Scudetto Inter, Tronchetti Provera: "Lo spirito di Milano, il successo è fatica"
di Carlo AnnovazziÁlvaro Recoba, Marco Tronchetti Provera, Ronaldo e Christian Vieri
Marco Tronchetti Provera, quanto è felice per questo scudetto?
«Tantissimo, soprattutto per Chivu. È stato un calciatore che ha dato molto all’Inter, era la sua prima stagione da allenatore e ci ha portato a vincere il campionato. È la sua Inter».
E non era facile, dopo una stagione che aveva illuso e che poi era rivelata fallimentare, da zero tituli come avrebbe detto José Mourinho.
«Una stagione fra le più negative degli ultimi trent’anni per come si era conclusa. Chivu è stato due volte bravo, al di là delle mie simpatie per il suo passato. Ha saputo rigenerare una squadra demotivata e spenta portandola a vincere il campionato».
Quindi è Chivu il protagonista principale?
«Sì, lui su tutti».
E tra i calciatori chi l’ha sorpresa in positivo?
«Di Lautaro sapevamo già tutto, il suo valore è determinante. Chi mi ha sorpreso è stato Bisseck, un calciatore dal potenziale ma che non era in testa alla lista di quelli da Inter».
Quanto conta Marotta?
«Beh, lui è un fuoriclasse. È un uomo che…
Marco Tronchetti Provera, quanto è felice per questo scudetto?
«Tantissimo, soprattutto per Chivu. È stato un calciatore che ha dato molto all’Inter, era la sua prima stagione da allenatore e ci ha portato a vincere il campionato. È la sua Inter».
E non era facile, dopo una stagione che aveva illuso e che poi era rivelata fallimentare, da zero tituli come avrebbe detto José Mourinho.
«Una stagione fra le più negative degli ultimi trent’anni per come si era conclusa. Chivu è stato due volte bravo, al di là delle mie simpatie per il suo passato. Ha saputo rigenerare una squadra demotivata e spenta portandola a vincere il campionato».
Quindi è Chivu il protagonista principale?
«Sì, lui su tutti».
E tra i calciatori chi l’ha sorpresa in positivo?
«Di Lautaro sapevamo già tutto, il suo valore è determinante. Chi mi ha sorpreso è stato Bisseck, un calciatore dal potenziale ma che non era in testa alla lista di quelli da Inter».
Quanto conta Marotta?
«Beh, lui è un fuoriclasse. È un uomo che fa la differenza per qualità e profondità, al punto che gli si perdona anche il trascorso juventino».
Avrebbe fatto comodo anche all’Inter sua e di Massimo Moratti?
«Senza dubbio, una persona così è preziosa per tutti, lo sarebbe stata certamente anche per la nostra Inter».
Non teme che l’inchiesta avviata dalla procura di Milano sugli arbitri possa sporcare questo scudetto e compromettere l’Inter?
«No. Per come è strutturata la società, per il valore di Marotta non ho alcun timore».
Però ci sono i gufatori delle altre sponde in attesa…
«Poverini. Ci sono dei casi che sono passati in giudicato, ci sono storie reali, questa qui è una storia della quale non si sa niente. Comunque sia, come dico, fiducia nelle persone, nelle loro qualità».
Perché si è interisti?
«L’Inter è lo spirito di Milano e lo dico sempre anche ai milanisti, che sono nati prima di noi ma dalla parte sbagliata. Il successo è fatica, quando lo hai raggiunto sai che è solo l’inizio. Noi sappiamo che quando c’è poi può svanire e va riconquistato».
Sono più rivali i milanisti o gli juventini?
«Questa è una domanda complessa, dipende dai periodi. Il Milan è il rivale naturale, quello cittadino, la Juve è lo straniero. Quindi i milanisti, che te li ritrovi al bar o sul lavoro costantemente».
Qual è la sua Inter di sempre?
«Ci sono due Inter nella storia e sono ovviamente legato a quelle. La prima è Sarti, Burgnich, Facchetti…».
Che è diventata una filastrocca con il tempo. La seconda?
«Quella del Triplete, quella di Mourinho».
Che lei ha vissuto in primissima persona. Che differenza c’è tra partecipare alle vittorie da dirigente o da libero tifoso?
«Quando si entra nelle società dopo decenni di tifo si rimane tifosi, il tifo prevale sempre. I primi anni dell’Inter di Massimo Moratti sono stati emozionanti senza successi, però il tifoso si emozionava. C’era sempre un calciatore che si chiamasse Recoba o Ronaldo che al tifoso interista trasmetteva il piacere di andare allo stadio, a prescindere dai risultati. Quegli anni sono stati comunque di soddisfazione per un amante del calcio. Certo, poi sono arrivati anche i successi, quindi è stata duplice la gioia».
Chi è il suo giocatore preferito di sempre?
«Giacinto Facchetti. Il simbolo dell’Inter come uomo, come storia personale, come serietà».
E invece qual è l’avversario che più l’ha impressionata in tutti questi anni?
«C’è un giocatore che è sopra tutti gli altri, Diego Armando Maradona. Lui è stato calcio puro. Io ho visto giocare anche Pelé, un fenomeno. Ma Maradona è proprio una cosa a parte».
Questo sarà uno degli ultimi scudetti a San Siro. Lei di che partito è: pro stadio nuovo o contrario?
«Dal punto di vista emotivo, della passione, San Siro è la storia del calcio milanese, è la storia della mia vita da tifoso di calcio. Di stadi ne ho girati tanti nel mondo, ma da nessuna parte si gode il calcio meglio che a San Siro. Però non si può, diciamo, non prendere atto di quelle che sono altre esigenze. Io sono fra quelli che soffrono un po’ all’idea. L’augurio è che tutti abbiano fatto le giuste valutazioni e che tutto vada in porto in tempo per la scadenza degli Europei del 2032 che è decisiva».
Lo scudetto di Chivu, come lo ha definito, entra tra i suoi primi cinque di sempre?
«Per quello che ha significato diciamo sì, può stare tra i primi cinque, perché abbiamo visto anche del buon calcio. Magari per venti minuti, ma l’abbiamo visto. E di questi tempi, con il livello che c’è, venti minuti sono già tanti…».