le fasi finali. Magari fosse vero l’aforisma di Friedrich Nietzsche secondo cui “in tempo di pace l’uomo guerriero si accanisce contro sé stesso”. Purtroppo è sempre contro altri che rivolge furia e frustrazione. Figurarsi in questi tempi in cui annusa, non troppo lontano, l’odore del napalm al mattino.